lunedì 8 giugno 2015

#MakeLifeARide Tour: il video


Quella del 10 maggio sarà una giornata da ricordare, il test della nuova BMW R 1200 R l'ha resa speciale. Non solo per la qualità, le prestazioni e il design, ma anche per la cornice di centinaia di moto e di biker presenti alla rotonda sul lago di Albano, a Castel Gandolfo, e per la compagnia di vecchi e nuovi amici e amiche.

Finalmente possiamo ammirare anche il video di #MakeLifeARide Tour: ci siamo anche noi e per ben due volte, addirittura nel finale! Ecco le eccitanti immagini: se dopo averle viste vi verrà voglia di mollare l'ufficio, indossare guanti, casco e paraschiena e mettervi in sella alla nuova BMW R 1200 R, non ci sarà nulla di cui meravigliarsi...

video


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martedì 12 maggio 2015

#MakeLifeARide Tour: test BMW R 1200 R


La domenica di primavera alla rotonda sul lago di Albano è un classico del motociclista romano. Ci trovi le special degli hipster di Roma Nord con il Davida in testa e le supersportive pronto pista dei burini in tuta di pelle. Quando non hai una domenica intera per macinare chilometri, la rotonda di Castelgandolfo è la meta perfetta: aperitivino comodo in tarda mattinata, senza lo stress della levataccia pro trasferte autostradali, i compagni di sgarellate per un paio di curve intorno al lago, la sfilata delle zavorrine da un capo all'altro della rotonda e un tappeto di moto di ogni genere. Un belvedere agli occhi dei “malati” come noi (il tappeto di moto intendo). Insomma, è un luogo dove stazionare con piacere già senza ulteriori attrazioni. Ma se aggiungi la chiamata di BMW Motorrad Italia che ti invita proprio lì a testare la nuova BMW R 1200 R in veste di “blogger”, l’esperienza diventa proprio una vera doppia libidine coi fiocchi! 
Da vecchi marpioni del marketing e da attenti osservatori delle tribù motociclistiche, si sono inventati il #MakeLifeARide Tour, un’occasione speciale, lontana dall’algido parcheggio di una concessionaria e vicina alle curve e agli allunghi spassosi dei Castelli Romani, per provare l’intera gamma BMW Motorrad, comprese le attesissime novità R 1200 RS ed S 1000 XR (che, come mi ha promesso Alessandro Galli di BMW Motorrad Roma, proveremo prossimamente… eheh). 
Tantissima gente affolla l’area allestita da BMW Motorrad e l’organizzazione funziona molto bene: scegli la moto che vuoi provare, ti assegnano un orario in base alla disponibilità e se ne hai bisogno ti danno anche casco, giacca da moto e persino Coca Cola e salatini! 
L’atmosfera, in attesa del proprio turno, è divertente, non si parla che di moto con gente che per le due ruote ha grande passione, si scrutano i dettagli delle demo bike ed intorno è tutto un rombo di moto che sfilano, partono e rientrano. 


Ne approfitto per ammirare l’estetica della nuova R 1200 R, snella e nervosa, proiettata in avanti senza somigliare a un robot giapponese né a un armadillo. Elegante e accattivante insieme. Senza Telelever, che pur le donava una stabilità da treno merci, finalmente la roadster tedesca non è più una moto da funzionario della Bundesbank in impermeabile beige, ma una maxi naked attraente anche per un target più giovane e dinamico. A me sembra un design perfetto per chi cerca il miglior connubio estetico tra sobrietà e dinamismo. La forcella anteriore dorata a steli rovesciati della S 1000 RR (nell’allestimento Dynamic) le dà quel tocco di sportività, così come il bellissimo cerchio posteriore messo in evidenza dal mono braccio. Insospettabile anche il telaio tubolare in acciaio a traliccio sdoppiato.
Si nota subito, ancor prima di mettere in moto, anche il recente boxer raffreddato a liquido, identico a quello montato sulle cugine GS ed RT. 
Tra uno sguardo e l’altro alla R, ho il piacere di conoscere e scambiare quattro chiacchiere con due “esimi colleghi” blogger, Alessandro Narciso di lifestylemotori.it e Patrizio Cacciari di extramoto.it, simpatici e competenti.


