giovedì 18 aprile 2013

Lazio: Muddy sunday al lago di Vico (VT)


Un mese di marzo così piovoso non si vedeva da tempo. Ho pazientato, ho preso la pioggia in moto per andare a lavoro praticamente ogni giorno, ma senza fiaccarmi. È bastato pensare al mio amico Steve, che tutti giorni guida la sua Suzuki Bandit a Dublino, in Irlanda, dove il sole certo non è ospite fisso. Ho aspettato il primo vero weekend di primavera per tirar fuori dal garage la Scrambler, lercia e ingrigita dalla tanta acqua raccolta durante le ultime settimane, per un bel giretto. Finalmente andiamo a divertirci baby!
Ieri sera era molto tardi e sono già le 11 passate, a momenti si pranza. Per saltare un pasto e dedicare più tempo al riding, vado di colazione ipercalorica, e a mezzogiorno sono in sella! Vai cor gasse.
Vado a nord e, anche se mia sorella mi sfotte perché snobbo il mare, punto le ruote verso la Tuscia viterbese: autostrade, caselli, vialoni e semafori, vietati. Esco da Roma più in fretta possibile, comincio a far divertire la Triumph solo sulle strade semideserte di campagna fra Tragliata e Tragliatella. Il twin britannico gira fluido lungo la SP15b fino alla via Braccianese, dove il traffico dei turisti della domenica pare già sopito. Sfilo Bracciano, entro in riserva, giro il rubinetto della benzina allungando la mano sotto il serbatoio mentre sono ancora in movimento. Incrocio pochi motociclisti, come al solito i più presenti sono gli harleysti, seguiti a ruota dalle supersportive e dai giessisti.
Ecco la via Claudia, passo Manziana e Oriolo Romano e faccio benzina a un self service low cost. Sbircio la serenità domenicale della gente, le grigliate in giardino o i clienti fuori dalle pasticcerie col vassoio di paste in mano.
Fortuna che non ho rimandato il pieno: a Vejano il minuscolo distributore del paese non ha l’automatico.
 
 
Proprio mentre penso che potrò divertirmi solo in prossimità del lago, un’illuminazione mi sorprende! Dal ponte che segue di pochi metri l’incrocio con Barbarano Romano, spunta fuori un interminabile rettilineo sterrato a due corsie che passa proprio là sotto. Sgrano gli occhi, giro a zonzo per trovare l’accesso alla strada bianca e lo scovo in prossimità di una stazione ferroviaria diroccata. Si tratta della vecchia ferrovia che collegava Orte e Capranica a Civitavecchia, chiusa negli anni ’60, in seguito a una frana, e mai più riaperta. Non esistono nemmeno più i binari, solo un lungo, polveroso rettilineo.

 
È uno dei più bei momenti della giornata: sedere alto, arretrato sulla sella, a tutta birra lungo la vecchia ferrovia abbandonata, con gli insetti che si spiaccicano sulla visiera del casco, i rami che raschiano la giacca di pelle e una scia di polvere bianca sparata in aria dalla ruota posteriore, visibile dagli specchietti.
Il sole primaverile è tiepido ma bisogna fare attenzione: sotto alcune zone d’ombra, emergono pozze d’acqua che invadono l’intera carreggiata.


Dietro uno stretto passaggio tra i cespugli, ecco un’enorme landa assolata: la fusione tra verde prato e giallo margheritine di campo crea il tipico effetto multicolor di primavera, contro cui nulla può l’ombra solitaria di un albero secolare. Metto la Triumph sul cavalletto, tiro via la chiave dal blocchetto di accensione, sfilo guanti e casco e a piedi raggiungo il grande leccio. Sotto gli stivali sento il “ciaf ciaf” della terra zuppa d’acqua. Nessun altro rumore oltre al soffio del vento.


Torno in sella tra fango e polvere e mi ritrovo presto all’ingresso di un tunnel ferroviario, uno vero, ma senza treno che passa… Prudentemente accosto la moto al margine della strada e mi avvicino sulle mie gambe alla galleria per esplorarne l’interno. Cammino per un centinaio di metri, il tunnel è totalmente buio, in fondo nessuna luce. Infiltrazioni di umidità e reverbero producono un rilassante concerto di gocce d’acqua che si scagliano sul terreno. Mi sembra che non sia troppo rischioso entrare in moto, così torno indietro, ingrano la prima e mi avventuro all’interno. Il frastuono del motore che rimbomba e il rischio di impantanarmi all’improvviso lì dentro sono talmente esagerati che, da solo, non mi fido a proseguire. Marcia indietro, ancora due o tre traversi in accelerazione sulla polvere e rientro sulla SS493.


Mi rilasso sui tranquilli rettilinei della statale, all’incrocio con la Cassia seguo le indicazioni per il Lago di Vico, l’unico specchio d’acqua nel territorio laziale che non avevo ancora mai visitato. Luogo eccezionale, purtroppo recentemente vittima di cattive notizie sullo stato di salute delle sue acque, pare inquinate da una elevata concentrazione di arsenico. Agghiacciante.


