domenica 8 febbraio 2015

Lazio: Lago di Albano e Monte Cavo (RM)


La voglia di fare un giro in moto d’inverno è come voler fumare una sigaretta nella sala d’aspetto di un ospedale. Se proprio non hai alternative, fai una scappatella mordi e fuggi alla finestra del bagno e un paio di tiri allontanano la scimmia. Nei giorni più freddi dell’anno, tra temporali, neve o buriana, stai lì con l’app del meteo sempre aperta sullo smartphone. Appena Giove Pluvio concede una piccola tregua, accendi la moto e ti fiondi dentro quella finestrella di sole che scalda i polmoni come 2 tiri di Camel senza filtro.
Fino ad ora ho sempre cercato di viaggiare verso luoghi affascinanti e poco battuti. Oggi, mi sono lasciato convincere dai saggi: non è la meta, ma il tragitto. E gli occhi con cui ti guardi intorno.


5 gradi centigradi, abbigliamento invernale full con imbottiture complete. Partenza da Frascati, dove c’è un traffico che pare la Casilina all’ora di punta, bypassata alla velocità della luce manco fosse un lazzaretto (occhio agli autovelox tutti intorno). Passo l’osservatorio astronomico, salgo un po’ di altitudine e in poco più di 10 chilometri di curve mi godo la tripletta Monte Porzio Catone, Montecompatri e Rocca Priora. Il freddo della notte scorsa è ancora percepibile e le curve non soleggiate presentano strisce di ghiaccio da cui tenere lontane le ruote della Triumph e contro cui moderare l’angolo di inclinazione della moto e di rotazione del polso destro.
Torno giù sulla SS215, lunga e rettilinea, fino a Grottaferrata, alla ricerca di una chiesa greco-ortodossa dove vorrei lasciare qualche preghiera. Trovo invece l’abbazia di San Nilo e, poco distante, un graditissimo chiosco di pane e porchetta, perfetto per una genuina merenda a km zero.


Non so se prima che il sole tramonti riuscirò a visitare tutte le località dei Castelli Romani che mi ero prefissato. Tuttavia sono determinato a guidare lungo le curve che portano a una cima molto conosciuta nella zona, Monte Cavo. Ora però ho freddo e voglia di godermi il tepore del clima temperato tipico delle regioni lacustri. Punto il muso della Scrambler verso sud, passo Marino e, non appena metto le ruote sulla via dei laghi che costeggia il celebre Lago di Albano, il termometro inizia subito a salire. Mi fermo su uno spiazzo panoramico, tolgo guanti, casco e passamontagna, allento le zip della giacca e scatto un paio di foto. Adoro l’effetto tepore del sole che attraversa gli abiti fino alle ossa. Ci sono bellissime ville che affacciano sul lago quaggiù. Sento l’aria buona, di tutt’altra composizione rispetto a quella capitolina, intrisa di CO2. I polmoni ringraziano. 


La via dei laghi è una bella strada panoramica, va percorsa in senso orario, per gustare gli spazi di cielo, verde, acqua e paesini arroccati che si intravedono tra gli alberi. 
Percorsi 5 chilometri, inforco il bivio a sinistra per Rocca di Papa, alla ricerca delle indicazioni per Monte Cavo che non riesco a vedere. Mi ritrovo in paese. Alla rotonda ammiro un bel murales motoristico dedicato alla Cronoscalata Vermicino – Rocca di Papa. Ho sempre adorato questo tipo di corse, ripenso alla Cronoscalata dell’Etna e a quanto mi mancano quei pomeriggi di domenica, accampato sui muretti delle curve sopra Nicolosi, con la pagina Motori de La Sicilia tra le mani per seguire l’ordine di partenza dei partecipanti, aspettando l’imbattibile Osella bianca di Cassibba.