Alle 11 tocca a me, finalmente posso pigiare il tastino START sul manubrio della nuova R 1200 R: scelgo la versione con pacchetto Dynamic e la colorazione Thunder Grey metallizzato e telaio nero. Monta persino le amate – odiate borse laterali Touring, che la appesantiscono un po’ nell’estetica, ma che si farebbero apprezzare in viaggio. La chiave non devi più infilarla sul cruscotto, grazie al Keyless Ride basta tenerla in tasca. James Bond ha “divorato” l’ispettore Derrick... I tutor BMW mi spiegano come gestire le sospensioni elettroniche ESA, il Dynamic Traction Control. Seleziono la modalità Road, metto la prima e si va. 
La cosa più impressionante che noto in sella a cotanta tecnologia teutonica è la frenata, di un’efficacia clamorosa. Ancor prima di esagerare, per far entrare in funzione l’ABS (disinseribile), percepisco tutta la sicurezza di un sistema frenante pazzesco, efficiente e facilmente dosabile. 
Altra figata, il cambio elettro assistito Pro: è un videogioco reale! In accelerazione ad esempio, cambi marcia senza mai tirare la frizione e quindi senza mai chiudere il gas! Accoppiato a un’erogazione senza vuoti, fluida e generosa, e con 125 CV sotto il sedere, è davvero super.


Il confort di guida è ottimo, la moto è stabile e la guida precisa. Quando imposto la modalità Dynamic le sospensioni si fanno più rigide. La guida estrema non è pane per i miei denti e passo subito a testare il terzo settaggio elettronico, il Rain, che se arrivi lungo in curva fa intervenire ABS e DTC anche senza la pioggia. Insomma, lo attivi per portarci dietro la nonna in sicurezza a ritirare la pensione.
Mi sono proprio divertito a guidare la nuova R, è elegante da fighetto e puoi parcheggiarla davanti al chioschetto di Ponte Milvio, indossando un abito Brioni e tirandotela alla grande; ma anche cattiva per fare lo sborone e non sfigurare se al semaforo ti affiancano una Speed Triple o una Z1000 minacciose.
Se hai 14.000 euro da spendere in scioltezza o da investire senza rischio svalutazione e nel frattempo vuoi divertirti tra le curve fuoriporta, andare a lavoro in centro tutti i giorni, viaggiare in coppia, parcheggiare davanti al baretto la sera per una birrozza, la nuova BMW R 1200 R, come direbbero ai Castelli Romani, è proprio… ’a moto tua.

Photo gallery

Con Patrizio Cacciari (a destra) di extramoto.it

Con Alesandro Narciso di lifestylemotory.it

Lo splendido cerchio posteriore imbullonato al monobraccio

Il potentissimo sistema frenante a doppio disco delle Brembo

La BMW R 1200 R (a destra) accanto alla "cugina" R nine T

Con Alessandro Galli (al centro) di BMW Motorrad Roma

Il posteriore leggero e spigoloso della R abbracciato dalle borse Touring

La R 1200 R nella versione base, senza forcella anteriore regolabile

Un bel profilo della roadster tedesca con il nuovo boxer raffreddato a liqudo in evidenza

La colorazione Light White con spoiler motore in tinta e telaio Racing Red

Video: le impressioni a caldo dopo il test

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Il video di #MakeLifeARide

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lunedì 9 marzo 2015

Le 14 moto più cool del Motodays 2015


Con questo weekend da gelo siberiano, innanzitutto, tanto di cappello alle centinaia di biker che vedo arrivare in Fiera Roma impavidi, in sella alle loro belve lucidate a puntino, senza timore del gelo e per niente scoraggiati dalla buriana. Grandi. Altro trofeo, in segno di stima e rispetto, ai freestyler che, nell’area esterna della fiera, si esibiscono sulle pedane delle loro moto da cross in acrobazie e giri della morte, incuranti del vento forza 10. Vero pelo sullo stomaco. Infine, ultima medaglia d’oro alle accompagnatrici dei malati di moto: donne e ragazze che si sorbiscono tutto sto carrozzone, di dubbio interesse verso il target femminile, sfoggiando comprensibili volti scuri e annoiati come fossero a una riunione di condominio. Scusateci.


Quest’anno al Motodays non vedo tutte le maggiori case motociclistiche e molte tra quelle presenti sono messe in piedi dai concessionari locali. Anche in quest’ambito, è come se il centro - sud Italia contasse una cifra vicina allo zero per la strategia e l’economia dei marchi top. Idem per i marchi di abbigliamento ed accessori. 
Andiamo con ordine. La moto più bella secondo i miei gusti è esposta, nella versione Lusso, al padiglione 3: è la MV Agusta Turismo Veloce 800. Non ce n’è per nessuno. Stile, arte e qualità tutti italiani. Certo, a caro prezzo.
Non l’avrei detto, insolitamente mi soffermo parecchio tempo all’enorme stand Honda


Mi conquistano ben 4 modelli, maldestramente snobbati dal grosso del pubblico, proiettato quasi del tutto sulla CBR con i colori Repsol di Marquez. In primis il grosso culone dell’’intramontabile Gold Wing. Potrei anche viverci lì sopra, riparandomi nelle valige laterali o nel sottosella, insieme con il passeggero, quando piove. 