Dentro la riserva naturale guido lungo bellissime curve tra boschi di faggio e cerro. Poi raggiungo la riva: per fortuna nessuno spiacevole incontro con la famigerata alga rossa che tanto preoccupa la popolazione locale.
Mi piace molto questo lago di origine vulcanica, il più alto (507 mt s.l.m.) del nostro paese. Percorrendo il perimetro, è evidente quanto sia valorizzato e curato e soprattutto quanto sia magnificamente vivibile per turisti e per la gente comune.


Ci sono tutti: surfisti, velisti, canoisti, pescatori, innamorati che passeggiano romanticamente, famiglie che alimentano la brace nelle aree attrezzate, naturalisti, birdwatcher, single che passeggiano (con) il cane. Ma anche pastori con le greggi, guardaparco e forze dell’ordine. Tant’è che mi permetto di infrangere il divieto di accesso a un sentiero del parco una sola volta e solo per poche fangose centinaia di metri, giusto per avvicinarmi il più possibile alla celebre zona palustre a nord del lago. Uno spettacolo.


Mi libero di tutto l’abbigliamento di protezione, parcheggio la Scrambler sotto l’ombra a raffreddare e me la godo a lungo su una delle spiagge del lago. Scatto qualche foto, lancio sassi in acqua, mando un paio di whatsappate, poi mi sdraio comodo sullo scafo di una barca rovesciata a terra. Manca solo il fiore in bocca, che però rimpiazzo con un Chupa Chups alla ciliegia.
Trascorro più tempo del solito ad oziare beato e interrompo la meritata dose di fancazzismo panoramico solo quando lo stomaco inizia a bussare.


Istintivamente decido di fare un salto a Ronciglione per spararmi un cornetto Algida e una spremuta di arancia, seduto al tavolo di un bar lungo l’immancabile via Roma. Il paese è tranquillo.
Solo lungo la strada del ritorno verso la capitale, rigorosamente alternativa alla via Cassia, mi viene in mente che la località vicina al lago da visitare era Caprarola, con il suo bel Palazzo Farnese. Ops!
Un motivo in più per tornare presto a visitare un territorio in cui la natura ha ancora spazio, tempo e dimensione. Mi auguro che qui si vincerà la triste battaglia contro l’avidità umana, mai sazia di minacciare e avvelenare le poche oasi sopravvissute fino ai giorni nostri.

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Informazioni utili:
Dove mangiare e dormire: Albergo La Bella Venere, Loc. Scardenato snc, Caprarola (VT), tel 0761 612342, www.labellavenere.it.
Costi del viaggio: carburante 10 euro. Cornetto Algida, spremuta, e Chupa Chups: 5 euro.
Chilometri percorsi: 32 (85 da Roma).
 
 
 
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lunedì 11 febbraio 2013

Lazio: Offroad al Lago di Martignano (RM)


Domenica di febbraio fredda ma assolata. La prima dopo un paio di settimane di pioggia e inverno. Ieri notte ho fatto tardi, stamattina non avevo certo voglia di mettere il naso fuori dalle lenzuola all’alba. Da giorni la smania di domenica in moto mi segue come un avvoltoio, ma la fatica della settimana lavorativa, sommata alla pigrizia incipiente e al clima poco invitante, mi aveva scoraggiato dal programmare qualunque itinerario o dal tirar fuori dal guardaroba l’abbigliamento invernale. Fuori dalla finestra vedo un sole invitante, cielo blu inverno, zero nubi e il termometro esterno che segna 10° C. Sono le 10 passate, farà buio presto e il massimo che posso fare è andare a prendere un aperitivo ai castelli romani e rientrare prima che il sole si abbassi e restituisca campo libero al freddo. Ho un raggio d’azione di non più di 50 km. D’istinto passo all’attacco: colazione stranamente rapida, vestizione lampo e, miracolosamente, senza dimenticare nulla come al solito, in mezz’ora sono già in sella alla Triumph. Anche lei ha bisogno di togliersi un po’ do polvere di dosso, ne ha pieni i cilindri di fare solo servizio urbano e le girerebbero le frecce a starsene ancora una volta sotto il telo!
La meta della giornata è venuta fuori così, pensando a uno dei luoghi della provincia romana che preferisco, il lago di Martignano: tranquillo, pieno di natura, silenzioso, a un passo dalla metropoli e con qualche chilometro di divertenti strade sterrate che conducono fino alle sue placide sponde. Spesso, durante l’estate, preferisco abbioccarmi su una comoda sdraio in riva al lago e fare una nuotata rinfrescante sulle sue acque dolci, piuttosto che sorbirmi il caos snervante di Ostia e Fregene e il colore verdognolo del Tirreno.
Il problema stamattina è che sono più rinco del solito, devo cercare di restare più vigile del solito. La strada per lasciare il centro di Roma la conosco bene e scelgo la mia favorita: via Boccea, una consolare che fa parte della mia storia e che, superata la periferia, dà subito l’idea di ciò che un tempo potevano essere le strade di campagna intorno Roma. Supero il raccordo, Casalotti, Valle Santa e inforco la via di S. Maria di Galeria. Fermo la moto per fare il pieno all’unico distributore della zona e, maneggiando la pistola della senza piombo, realizzo la prima piacevole sorpresa, un raduno di auto d’epoca, tra cui riconosco modelli da capogiro come la Stratos, il Maggiolone e la 1100. Adoro questo tipo di riti domenicali.
Riparto verso nord, solo che, senza ragionare più di tanto, anziché deviare sulla SS493 Claudia Braccianese, continuo a godermi i rettilinei che tagliano le campagne romane, ipnotizzato da chissà quali riflessioni sotto il casco, fino a ritrovarmi nientemeno che sulla SS2 Cassia all’altezza di Vallelunga. Il mio cervello anestetizzato abbandona la modalità standby e capisco di essere decisamente fuori strada. Inveisco quanto basta sotto il casco finché, recuperato il controllo, abbandono la noiosissima, maleodorante carreggiata a 2 corsie. Il bivio di Monterosi è quello che fa per me, passo dal centro del paese e punto il manubrio a sudovest, direzione (forzata) Trevignano Romano, ma – cavolo – quello è un altro lago! Poco male, l’improvvisazione regala sorprese emozionanti a chi viaggia in moto. Sulle rive del lago di Bracciano la provinciale costeggia le acque a livello zero, a tratti salendo su di qualche metro aumentando l’effetto panoramico. Il sole mantiene una temperatura ottimale sulla mia tuta e annullando l’umidità lacustre.