Nessuno in giro a cui chiedere indicazioni, nessuna segnaletica per Monte Cavo. Continuo a salire e, non so come, becco una stradina in mezzo ai boschi che si inerpica verso l’alto. Giro qualche video con la mia Canon, pensando già a un bel montaggio da pubblicare sul blog, ancora ignaro del pasticcio che sto memorizzando sulla scheda SD della videocamera. I colori invernali mi circondano, la natura è straordinaria, il fruscio del vento tra le chiome degli alberi fa da colonna sonora ed è l’unico suono che preferisco al rombo della Scrambler.
Andando ancora su, vado a finire in pieno territorio militare: cartelli minacciosi fanno la loro comparsa ai margini della stretta carreggiata, intravedo una caserma dell’Aeronautica e intuisco che non è certo questa la via che cercavo. Faccio un cenno distensivo ai militari che da dietro le tendine mi fulminano con gli occhi: “Ca**o è venuto a fare quassù sto matto?”, si staranno (giustamente) domandando.
Torno verso il paese ripassando da dove ero arrivato, finché, lungo la SR218, finalmente individuo il bivio che mi condurrà alla vetta del monte. Nota: domani prenotare visita oculistica.


Come prevedevo la via Scalette, da sola, ha subito messo in secondo piano il piacere di guida goduto lungo le strade dei Castelli Romani. Quando intorno ho boschi fitti come la nebbia e viaggio lungo strade isolate, sopra un asfalto abraso e malconcio, con la luce del sole calante che mi scalda il volto attraverso la visiera, raggiungo il karma motociclistico. Non c’è yoga che tenga. Cinque chilometri e mezzo di curve, da gustare lentamente in seconda e terza marcia, che sembrano condurre in paradiso. Esperienza che consiglio caldamente a tutti i biker che non avessero ancora annoverato questo percorso tra quelli battezzati in sella alla propria morosa. Persino Luigi Pirandello amò questi luoghi: qui si ispirò per scrivere una delle sue opere. Lo immagino, nelle giornate più limpide, ammirare da quassù l’incantevole vista delle isole ponziane, dei laghi laziali, delle cime appenniniche limitrofe. Poesia vera.
La cima del Monte Cavo oggi è un ammasso di tralicci e antenne che illuminano Roma e dintorni di segnali telefonici, radio e tv. Non piacciono tanto alla popolazione locale né onorano l’illustre storia del mitico tempio di Iuppiter Latiaris, oggi incredibilmente in stato di abbandono.
Sono appagato, tronfio di curve e panorami, di allunghi, staccate e derapate. Per chiudere in bellezza questo bel giro in moto serve solo un buon the caldo delle cinque. Costeggiando ancora il Lago di Albano, questa volta lungo il quadrante sud, vado a gustarmelo al tavolo di un bar di Castel Gandolfo, cittadina ormai inaccessibile anche alle moto. Per accedere al centro storico e visitare la piazza che ospita la sede di villeggiatura estiva del Papa, occorre parcheggiare e proseguire a piedi. Giusto così.


Come dicevo, oggi per tutto il tragitto ho girato invano video pazzeschi. Ecco perché questa volta non trovate foto dinamiche. Tornato a casa, gasato come un bimbo e smanioso di rivedere le immagini, scopro l’inghippo: avevo impostato la risoluzione a 320x240px, per vederle servirebbe il microscopio. L’urlo che ne è scaturito è paragonabile solo al celebre dipinto di Munch. Lo sapesse chi penso io, sarei rovinato. Mi rifarò alla prossima, un motivo in più per iniziare a progettare la prossima meta.

Lascia il tuo commento al post

Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 8 euro, panino con porchetta e cicoria 5 euro.
Chilometri percorsi: 55

Itinerario su Google Maps:




Torna alla HOME 
Vai agli ITINERARI
Vai alle INTERVISTE 
Vai agli 
SPECIALI
Vai alle CHART
Seguici anche su Facebook, Twitter e YouTube

domenica 18 gennaio 2015

I love Dakar



Non ho mai nascosto la mia grande passione per la Dakar, una corsa incredibile, ricca di tradizione, costellata di eventi spesso tragici e di colpi di scena, un evento motoristico al top per piloti, mezzi e investimenti in campo. La Dakar a me basterebbe ammirarla anche solo da bordo pista, dalla partenza o all'arrivo, ai check point o curiosando tra i garage improvvisati tra la polvere del bivacco. Un sogno che, come tanti, spero prima o poi di realizzare. Ammiro tantissimo la gente ordinaria che investe i propri risparmi per partecipare alla corsa sudamericana (soprattutto in moto, naturalmente): piloti normali che non sono campioni, nè top rider di squadre ufficiali, gente che durante il resto dell'anno lavora come meccanico, impiegato o professionista e che a gennaio si ricopre di sabbia e fango in sella a un endurona, tentando di azzeccare la rotta giusta sul roadbook e orientandosi con bussola e posizione del sole. E a cui basta solo arrivare al traguardo finale, strafottendosene del general ranking e dei main sponsor.
Il fascino della Dakar sta anche nella sua insolita dimensione temporale. In Europa le notizie e gli aggiornamenti sulla gara arrivano sugli smartphone in giorni e orari ben lontani dal canonico weekend e dai TG della sera. Mentre sei a lavoro senti un avviso dal telefonino e dall'app della gara speri di ottenere buone notizie sui tuoi piloti preferiti, sui distacchi e sugli italiani in corsa.

Il plurivincitore della Dakar, Marc Coma doma l'invincibile KTM.
Fonte: Marc Coma Official Facebook

L'edizione appena conclusa ha continuato a confermare lo strapotere della KTM, grazie all'incredibile esperienza di Marc Coma, uno che secondo me è più capace di saper andar piano al momento giusto piuttosto che spingere sempre a ogni costo. Probabilmente è su questo che Barreda Bort ha perso la sua chance di vittoria. La squadra austriaca non sembra avere avversari: Yamaha si è affievolita, Honda è vicinissima ma non ancora affidabile, le altre case non investono, forse per timore di accostare il proprio brand a una gara famigerata per le vittime mietute ahimè annualmente. 
Il timore è che, a causa degli investimenti massicci dei principali team e sponsor, anche la Dakar si stia - mi sia concesso il termine - formulaunizzando. Rischia di diventare prevedibile come il circus di Ecclestone o come la MotoGP. Lo confermano pure i risultati delle categorie auto, con il dominio di Mini, e camion, con gli inarrestabili russi della Kamaz, veloci e potenti come un Mig. 
Alcuni aspetti della Dakar mi lasciano perplesso. Ad esempio il fatto che vecchi leoni delle due ruote come Peterhansel, Roma o Despres a un certo punto passino alle 4 ruote. Sarebbe più sensato che si dedicassero al lavoro di team manager o di talent scout per trasmettere la propria esperienza a giovani centauri. Mi danno l'idea di ex ormai bolliti che non abbiano più il fegato di rischiare in sella a un bicilindrico su ruote tassellate. 
Oppure la scelta un po' forzata di puntare con insistenza i riflettori su Laia Sanz, la sorprendente pilota spagnola entrata in top 10, surclassando centauri uomini dal palmares di tutto rispetto. Brava è brava. Aiutata certo dalla Honda, che le ha fornito un mezzo e un'assistenza di prim'ordine. Ma la mia idea è che il suo successo sia una manovra di marketing dettata dall'esigenza dell'organizzazione di allettare nuovi target e nuovi sponsor.

Alessandro Botturi con la sua Yamaha. Fonte: Alessandro Botturi Offical Facebook.

Scandaloso in Italia è che i principali canali di informazione TV non dedichino adeguato spazio alla Dakar, mentre non manchino mai di rompere con il calcio, moviole, processi e arbitri cornuti. Eppure anche quest'anno in gara correvano piloti italiani. Gran peccato per l'uscita di Botturi, che avrebbe potuto centrare il target della top 10; bravissimo Ceci, 14° in classifica generale; e tanto di cappello a Brioschi, Toia e Casuccio, ai quali offrirei volentieri una birra in cambio di qualche aneddoto dal sudamerica...
La Dakar, ne avevo scritto anche in passato, è da pelle d'oca perché fa' tornare bambini, ai tempi di Thierry Sabine, di Cyril Neveu sulla Yamaha XT500, di Gaston Raiher sulla Porsche 911, di Edi Orioli sulla Cagiva Lucky Strike. E del compianto Fabrizio Meoni, indimenticabile campione italiano, simbolo del rally raid più affascinante della storia.
Per il resto dell'anno continuerò a sognare di planare sulla sabbia del deserto, in piedi sulle pedane, a bordo di una Honda XL600 Paris Dakar rossa bianca e blu. In attesa della prossima edizione, in attesa di realizzare, un giorno, il sogno di viverla direttamente sulle strade polverose di Argentina, Bolivia e Cile.