Poi la CRF450 Rally guidata da Joan Barreda Bort all’ultima Dakar: ha ancora tracce di sabbia sudamericana nella zona del canotto di sterzo. Orgasmica. Da non perdere anche la Honda SBK di Silvan Guintoli con il n. 1 stampato sulla carena. Mi colpisce un particolare: le tracce di usura sul telaio, appena sopra la pedana destra, provocate probabilmente dallo stivale dell’ex pilota Aprilia, segno ineluttabile di chissà quali test intensivi per mettere a punto la moto prima dell’avvio della stagione. 


Infine, la prima inimitabile versione dell’SH 50, proprio l’originale 2 tempi del 1984: prima pedana piatta tra gli scooter e primo scooter a ruote alte. Icona di design. 


Lo stand Suzuki lo riconosci distante un miglio solo per la colorazione delle nuove GSX-R: la 600, la 750 e la mille, nelle livree 2015, spiccano come evidenziatori Staedtler. 


Ma a dare spettacolo è il “calimero” di Hamamatsu, la Van Van RV125, con i suoi colori fluo anni ’90: la moto ideale da noleggiare in vacanza su un’isola del Mediterraneo.


Le special su base inglesi e bavaresi hanno scocciato. Torno a ripetere, oggi è più cool guidare una Bonneville originale o una R100 dei tempi che furono piuttosto che un accrocco impossibile da rivendere e che dopo 2 mesi ti avrà già stancato e provocato le piaghe al fondoschiena per via di quelle selle dallo spessore millimetrico. Non è solo l’occhio a volere la sua parte… 


Quanto sono belle le nuove Norton, la 961 Sport è un vero sogno. Però posso dire una cosa? La vecchia Commando Fastback è tutta un’altra storia. E ammirare quella sua famigerata leva di avviamento, rea di aver fratturato Dio solo sa quante tibie, ha sempre il suo perché. E poi, sarò di parte, ma le la gamma Triumph Modern Classic resta ancora vincente.
Stand Kawasaki: tutti gli occhi addosso alla Ninja H2R. Ma l’ottantone che c’è in me, ha occhi solo per la W800: bellissima la Black Edition. 


Poi l’apparizione, lo stand Mash, il marchio franco-cinese, distribuito da Fantic Motor, che da qualche mese è sbarcato in Italia con una serie di modelli classici di cilindrata 125 (carinissima la Scrambler), 250 e 400cc. Sono monocilindrici 4 tempi raffreddati ad aria, semplici, leggeri, spartani ma davvero simpatici. Anche se fa sorridere che montino il doppio scarico, pur avendo un solo cilindro, faccio il tifo per loro.


Tra i modelli più ammirati e che hanno visto più sederoni accomodarsi sulla propria sella (compreso quello di Max Giusti, testimonial Motodays) è la KTM Super Adventure 1290. Costosissima, che ci compri un ottimo Mercedes a km zero. Ma il solo udire il rombo ovattato del bicilindrico da 1300cc fa passare ogni perplessità. Gran gran moto.


Altra star del salone è lo (mi raccomando il maschile) Scrambler Ducati. Fatto bene è fatto bene, però sembra esserci più marketing che moto, più prodotto che anima. Sono ancora perplesso e ammetto che non l’ho ancora provata, dunque resta un’impressione persoale. In Ducati comunque sanno come fare le cose a dovere, lo spazio Scrambler è uno dei più carini, colorati e creativi in assoluto. Per questo, trovo giusto fare una breve riflessione davanti al modello originale 450cc, esposto pochi metri più avanti in un esemplare perfetto datato 1973. Non ero ancora nato.


L’ultimo stand da segnalare è quello Yamaha. Qui la regina è la nuova R1, con quel suo musetto da ramarro. E naturalmente c’è anche la MotoGp di Vale. 


Meno affollata di motociclisti della domenica la parte dedicata alle Sport Classic, dove mi godo in tutta serenità la bellissima XJR1300: la colorazione power blu / argento è la morte sue. Moto di sostanza.