Solitamente raggiungo Martignano sempre dallo stesso ingresso e credevo ci fosse solo quello. Ma, percorrendo la SP12b, a pochi chilometri da Anguillara Sabazia, la coda dell’occhio capta una malconcia indicazione turistica di colore marrone con il nome della località lacustre. Mi fermo un attimo a valutare la cosa, dispiego la mia mappa cartacea ed effettivamente gli accessi segnalati sembrano essere due. That’s right! Via, andiamo all’avventura, quel che viene viene… Mi lancio sulla via di Polline e, lungo la strada bianca (anzi grigia a causa della pioggia dei giorni scorsi) la mia gioia decolla. Non sembra insidiosa, è piena di verde intorno e si sviluppa persino lungo un paio di piccoli tornanti in pendenza che mi permettono di fare qualche innocente traverso in accelerazione, mentre le bestie al pascolo mi osservano impassibili dai prati limitrofi.


Quando la strada inizia ad infiltrarsi tra le aree più alberate, dove l’ombra dei rami impedisce al sole di asciugare le pozze di acqua piovana, iniziano i ripensamenti. Presto mi ritrovo dinanzi a una serie di ampie buche piene di fango, dove il terreno diventa scivoloso e inappropriato per il tassello semistradale dei miei Metzeler Tourance. Tre turisti a cavallo, provenienti in direzione opposta, mi allertano dall’alto della loro seduta equina: “Non ce la fai con quella!”. Mentre scendo irritato dalla sella per verificare di persona, percepisco il rombo sordo di un mono 4T in avvicinamento. Lo vedo planare sul fango, la ruota posteriore solleva fontane di melma marrone e il motore sale rapidamente di giri senza esitazioni. Figo.


Mi sbraccio per fermare l’endurista e chiedergli qualche info sulle condizioni del fondo stradale. È giovane e ha improvvisato un giro quaggiù con la sua KTM 690 Enduro, tant’è che indossa casco jet, jeans, sneakers, piumino urban ed è felicemente ricoperto di gocce e spruzzi di fango. Gli chiedo se posso arrivare fino al lago con la Triumph: “Te lo sconsiglio, manca poco ma il terreno è insidioso”. Anche lui, nonostante il tassello profondo e 70 chili in meno rispetto alla mia bicilindrica inglese, ha rischiato lo scivolone.


Accidenti, quando mi ricapita un po’ di fango?! Voglio proseguire lo stesso, anche solo di 500 metri, magari aggirando i crateri di pantano per non restare impaludato. Metto in moto, prima marcia, corpo in avanti, cosce serrate sul serbatoio, piede sinistro giù largo a controbilanciare gli slittamenti e via a passo d’uomo. A preoccuparmi non è tanto il posteriore, ma l’anteriore che rischia di scivolare via a sorpresa senza preavviso. Di colpo, un illuminazione: mi compare in mente l’immagine della Triumph sdraiata a terra su un fianco con la mia gamba arrostita dai collettori... Basta poco ad auto persuadersi: giro delicatamente la moto, mi arrendo mio malgrado e torno indietro, in sicurezza, fino alla provinciale. Arriverò fino alle sponde del lago dall’altro accesso.


Poco prima di giungere ad Anguillara, svolto a sinistra su via della Mola Vecchia ed è lungo questa stradina di paese, disseminata di abbeveratoi, canali di scolo e aziende agricole, che sulla sinistra ritrovo l’ingresso principale al lago. Solo che rispetto all’ultima volta che ero stato qui, adesso c’è una telecamera, un bel divieto d’accesso a tutti i mezzi a motore (valido solo nel periodo estivo) e un grande cartello ZTL che invita i visitatori a servirsi del servizio navetta. Provvedimenti per tutelare l’ambiente o per risanare le casse del Comune?