Foto di apertura: Dakar Official Facebook

Lascia il tuo commento al post

Torna alla HOME 
Vai agli ITINERARI
Vai alle INTERVISTE 
Vai agli 
SPECIALI
Vai alle CHART
Seguici anche su Facebook, Twitter e YouTube

domenica 4 gennaio 2015

Sicilia: Etna, da Ragalna ad Adrano in Vespa


Si è avverato ciò che temevo. Avevo questa sensazione già dallo scorso Natale. Ho impiegato dodici mesi per trovare tempo da dedicare a un giretto in moto. Scandaloso. Di nuovo è accaduto qui, alle falde di quella che i catanesi chiamano “a’ muntagna”, il tanto amato vulcano Etna. Ed è stato possibile grazie alla mia fedele Vespa indiana, il Bajaj Chetak verde del ’98, partita al primo colpo dopo un anno di fermo.
Il 2014 è stato ricco di fatiche ed emozioni in vari ambiti della vita e avaro di domeniche, ponti o ferie da dedicare alla moto. Per fortuna salgo sulla generosa sella biposto con bordino bianco della Scrambler ogni giorno per andare a lavoro. Mi consolo sulle curve della “panoramica” di Roma, che, in mancanza d’altro, regalano piccole iniezioni urbane di adrenalina motociclistica.
Finalmente si va: mezza giornata tutta per me, miscela appena fatta, una mite mattinata siciliana di dicembre. Tocca a me. È ora di rilanciare la accoppiata Vespa – Etna, portafortuna per l’anno che verrà.  
Le strade asfaltate etnee che conosco meno si snodano tra i quadranti sud ovest e nord-ovest. Così comincio a scoprirne una prima fetta partendo da Ragalna, tranquillo paesino immerso nel parco naturale del vulcano. La via Bosco, costellata di villette e seconde case dei locali, mi conduce presto fino al “giallo” della flora etnea e dei tanti campi coltivati a frutteto. Da queste parti crescono le profumatissime e dolcissime mele dell’Etna. Altro che Melinda.



Pochi chilometri ed eccomi sulla strada Milia. Se andassi a destra arriverei alla favolosa SP 92 che porta fino a Rifugio Sapienza, questa volta però guiderò verso nord ovest e, se non farà troppo freddo, forse mi spingerò fino a Bronte.
Anche oggi l’abbigliamento è rimediato: cargo pants, Red Wings boots, K-Way imbottito con cappuccio, casco jet con visiera e sciarpa di lana di mio suocero. Ma stavolta da Roma ho portato con me sottotuta Tucano Urbano, guanti in pelle e sottocasco Dainese. 
I primi chilometri della strada Milia sono tutt’altro che ricchi di curve, solo qualche semplice tornante. La carreggiata è stretta, l’asfalto è un patchwork di materiali, colori, annate e strati diversi. Occorre stare sempre in allerta e mantenersi quanto più vicini al margine destro della propria corsia, specie incrociando altri veicoli. Incontro tanti contadini, a bordo di vecchie Uno o Tipo, di ritorno dai propri frutteti, qualche Ape Piaggio 500, qualche 16enne smanettone su 2 tempi elaborato, probabilmente proveniente da Santa Maria di Licodia, Belpasso o Biancavilla, località a forte vocazione motoristica.
Non esistono molte indicazioni stradali, all’occorrenza mi oriento con Google Maps finché la batteria dell’iPhone non muore. L’ho stressato parecchio stamattina, è la prima volta che, insieme alle foto, decido di allegare a questo racconto anche un breve video. Il risultato potete giudicarlo qui sotto. 