Adesso per gustarsi una nuova esposizione c’è da aspettare l’EICMA, sono tanti mesi. Di mezzo ci saranno le stagioni più temperate e straordinarie per gustarsi la moto. Che sia costosissima o economica, special o supersortiva, nuova o usata, blasonata o spartana. Speriamo solo che il mercato motociclistico del 2015 segnerà un bel più, ne beneficerebbe il settore intero, l’indotto e anche l’utenza. Ci sarebbero più soldi, quindi più moto, più modelli nuovi, più raduni. E le nostre chiacchiere da pub e da garage si infarcirebbero di nuovi argomenti che renderebbero quella birretta tra amici ancora più dissetante. Cheers!

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domenica 8 febbraio 2015

Lazio: Lago di Albano e Monte Cavo (RM)


La voglia di fare un giro in moto d’inverno è come voler fumare una sigaretta nella sala d’aspetto di un ospedale. Se proprio non hai alternative, fai una scappatella mordi e fuggi alla finestra del bagno e un paio di tiri allontanano la scimmia. Nei giorni più freddi dell’anno, tra temporali, neve o buriana, stai lì con l’app del meteo sempre aperta sullo smartphone. Appena Giove Pluvio concede una piccola tregua, accendi la moto e ti fiondi dentro quella finestrella di sole che scalda i polmoni come 2 tiri di Camel senza filtro.
Fino ad ora ho sempre cercato di viaggiare verso luoghi affascinanti e poco battuti. Oggi, mi sono lasciato convincere dai saggi: non è la meta, ma il tragitto. E gli occhi con cui ti guardi intorno.


5 gradi centigradi, abbigliamento invernale full con imbottiture complete. Partenza da Frascati, dove c’è un traffico che pare la Casilina all’ora di punta, bypassata alla velocità della luce manco fosse un lazzaretto (occhio agli autovelox tutti intorno). Passo l’osservatorio astronomico, salgo un po’ di altitudine e in poco più di 10 chilometri di curve mi godo la tripletta Monte Porzio Catone, Montecompatri e Rocca Priora. Il freddo della notte scorsa è ancora percepibile e le curve non soleggiate presentano strisce di ghiaccio da cui tenere lontane le ruote della Triumph e contro cui moderare l’angolo di inclinazione della moto e di rotazione del polso destro.
Torno giù sulla SS215, lunga e rettilinea, fino a Grottaferrata, alla ricerca di una chiesa greco-ortodossa dove vorrei lasciare qualche preghiera. Trovo invece l’abbazia di San Nilo e, poco distante, un graditissimo chiosco di pane e porchetta, perfetto per una genuina merenda a km zero.


Non so se prima che il sole tramonti riuscirò a visitare tutte le località dei Castelli Romani che mi ero prefissato. Tuttavia sono determinato a guidare lungo le curve che portano a una cima molto conosciuta nella zona, Monte Cavo. Ora però ho freddo e voglia di godermi il tepore del clima temperato tipico delle regioni lacustri. Punto il muso della Scrambler verso sud, passo Marino e, non appena metto le ruote sulla via dei laghi che costeggia il celebre Lago di Albano, il termometro inizia subito a salire. Mi fermo su uno spiazzo panoramico, tolgo guanti, casco e passamontagna, allento le zip della giacca e scatto un paio di foto. Adoro l’effetto tepore del sole che attraversa gli abiti fino alle ossa. Ci sono bellissime ville che affacciano sul lago quaggiù. Sento l’aria buona, di tutt’altra composizione rispetto a quella capitolina, intrisa di CO2. I polmoni ringraziano. 


La via dei laghi è una bella strada panoramica, va percorsa in senso orario, per gustare gli spazi di cielo, verde, acqua e paesini arroccati che si intravedono tra gli alberi. 
Percorsi 5 chilometri, inforco il bivio a sinistra per Rocca di Papa, alla ricerca delle indicazioni per Monte Cavo che non riesco a vedere. Mi ritrovo in paese. Alla rotonda ammiro un bel murales motoristico dedicato alla Cronoscalata Vermicino – Rocca di Papa. Ho sempre adorato questo tipo di corse, ripenso alla Cronoscalata dell’Etna e a quanto mi mancano quei pomeriggi di domenica, accampato sui muretti delle curve sopra Nicolosi, con la pagina Motori de La Sicilia tra le mani per seguire l’ordine di partenza dei partecipanti, aspettando l’imbattibile Osella bianca di Cassibba.