Evvai, sono sulla strada giusta, ampia, sterrata e con qualche sasso qua e là. In questo periodo dell’anno, non è tremendamente polverosa come durante l’estate, quando ti ritrovi la moto imbiancata fin dentro al sottosella! Un tratto fantastico da terza marcia, in piedi sulle pedane e col fondoschiena proteso sul posteriore, mentre le pietruzze battono come mitragliate sui parafanghi.
Quando giungo alla sbarra d’accesso al lago, le soluzioni sono due: parcheggiare la moto e fare un chilometro a piedi in discesa (salita al ritorno), con tuta, paraschiena, casco e stivaloni, o aggirare la sbarra e azzardare il raggiungimento della riva direttamente in sella, a motore acceso, cercando di arrecare il minor disturbo possibile alla natura circostante e ai pochi visitatori presenti. Il dislivello rende la strada molto ripida e sdrucciolevole, sulla destra scorgo sotto di me la straordinaria vista del lago illuminato dal sole.
Metto a folle, spengo la moto mentre ancora sono in movimento e giungo a pochi metri dalla riva. È il momento di rilassarmi un quarto d’ora, godendomi il silenzio, la pace e l’aria pura di questa oasi rigenerante.


Sono le tre del pomeriggio, ho fame e in mente ho l’epilogo perfetto per questa domenica improvvisata. Saluto il lago e ripercorro la strada sterrata in senso contrario. Ripasso Anguillara, costeggio il lago di Bracciano e lancio la Triumph verso il tempio italiano della storia del volo, un altro dei miei posti preferiti in assoluto, il Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle. Qui sono custoditi aeroplani straordinari, esemplari unici al mondo accuratamente restaurati, imperdibili per gli appassionati di ali d’epoca e di storia militare in generale. Mangiare un boccone al bar del museo, pieno così di cimeli, e fare una passeggiata digestiva tra dirigibili, caccia e bimotori è uno spasso. D’altronde un velivolo e una motocicletta hanno molto in comune, entrambi sono capaci di sprigionare un senso di libertà, per provare il quale può essere sufficiente anche una semplice gita domenicale fuoriporta al lago.



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Informazioni utili:

Dove dormire: Il casale di Martignano, s.da di Martignano, Anguillara Sabazia (RM), tel 06 99802004, www.martignano.com.
Dove mangiare: La mucca golosa, via di Vigna di Valle 57, Anguillara Sabazia (RM), tel 06 99607021,
www.lamuccagolosa.com.
Costi del viaggio: carburante 10 euro. Piadina, spremuta, torta al cioccolato e Chupa Chups: 8,70 euro.
Chilometri percorsi: 35 (75 da Roma).




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domenica 6 gennaio 2013

Sicilia: Etna Sud in Vespa


Sono tre mesi che non riesco a trovare il tempo e l’energia per fare un giro in moto. Negli ultimi novanta giorni la Triumph è stata liberata dal telo copri moto poco più di una dozzina di volte, per portarmi a qualche meeting di lavoro o al massimo per uno spritz con gli amici. Tra pasti luculliani, pubbliche relazioni e maratone augurali, rischio di perdere l’attimo fuggente pure durante i cinque giorni di vacanza in Sicilia. Paradosso. Ogni notte, però, tengo sempre d’occhio la meta. Il clima, tra Natale e San Silvestro, è stato estremamente generoso sulla costa est della Trinacria, con cielo terso e temperature massime che a mezzodì continuano a raggiungere addirittura i 17° C. Una manna per chi va in moto. Per di più, nelle serate, le tenebre sono illuminate da una brillante luna piena dal fascino felliniano. La natura di questo luogo unico al mondo è capace di regalare una vista notturna dell’Etna davvero speciale: i riflessi lunari illuminano il fianco del vulcano, per l’occasione rivestito da una coltre di neve e ghiaccio che accentua il fenomeno cromatico, e lo trasformano in un monumento naturale fosforescente. Fiato sospeso.
Finalmente, il giorno prima della ripartenza verso il continente, riesco a realizzare il mio desiderio di esplorazione vulcanica su due ruote!
Quando villeggio in Sicilia, sono puntualmente sfornito di abbigliamento tecnico e, considerate le altitudini che vorrei raggiungere, è dura arrangiarmi con ciò che riesco a rimediare. Un punto fermo c’è ed è la mia fedele Vespa verde acqua. Non perde un colpo: un paio di spinte energiche sul pedale di avviamento, una verifica alla pressione degli pneumatici e il fumoso borbottio del 2T, regolare come un cronografo svizzero.
Abbigliamento di Fantozzi: scarponcino da lavoro vintage con calzettoni di lana al ginocchio, pantajazz grigi di mia moglie sotto i Levi’s, pruriginosa canotta di lana color carne, maglione di lana nero, sciarpa marrone misto lana di mio suocero come scalda collo, sciarpa di lana verde di mia suocera davanti la bocca, berretto di lana nero da operaio, vecchio casco jet Bieffe di mia sorella ripulito da inutili orpelli accessori in plastica e occhialone da aviatore regalo di Natale di mio fratello. La famiglia è sempre un punto di riferimento…
La giornata è bellissima, l’obiettivo è arrivare più in alto possibile, temperatura e ghiaccio permettendo. Sono ottimista, il tepore di questi giorni dovrebbe aver reso sicure le strade anche ad alta quota. Il tragitto scelto percorre il versante Etna Sud.
Partenza da Belpasso, detta la “città scacchiera” per via del suo sistema toponomastico, nota soprattutto per essere la sede del prestigioso Motoraduno Internazionale dell’Etna, della Dais, storica fabbrica dolciaria siciliana, costeggiando la quale si capta un estatico profumo di dolci, e della Pasticceria Condorelli, dove ebbe inizio la tradizione del torroncino siciliano più famoso del pianeta. Impossibile rinunciare ad assaggiarne qualcuno: pistacchio, arancia, limone…


La via Vittorio Emanuele II è stretta e caotica, passando davanti al sagrato di una chiesa, un ragazzino, con cadenza tipica malpassota, mi urla “Bedda Vespa!”. Mi sento a casa.
In cima al paese occorre fare attenzione al bivio tra via Nicolosi e la SP120. Quest’ultima è la mia strada, sono decenni che non la percorro e su due ruote è forse la prima! La presenza del vulcano, semi innevato e incorniciato da un cielo blu che più blu no se puede, è costante. La pendenza della provinciale cresce, la Vespa chiama le marce basse, ma che importa: sono strade da percorre a non più di 40 km/h, anche perché è impossibile rinunciare a frequenti soste per contemplare lo scenario. Le case di villeggiatura, un vero status symbol per le popolazioni della zona, sono numerose. Piccole, modeste, con un po’ di terreno coltivabile intorno e davanti a un panorama unico al mondo.


Supero la caratteristica chiesetta di S. Leone, ovviamente con facciata in pietra lavica, e, dopo il bivio con la SP 160, che unisce Nicolosi a Ragalna, esplode lo splendore del Parco dell’Etna. Mi viene in mente che tutti questi paesini alle falde del vulcano hanno una grande tradizione nell’elaborazione di motori e auto da corsa e che non è raro, all’alba o durante la notte, carpire il rombo di una Fiat 127 Sport o di una Peugeot 205 GTI che si arrampica su queste stesse curve per prepararsi alla mitica Cronoscalata Catania - Etna, in programma in primavera.


Quattro chilometri di dolce tepore sulla faccia ed incontro la celebre SP92, una delle strade più percorse dai biker etnei e dai tanti moto turisti che ogni anno arrivano da ogni angolo d’Europa per guidare sull’asfalto eccellente dell’Etna. Iniziano i tornanti in serie, sballo totale. La temperatura è ancora mite, i guanti di lana sono sufficienti e la sciarpa per il volto è ancora dentro il bauletto. In direzione opposta qualche fuoristrada viene giù dal cratere centrale: alla vista di un matto con gli occhialoni che si inerpica su una Vespa a certe altitudini, in molti sorridono e spalancano gli occhi da dietro il parabrezza.  


Ai lati della strada i muretti in pietra lavica rendono tutto ancora più suggestivo, non si vede più un edificio e l’asfalto inizia ad attraversare veri e propri deserti vulcanici: il grigio antracite del magma solidificato rende i colori, azzurro del cielo, bianco della neve e giallo dei castagni, ancora più esplosivi.


Sono a La Nuova Quercia, ristorante distrutto dalla lava nel 1983 e oggi ricostruito, quota 1300 mt. Sul piazzale antistante, gli spazzaneve in rimessa attendono la prossima nevicata. Più avanti una grande quantità di sale grosso, ammucchiato sull’asfalto del parcheggio.


Pausa panoramica: la vista della costa da quassù è incredibile. Rimetto in moto la Vespa, il motore inizia a respirare più affannosamente per l’altitudine e la temperatura bassa inizia a farsi sentire, accentuata anche da un venticello polare più che frizzantino.


È il momento di indossare i guanti da neve grigi fregati a mio suocero e di arrotolare sul volto la sciarpa di lana come un tuareg… L’asfalto continua ad essere in ottimo stato, senza rischio di ghiaccio, e il tiepido sole siciliano fa il suo dovere. Posso arrivare fino al Rifugio Sapienza!


Superati scenari assurdi, come boschi di lecci e querce tagliati in due da fiumi di lava o una vecchia, inquietante costruzione completamente circondata e divorata dal magma, 5 km dopo La Nuova Quercia arriva uno dei tratti più divertenti della SP92: lunghi rettilinei in salita, interrotti solo da ampi tornanti a 360°. Se è divertente con un 2t da 150cc, figuriamoci con una supersportiva o con un motardone.


Il panorama è unico, da una parte il selvaggio terreno vulcanico, dall’altra strapiombo con vista privilegiata sul mar Ionio. La neve ai margini della provinciale adesso è più frequente. Anche il freddo è intenso, sono a poche centinaia di metri dalla cima. Eccola: mentre la Vespa procede caparbia, vedo del fumo bianco uscire in lontananza da un camino, gli edifici in legno si avvicinano sempre più, i riflessi delle auto e dei bus parcheggiati sul grande piazzale producono un inconfondibile luccichio. Arrivato! Rifugio Sapienza, 1910 metri sul livello del mare.