Nessuno in giro a cui chiedere indicazioni, nessuna segnaletica per Monte Cavo. Continuo a salire e, non so come, becco una stradina in mezzo ai boschi che si inerpica verso l’alto. Giro qualche video con la mia Canon, pensando già a un bel montaggio da pubblicare sul blog, ancora ignaro del pasticcio che sto memorizzando sulla scheda SD della videocamera. I colori invernali mi circondano, la natura è straordinaria, il fruscio del vento tra le chiome degli alberi fa da colonna sonora ed è l’unico suono che preferisco al rombo della Scrambler.
Andando ancora su, vado a finire in pieno territorio militare: cartelli minacciosi fanno la loro comparsa ai margini della stretta carreggiata, intravedo una caserma dell’Aeronautica e intuisco che non è certo questa la via che cercavo. Faccio un cenno distensivo ai militari che da dietro le tendine mi fulminano con gli occhi: “Ca**o è venuto a fare quassù sto matto?”, si staranno (giustamente) domandando.
Torno verso il paese ripassando da dove ero arrivato, finché, lungo la SR218, finalmente individuo il bivio che mi condurrà alla vetta del monte. Nota: domani prenotare visita oculistica.


Come prevedevo la via Scalette, da sola, ha subito messo in secondo piano il piacere di guida goduto lungo le strade dei Castelli Romani. Quando intorno ho boschi fitti come la nebbia e viaggio lungo strade isolate, sopra un asfalto abraso e malconcio, con la luce del sole calante che mi scalda il volto attraverso la visiera, raggiungo il karma motociclistico. Non c’è yoga che tenga. Cinque chilometri e mezzo di curve, da gustare lentamente in seconda e terza marcia, che sembrano condurre in paradiso. Esperienza che consiglio caldamente a tutti i biker che non avessero ancora annoverato questo percorso tra quelli battezzati in sella alla propria morosa. Persino Luigi Pirandello amò questi luoghi: qui si ispirò per scrivere una delle sue opere. Lo immagino, nelle giornate più limpide, ammirare da quassù l’incantevole vista delle isole ponziane, dei laghi laziali, delle cime appenniniche limitrofe. Poesia vera.
La cima del Monte Cavo oggi è un ammasso di tralicci e antenne che illuminano Roma e dintorni di segnali telefonici, radio e tv. Non piacciono tanto alla popolazione locale né onorano l’illustre storia del mitico tempio di Iuppiter Latiaris, oggi incredibilmente in stato di abbandono.
Sono appagato, tronfio di curve e panorami, di allunghi, staccate e derapate. Per chiudere in bellezza questo bel giro in moto serve solo un buon the caldo delle cinque. Costeggiando ancora il Lago di Albano, questa volta lungo il quadrante sud, vado a gustarmelo al tavolo di un bar di Castel Gandolfo, cittadina ormai inaccessibile anche alle moto. Per accedere al centro storico e visitare la piazza che ospita la sede di villeggiatura estiva del Papa, occorre parcheggiare e proseguire a piedi. Giusto così.


Come dicevo, oggi per tutto il tragitto ho girato invano video pazzeschi. Ecco perché questa volta non trovate foto dinamiche. Tornato a casa, gasato come un bimbo e smanioso di rivedere le immagini, scopro l’inghippo: avevo impostato la risoluzione a 320x240px, per vederle servirebbe il microscopio. L’urlo che ne è scaturito è paragonabile solo al celebre dipinto di Munch. Lo sapesse chi penso io, sarei rovinato. Mi rifarò alla prossima, un motivo in più per iniziare a progettare la prossima meta.

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Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 8 euro, panino con porchetta e cicoria 5 euro.
Chilometri percorsi: 55

Itinerario su Google Maps:




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domenica 18 gennaio 2015

I love Dakar



Non ho mai nascosto la mia grande passione per la Dakar, una corsa incredibile, ricca di tradizione, costellata di eventi spesso tragici e di colpi di scena, un evento motoristico al top per piloti, mezzi e investimenti in campo. La Dakar a me basterebbe ammirarla anche solo da bordo pista, dalla partenza o all'arrivo, ai check point o curiosando tra i garage improvvisati tra la polvere del bivacco. Un sogno che, come tanti, spero prima o poi di realizzare. Ammiro tantissimo la gente ordinaria che investe i propri risparmi per partecipare alla corsa sudamericana (soprattutto in moto, naturalmente): piloti normali che non sono campioni, nè top rider di squadre ufficiali, gente che durante il resto dell'anno lavora come meccanico, impiegato o professionista e che a gennaio si ricopre di sabbia e fango in sella a un endurona, tentando di azzeccare la rotta giusta sul roadbook e orientandosi con bussola e posizione del sole. E a cui basta solo arrivare al traguardo finale, strafottendosene del general ranking e dei main sponsor.
Il fascino della Dakar sta anche nella sua insolita dimensione temporale. In Europa le notizie e gli aggiornamenti sulla gara arrivano sugli smartphone in giorni e orari ben lontani dal canonico weekend e dai TG della sera. Mentre sei a lavoro senti un avviso dal telefonino e dall'app della gara speri di ottenere buone notizie sui tuoi piloti preferiti, sui distacchi e sugli italiani in corsa.