Sarò stato quassù centinaia di volte in vita mia, a piedi, in mtb, in auto, in moto naturalmente. Ma in Vespa è la prima volta. Conosco a memoria questo posto: il CAI, la funivia, i ristoranti, i venditori di souvenir, i noleggi di sci e slittini. Strutture demolite da periodiche colate laviche e sempre rimesse ostinatamente in piedi. Ogni volta è sempre un’emozione.


Essendo un giorno feriale, si vedono pochi turisti, la maggior parte escursionisti che partono da qui per raggiungere il cratere centrale a bordo di grossi bus fuoristrada. Qualcuno indossa la tuta da sci per proteggersi dal freddo. Chiedo a un ragazzo dall’accento campano di scattarmi una foto ricordo: “Saluta con la mano”, mi dice impugnando la fotocamera. In un attimo tutta la sua famiglia mi circonda per ammirare la Vespa e darmi calorose pacche sul casco e sulle spalle, esclamando “bravo guagliò!”.


Non riesco a trattenermi più di un quarto d’ora, fa freddo, non ho voglia di fermarmi al rifugio, piuttosto vorrei sfruttare il tepore del sole per la ridiscesa.
Riprendo la SP92 per lasciarla poche centinaia di metri più avanti, all’incrocio con la via Catania. Se avessi proseguito sarei arrivato fino a Zafferana Etnea, ma preferisco tornare giù verso Nicolosi.


Lungo questo versante, meno esposto ai raggi solari diurni, la neve ai lati della strada e oltre le barriere è più copiosa e lo scenario di nuovo unico: in un solo colpo d’occhio posso cogliere il candore accecante delle distese di ghiaccio, lo scintillio dei campi di lava, il verde delle poche pinete risparmiate dalle vecchie colate e il profilo spigoloso dei crateri che spezza il blu del cielo.


Sono circa le quattro del pomeriggio, tornando giù lungo la via Catania mi ritrovo anche a favore di sole (la schiena ringrazia) e persino sul lato panoramico della carreggiata. Sembra di viaggiare su un aereo in fase di atterraggio su Catania con vista a 360°: la terra e il mare si avvicinano sempre più, ma non ho ali, solo le piccole ruote della Vespa che, docilmente rallentate dal freno motore, scivolano verso valle.


Come tradizione vuole, la ridiscesa è molto più rapida. Superato Passo Cannelli, ricompaiono case e villette e, ormai vicino al paese, mi viene in mente di rivivere la vecchia tradizione, diffusissima tra i catanesi, di chiudere la giornata in montagna con il più classico dei peccati di gola invernali: la cioccolata calda al Bar Vitale. Un must. Qui la domenica pomeriggio, sciatori in tenuta da pista, bambini eccitati da postumi dello slittino, donne infreddolite dal vento gelido del vulcano, affollano i pochi tavolini del locale per riscaldarsi le viscere con la deliziosa bevanda. Ed io, di nettare degli dei non sono certo allergico, non mi risparmio affatto. Per qualche istante torno ad avere 14 anni: ordino una cioccolata calda con panna e pasticcini freschi e mi ristoro seduto a uno dei tavolini in ferro e ceramica decorata.


Il cerchio si chiude magistralmente: partenza e arrivo, da una pasticceria all’altra. La parte sud dell’Etna in Vespa è uno spettacolo per gli occhi e una garanzia per il palato.


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Informazioni utili:

Dove mangiare:
Hotel Ristorante La Nuova Quercia, C/da Piano Bottara, Belpasso – Etna (CT), tel 095 911277,
www.lanuovaquercia.it.
Costi del viaggio: carburante 6 euro. Torroncini, cioccolata calda e pasticcini 9 euro.
Chilometri percorsi: 37

Itinerario su Google Maps


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domenica 30 settembre 2012

Motociclette a Honolulu


Un mese fa mi ero ripromesso di raccontarvi un’altra storia. Una storia semplice, fatta di pura osservazione, nulla di più.
Come molti altri simboli di libertà, la moto è un comune denominatore, una costante tra persone, paesi e culture. A cambiare è ciò l’utilizzo che ne viene fatto, l’interpretazione che le viene data. Mi incuriosisce osservare quanto in un luogo unico e speciale come le Hawaii - così distante da noi, esattamente dall’altra parte del mondo, a 12 ore di fuso orario – si possa avere una concezione della motocicletta fatta di sfumature leggermente diverse dalle nostre.
A O’ahu, l’isola dell’arcipelago hawaiano che ospita la capitale Honolulu, non ci sono tante motociclette. I giovani qui si muovono con i mezzi pubblici o con speciali bici su cui trasportano le loro tavole da surf pedalando. Oppure in furgone, su immarcescibili VW T3 d’epoca trasformati in pratici camper da parcheggiare lungo la strada di Waikiki Beach, accanto a uno dei tanti monumenti al surfista farciti di lei, le tipiche ghirlande di fiori hawaiane.


Lungo le strade turistiche della spiaggia più celebre dell’arcipelago riesco ad adocchiare un Harley Davidson Store, di fronte al quale fa bella scena uno degli ultimi modelli della storica casa di Milwakee. Si può persino noleggiare: sarebbe un sogno godere di uno dei luoghi più belli della terra viaggiando su due ruote, con il vento tra i capelli. Si perché le Hawaii sono uno degli stati americani dove ancora non è obbligatorio indossare il casco alla guida! Quando chiedo quanto costa il noleggio della moto per una settimana, mi rendo subito conto che è un lusso riservato solo ai ricchi turisti giapponesi e russi che affollano le boutique Gucci o Prada e gli altri negozi di lusso di Waikiki. Perciò, piuttosto, decido di investire un po’ di dollari in una stupefacente camicia hawaiana “personalizzata”… Scusate la qualità dell’immagine, ma volevo proprio mostrarvela.


O’ahu e le Hawaii sono posti dove le moto costano tanto e sono un capriccio: qui tutto costa caro, le isole sono molto distanti dal continente e il prezzo delle merci trasportate via mare cresce enormemente rispetto alla media americana. Questo paradigma però non sembra valere per le auto. Su un quotidiano di Honolulu leggo che lo stato hawaiano è uno dei pochi degli Stati Uniti in cui, in controtendenza con l’unione e con il resto del mondo occidentale, il numero di auto nuove immatricolate è in continua crescita. Non a caso sulla enorme highway a tre corsie, che dalla capitale dirige verso ovest, si muove un serpentone infinito di auto lente e ordinate. A sorpresa però, proprio sulla highway, noto un’insolita concentrazione di moto: ecco una Honda CBR 1000 e un pugno di Harley, una cavalcata da un centauro in divisa mimetica e anfibi da marine! Nel frattempo la guida che ci accompagna lungo il tour dell’isola spiega che gran parte del territorio hawaiano è occupato da basi militari americane in cui operano ben 300 mila uomini, ponendo al secondo posto della graduatoria delle principali industrie dell’isola proprio l’economia bellica. Insomma, gli unici che possono permettersi una moto alle Hawaii probabilmente sono i militari. Mi viene in mente un classico del cinema, “Ufficiale e gentiluomo”, con Richerd Gere e Debra Winger. Solo che Zack Mayo guidava un’inglesina e non una Harley…


Un altro luogo di Oah’u dove scovo qualche motocicletta, sia in movimento, sia parcheggiata nei tranquilli cortili davanti le tipiche villette in legno americane, è il quartiere residenziale lungo la strada che sale verso lo straordinario belvedere di Diamond Head. Su tutte una Triumph Thruxton rossa, sola soletta che sembrava chiedere solo di essere messa in moto più spesso.


Visito un’altra favolosa isola dell’arcipelago hawaiano, Kaua’i, l’isola giardino, così soprannominata per la vegetazione lussureggiante che invade le strade, divorandole. In giro solo muscolosi pick up V8 e colorate Mustang convertibili gettonatissime dai turisti. Avvisto degli strani scooterini con telaio allungato, come fossero custom, credo su base Honda Zoomer ma non ne sono certo.


Su quest’isola tutto scorre lentamente, come le onde calme che accarezzano le spiagge dorate tutte intorno. I severi limiti di velocità certo non favoriscono l’utilizzo delle due ruote: 25 miglia orarie in città e 50 su strade extraurbane. Andrebbe bene giusto un Piaggio Ciao.
Quaggiù il mezzo più adatto per godere a pieno della bellezza indiscutibile dei luoghi non è una Harley, una Ducati o una qualunque motocicletta, piuttosto una semplice tavola da surf. E per chi come me non va aldilà del SUP, basta anche una canoa.

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lunedì 17 settembre 2012

Inatteso elogio dell’autostrada


Io odio l’autostrada. È una palla mortale, noiosa, monotona e puzza pure di gasolio. Con la Scrambler (per mia volontà) non riesco ad andare oltre i 110 km/h: per una volta il bicilindrico di Hinkley vorrebbe superare i 5000 giri in quinta marcia, ma io niente, proprio non riesco. Comprensibilmente, i miei amici e compagni di viaggio mi compatiscono, ormai hanno capito che è inutile sperare di vedermi sugli specchietti per più due minuti: li lascio andare alla velocità che vogliono, loro sanno che mi rivedranno spuntare solo al distributore successivo, per la pausa canonica dei 100 km, quando ormai avranno già bevuto l’ennesimo caffè e fatto un altro pieno ai serbatoi.
Oggi però, lungo la A25, in direzione Roma, provo qualcosa di diverso. Penso più del solito mentre guido. Calcolo a mente dopo quanti minuti raggiungerò gli altri, comparando le rispettive velocità in rapporto ai chilometri da percorrere. Tante le moto che mi sfilano lungo la corsia di sorpasso, i più salutano scuotendo la gamba destra, altri lasciano compiere questo gesto di solidarietà alle zavorrine. Le jap supersportive si riconoscono dal ronzio, nonostante il rumore del vento nel casco integrale limiti la capacità auditiva e impedisca di percepire il sibilo del mio stesso motore. Consigliati i tappi per orecchie.
Ho guidato in autostrada nel tardo pomeriggio, aspetto che ha reso il viaggio più stimolante del solito. Il sole basso, le nuvole tinte di rosso, i riflessi ramati della luce al crepuscolo che rendono vivaci persino i grigi muretti in cemento armato dei cavalcavia. E poi, quando le tenebre bussano alla porta del cielo, quel favoloso momento che segna il limite tra giorno e notte. La luce del faro anteriore inizia ad ingiallire l’asfalto, ma non è ancora così intensa da monopolizzare l’attenzione degli occhi come quando è buio.
Forse ho capito che persino l’autostrada ha un momento ideale per essere compresa da chi la odia. Al tramonto, al termine di un raduno o di una vacanza in moto. È un’ottima cornice per rivivere tutti i bei momento condivisi con gli amici o per rivedere tutti i paesaggi incantevoli che rapiscono gli occhi lungo le strade d’Italia. Peccato solo che al termine di ogni autostrada ci sia la coda al casello…