Il plurivincitore della Dakar, Marc Coma doma l'invincibile KTM.
Fonte: Marc Coma Official Facebook

L'edizione appena conclusa ha continuato a confermare lo strapotere della KTM, grazie all'incredibile esperienza di Marc Coma, uno che secondo me è più capace di saper andar piano al momento giusto piuttosto che spingere sempre a ogni costo. Probabilmente è su questo che Barreda Bort ha perso la sua chance di vittoria. La squadra austriaca non sembra avere avversari: Yamaha si è affievolita, Honda è vicinissima ma non ancora affidabile, le altre case non investono, forse per timore di accostare il proprio brand a una gara famigerata per le vittime mietute ahimè annualmente. 
Il timore è che, a causa degli investimenti massicci dei principali team e sponsor, anche la Dakar si stia - mi sia concesso il termine - formulaunizzando. Rischia di diventare prevedibile come il circus di Ecclestone o come la MotoGP. Lo confermano pure i risultati delle categorie auto, con il dominio di Mini, e camion, con gli inarrestabili russi della Kamaz, veloci e potenti come un Mig. 
Alcuni aspetti della Dakar mi lasciano perplesso. Ad esempio il fatto che vecchi leoni delle due ruote come Peterhansel, Roma o Despres a un certo punto passino alle 4 ruote. Sarebbe più sensato che si dedicassero al lavoro di team manager o di talent scout per trasmettere la propria esperienza a giovani centauri. Mi danno l'idea di ex ormai bolliti che non abbiano più il fegato di rischiare in sella a un bicilindrico su ruote tassellate. 
Oppure la scelta un po' forzata di puntare con insistenza i riflettori su Laia Sanz, la sorprendente pilota spagnola entrata in top 10, surclassando centauri uomini dal palmares di tutto rispetto. Brava è brava. Aiutata certo dalla Honda, che le ha fornito un mezzo e un'assistenza di prim'ordine. Ma la mia idea è che il suo successo sia una manovra di marketing dettata dall'esigenza dell'organizzazione di allettare nuovi target e nuovi sponsor.

Alessandro Botturi con la sua Yamaha. Fonte: Alessandro Botturi Offical Facebook.

Scandaloso in Italia è che i principali canali di informazione TV non dedichino adeguato spazio alla Dakar, mentre non manchino mai di rompere con il calcio, moviole, processi e arbitri cornuti. Eppure anche quest'anno in gara correvano piloti italiani. Gran peccato per l'uscita di Botturi, che avrebbe potuto centrare il target della top 10; bravissimo Ceci, 14° in classifica generale; e tanto di cappello a Brioschi, Toia e Casuccio, ai quali offrirei volentieri una birra in cambio di qualche aneddoto dal sudamerica...
La Dakar, ne avevo scritto anche in passato, è da pelle d'oca perché fa' tornare bambini, ai tempi di Thierry Sabine, di Cyril Neveu sulla Yamaha XT500, di Gaston Raiher sulla Porsche 911, di Edi Orioli sulla Cagiva Lucky Strike. E del compianto Fabrizio Meoni, indimenticabile campione italiano, simbolo del rally raid più affascinante della storia.
Per il resto dell'anno continuerò a sognare di planare sulla sabbia del deserto, in piedi sulle pedane, a bordo di una Honda XL600 Paris Dakar rossa bianca e blu. In attesa della prossima edizione, in attesa di realizzare, un giorno, il sogno di viverla direttamente sulle strade polverose di Argentina, Bolivia e Cile.


Foto di apertura: Dakar Official Facebook

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domenica 4 gennaio 2015

Sicilia: Etna, da Ragalna ad Adrano in Vespa


Si è avverato ciò che temevo. Avevo questa sensazione già dallo scorso Natale. Ho impiegato dodici mesi per trovare tempo da dedicare a un giretto in moto. Scandaloso. Di nuovo è accaduto qui, alle falde di quella che i catanesi chiamano “a’ muntagna”, il tanto amato vulcano Etna. Ed è stato possibile grazie alla mia fedele Vespa indiana, il Bajaj Chetak verde del ’98, partita al primo colpo dopo un anno di fermo.
Il 2014 è stato ricco di fatiche ed emozioni in vari ambiti della vita e avaro di domeniche, ponti o ferie da dedicare alla moto. Per fortuna salgo sulla generosa sella biposto con bordino bianco della Scrambler ogni giorno per andare a lavoro. Mi consolo sulle curve della “panoramica” di Roma, che, in mancanza d’altro, regalano piccole iniezioni urbane di adrenalina motociclistica.
Finalmente si va: mezza giornata tutta per me, miscela appena fatta, una mite mattinata siciliana di dicembre. Tocca a me. È ora di rilanciare la accoppiata Vespa – Etna, portafortuna per l’anno che verrà.  
Le strade asfaltate etnee che conosco meno si snodano tra i quadranti sud ovest e nord-ovest. Così comincio a scoprirne una prima fetta partendo da Ragalna, tranquillo paesino immerso nel parco naturale del vulcano. La via Bosco, costellata di villette e seconde case dei locali, mi conduce presto fino al “giallo” della flora etnea e dei tanti campi coltivati a frutteto. Da queste parti crescono le profumatissime e dolcissime mele dell’Etna. Altro che Melinda.



Pochi chilometri ed eccomi sulla strada Milia. Se andassi a destra arriverei alla favolosa SP 92 che porta fino a Rifugio Sapienza, questa volta però guiderò verso nord ovest e, se non farà troppo freddo, forse mi spingerò fino a Bronte.
Anche oggi l’abbigliamento è rimediato: cargo pants, Red Wings boots, K-Way imbottito con cappuccio, casco jet con visiera e sciarpa di lana di mio suocero. Ma stavolta da Roma ho portato con me sottotuta Tucano Urbano, guanti in pelle e sottocasco Dainese. 
I primi chilometri della strada Milia sono tutt’altro che ricchi di curve, solo qualche semplice tornante. La carreggiata è stretta, l’asfalto è un patchwork di materiali, colori, annate e strati diversi. Occorre stare sempre in allerta e mantenersi quanto più vicini al margine destro della propria corsia, specie incrociando altri veicoli. Incontro tanti contadini, a bordo di vecchie Uno o Tipo, di ritorno dai propri frutteti, qualche Ape Piaggio 500, qualche 16enne smanettone su 2 tempi elaborato, probabilmente proveniente da Santa Maria di Licodia, Belpasso o Biancavilla, località a forte vocazione motoristica.
Non esistono molte indicazioni stradali, all’occorrenza mi oriento con Google Maps finché la batteria dell’iPhone non muore. L’ho stressato parecchio stamattina, è la prima volta che, insieme alle foto, decido di allegare a questo racconto anche un breve video. Il risultato potete giudicarlo qui sotto. 



Una decina scarsa di chilometri e arrivo a un bivio più vistoso, su cui campeggia una scultura di pietra con incisa la scritta “Benvenuti nel Parco dell’Etna”. Mi fermo e faccio conoscenza con un gruppo di ragazzi arrivati da Catania a bordo di un furgone ricoperto di sticker e stipato di MTB super tecniche attrezzate di tutto punto. Sono pronti a pedalare in offroad, li ammiro. Io rimetto in moto e decido di prendere il bivio a destra, continuando a salire di altitudine. Non so se è la direzione giusta, ma perdersi in questi luoghi silenziosi e semideserti è sempre speciale. Le curve sono più impegnative, il mono della Vespa gira che è una meraviglia, il cambio lavora sodo: progressione e scalata, seconda – clack – terza – clack – seconda. Uno sballo. Quattro chilometri circa e la strada asfaltata termina in un grande parcheggio con qualche auto in sosta. Senza saperlo sono arrivato all’accesso di Monte Intraleo, celebre punto di partenza di scarpinate super panoramiche per appassionati di trekking, 1500 mt di altitudine. Per un attimo mi rivedo in divisa da lupetto, zaino in spalla, quando mi arrampicavo tra i sentieri in testa alla sestiglia dei Pezzati. Lupi del nostro… meglio!