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domenica 2 settembre 2012

Motociclette a San Francisco


Ben trovati manici! Siamo quasi tutti rientrati dalle vacanze estive con una storia da raccontare, un carico di foto, e uno strato più o meno spesso di abbronzatura. È un’estate che passerà alla storia per l’abnorme rincaro del carburante, specie per chi ha scelto di tenere le ruote del proprio purosangue a motore entro i confini italiani. Ormai anche per le moto fare il pieno è un lusso per tanti.
Per le mie vacanze, la scelta è stata dettata da cause di “assoluta” forza maggiore… Dopo sei anni consecutivi, 'sta volta niente giro estivo in moto. L’inossidabile trip per le due ruote però mi ha accompagnato costantemente, spingendomi a viaggiare con la fantasia ammirando le moto degli altri e il loro modo di interpretare questa straordinaria passione.
Gli “altri” cui mi riferisco sono i motociclisti di una città affascinante a nord della California: San Francisco o, come adorano dire i cattivissimi membri locali degli Hell’s Angels, Frisco.


Qui l’utilizzo della moto sembra molto diffuso, nonostante il clima freddino non sia proprio favorevole. La particolare posizione della città la rende passibile di repentini cambiamenti di clima nell’arco della stessa giornata, anche nel periodo più tiepido dell’anno, ottobre. Di contro la configurazione toponomastica della città, caratterizzata dalle tipiche strade in salita (quelle che migliaia di volte abbiamo ammirato nei film americani, teatro di inseguimenti spettacolari tra sbirri e spacciatori che serpeggiano tra i cable car) scoraggiano l’utilizzo della bicicletta a vantaggio della moto.


Il centro di Frisco brulica di scooterini 50cc (molto diffusa la nuova Vespa, quella senza cambio al manubrio), ma anche di moped accuratamente personalizzati. A Chinatown ho visto circolare molti Piaggio Ciao, diversi dai nostri solo per una fanaleria “maggiorata” e per i pratici portapacchi anteriori.


Capitolo Harley Davidson. Le splendide creature di Milwaukee sono evidentemente diffusissime laggiù, a partire dalle Road King (grazie a Chinaski per la precisazione, nda) del SFPD, la Polizia della città, i cui agenti sono fieri e impeccabili centauri e inflessibili tutori della legge, in particolare del rispetto degli snervanti limiti di velocità e dell’obbligo di indossare il casco. Gli store Harley sono dappertutto (anche in aeroporto) e hanno in catalogo centinaia di articoli e gadget utili e futili, in perfetto stile consumistico yankee. Non so cosa avrei dato per incontrare un banda di harleysti brutti, sporchi e cattivi, ma ho incrociato solo qualche solista o un paio di coppie che andavano a passeggio a Castro.


Nei quartieri bene della città, davanti all’ingresso dei coloratissimi edifici vittoriani ad Alamo Square, ho scovato bellissime moto parcheggiate sottocasa, special su base jap due e quattro cilindri, Guzzi, Ducati, persino una Scrambler simile alla mia, ma anche qualche tipico esempio di moto dai colori kitsch tipica del mercato statunitense.


I biker americano sono mediamente molto più informali rispetto a noi, dello stile non glie ne frega molto. Alcuni customizzatori indipendenti creano stile senza neanche rendersene conto. Non sono tutti fighetti con la moto lucida, le Hogan ai piedi e il casco all’ultima moda.


Solo così si spiega la spontanea eleganza con cui un tizio in sella a una KLR 650, l’instancabile enduro monocilindrica Kawasaki, indossa con indifferenza a Downtown un completo da pista composto da tuta in pelle, stivali SIDI e integrale Shoei.


Per molti di loro la moto è libertà totale. L’esempio più esaltante? Un barbiere alternativo di Haight, a pochi isolati dalla casa dei mitici Grateful Dead, tiene la sua Kawasaki ZR-7 blu proprio dentro la sua bottega, a pochi centimetri da forbici e rasoi e dalla poltrona dove ai suoi clienti offre pelo e contropelo. Il desiderio di tutti noi: avere il proprio bolide sempre a fianco, a casa, in ufficio o in fabbrica…


Il carattere di San Francisco tuttavia è marcatamente ecologista. Così, non è difficile imbattersi in ciclisti irriducibili che ostentano slogan contro lo strapotere dei petrolieri e che convivono malvolentieri con i motori V8 degli enormi SUV Hummer o con i 1700cc dei Twin Cam Harley.


Ho visitato un’altra città americana quest’anno, Honolulu. Ma è un’altra storia.

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