È il momento della discesa, una lotta continua tra uomo e Vespa, assetto, telaio, diametro delle ruote, manubrio e freni. Andatura frizzatina vuol dire affrontare le curve in posizioni di guida da equilibrista, lontanamente somiglianti a quelle dei co-piloti di sidecar da corsa all’Isola di Mann: sembra di fare yoga con uno scooter al poso del tappetino… La “calata” mi fa sorridere e sprizzare entusiasmo, tanto da non irritarmi nemmeno quando un rovo, sporgente dal margine destro della strada, mi affetta letteralmente la manica destra del K-Way all’uscita cieca di una curva veloce. Un “tatuaggio” naturale che mi farà sempre pensare a questo tragitto.
Con il navigatore andato e in assenza di indicazioni stradali, seguo l’intuito e continuo a scendere di altitudine. Non so se come previsto sbucherò a Biancavilla, ho la sensazione di trovarmi oltre. Per di più  ho ampiamente superato il limite orario prefissato: l’ora di pranzo è bella che andata… Rimanderò la visita a Bronte e al fronte nord ovest alla prossima occasione. 
La frizzantezza dell’aria dei 1500 mt si smorza, gli edifici si fanno sempre più frequenti, salta fuori il profilo di un paese e finalmente il cartello bianco a caratteri neri “Benvenuti ad Adrano, Comune dell’Etna”. 
Prima di immettermi sullo scorrimento veloce SS121 verso Catania, al primo bar chiedo il favore di poter ricaricare lo smart phone quel tanto che basta per avvisare del mega ritardo a pranzo. Sarà una merenda. Da dietro il bancone il gestore adranita del bar ironicamente mi apostrofa: “E ju unn’i pigghiu 50 euro di corrente elettrica?”. Capisco al volo, acquisto una confezione di torroncini al pistacchio e l’impasse è superata. 
Visitare l’Etna, anche solo in parte e per mezza giornata, è come immergersi in una fonte di energia naturale, come fare i bagni alle terme o lanciarsi dal ponte con l’elastico ai piedi. Benessere e insieme euforia. Il magnetismo del vulcano può esercitare una funzione positiva eccezionale. Per me poi, viverla in sella è ancora più da sballo, una meta da consigliare a chiunque voglia rifarsi gli occhi (e il palato), rilassare la mente, rigenerare lo spirito. 

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Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 5 euro, torroncini 7 euro (200 gr).
Chilometri percorsi: 30 

Itinerario su Google Maps:



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mercoledì 23 luglio 2014

Hevik ci vuole bene

Fonte: hevik.it

La settimana scorsa ho ricevuto un bel pacco a domicilio e pensavo fosse una bomba spedita da un bmwista o una cucciolata di bastardini inviata dal canile municipale. Poggiando l'orecchio accanto allo scatolone non ho sentito né strani ticchettii né latrati sospetti. Con somma sorpresa il pacco era un gentile omaggio di Hevik, il celebre marchio di abbigliamento moto, dedicato a chi non può fare a meno del proprio "cancello" e vuole vivere la sua passione in libertà e sicurezza, contenente un sacco di roba: ogni biker desidererebbe riceverne uno. La reazione è stata quella di un bambino di oggi di fronte a un iPhone e di un bambino di ieri di fronte alla stazione dei pompieri Lego.
Dentro il pacco ho trovato innanzitutto un bel casco verde militare opaco, l'HHV9FGRST - green star, demi-jet in materiale termoplastico con interni removibili e in tessuto anallergico. Carino, leggero e dal costo accessibile. Perfetto per un utilizzo urbano durante il periodo estivo. Non si arrabbino i gentilissimi ragazzi di Hevik, ma il verde militare con la mia Triumph bianca e rossa stona un bel po'. Inoltre la taglia mi andava un po' larga, così ho pensato bene di regalare il casco al mio amico Marcello detto "Jacuzzi", che col suo Burgman percorre il GRA di Roma almeno 2 volte al giorno e aveva proprio bisogno di rimpiazzare il suo vecchio desueto Momo Design con un modello più trendy, nuovo e sicuro. "Jacuzzi" ringrazia!

Fonte: hevik.it

Il secondo omaggio ricevuto è una bella t-shirt nera da motociclista puro, la HTS100. In questo caso la misura era perfetta e ho persino trovato la personalizzazione "Follow me on Conlamoto.it". Forte! Purtroppo però il colore scuro della stampa personalizzata non risalta a sufficienza sul nero della t-shirt. Poco male, una maglia Hevik, robusta e confortevole, da indossare sotto la giacca di pelle, torna utilissima.

Fonte: hevik.it

Ultimo cadeau della Hevik, uno scaldacollo total black, meglio definito tubolar scarf, accessorio sempre utile. Per lo stile british della mia Triumph sarebbe stato perfetto il modello HAC218 con la union jack (foto qui sotto),  ma non esageriamo: a caval donato non si guarda in bocca.

Fonte: hevik.it

Grazie a Hevik per aver condiviso, con me e gli altri moto blogger italiani, la qualità dei suoi prodotti. Al prossimo giro in moto porterò sicuramente un capo Hevik, insieme ai miei orpelli e amuleti vari, così avrò ancora più "Style and protection"!

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