Una decina scarsa di chilometri e arrivo a un bivio più vistoso, su cui campeggia una scultura di pietra con incisa la scritta “Benvenuti nel Parco dell’Etna”. Mi fermo e faccio conoscenza con un gruppo di ragazzi arrivati da Catania a bordo di un furgone ricoperto di sticker e stipato di MTB super tecniche attrezzate di tutto punto. Sono pronti a pedalare in offroad, li ammiro. Io rimetto in moto e decido di prendere il bivio a destra, continuando a salire di altitudine. Non so se è la direzione giusta, ma perdersi in questi luoghi silenziosi e semideserti è sempre speciale. Le curve sono più impegnative, il mono della Vespa gira che è una meraviglia, il cambio lavora sodo: progressione e scalata, seconda – clack – terza – clack – seconda. Uno sballo. Quattro chilometri circa e la strada asfaltata termina in un grande parcheggio con qualche auto in sosta. Senza saperlo sono arrivato all’accesso di Monte Intraleo, celebre punto di partenza di scarpinate super panoramiche per appassionati di trekking, 1500 mt di altitudine. Per un attimo mi rivedo in divisa da lupetto, zaino in spalla, quando mi arrampicavo tra i sentieri in testa alla sestiglia dei Pezzati. Lupi del nostro… meglio!


È il momento della discesa, una lotta continua tra uomo e Vespa, assetto, telaio, diametro delle ruote, manubrio e freni. Andatura frizzatina vuol dire affrontare le curve in posizioni di guida da equilibrista, lontanamente somiglianti a quelle dei co-piloti di sidecar da corsa all’Isola di Mann: sembra di fare yoga con uno scooter al poso del tappetino… La “calata” mi fa sorridere e sprizzare entusiasmo, tanto da non irritarmi nemmeno quando un rovo, sporgente dal margine destro della strada, mi affetta letteralmente la manica destra del K-Way all’uscita cieca di una curva veloce. Un “tatuaggio” naturale che mi farà sempre pensare a questo tragitto.
Con il navigatore andato e in assenza di indicazioni stradali, seguo l’intuito e continuo a scendere di altitudine. Non so se come previsto sbucherò a Biancavilla, ho la sensazione di trovarmi oltre. Per di più  ho ampiamente superato il limite orario prefissato: l’ora di pranzo è bella che andata… Rimanderò la visita a Bronte e al fronte nord ovest alla prossima occasione. 
La frizzantezza dell’aria dei 1500 mt si smorza, gli edifici si fanno sempre più frequenti, salta fuori il profilo di un paese e finalmente il cartello bianco a caratteri neri “Benvenuti ad Adrano, Comune dell’Etna”. 
Prima di immettermi sullo scorrimento veloce SS121 verso Catania, al primo bar chiedo il favore di poter ricaricare lo smart phone quel tanto che basta per avvisare del mega ritardo a pranzo. Sarà una merenda. Da dietro il bancone il gestore adranita del bar ironicamente mi apostrofa: “E ju unn’i pigghiu 50 euro di corrente elettrica?”. Capisco al volo, acquisto una confezione di torroncini al pistacchio e l’impasse è superata. 
Visitare l’Etna, anche solo in parte e per mezza giornata, è come immergersi in una fonte di energia naturale, come fare i bagni alle terme o lanciarsi dal ponte con l’elastico ai piedi. Benessere e insieme euforia. Il magnetismo del vulcano può esercitare una funzione positiva eccezionale. Per me poi, viverla in sella è ancora più da sballo, una meta da consigliare a chiunque voglia rifarsi gli occhi (e il palato), rilassare la mente, rigenerare lo spirito. 

Lascia il tuo commento al blog

Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 5 euro, torroncini 7 euro (200 gr).
Chilometri percorsi: 30 

Itinerario su Google Maps:



Torna alla HOME 
Vai agli ITINERARI
Vai alle INTERVISTE 
Vai agli 
SPECIALI
Vai alle CHART
Seguici anche su Facebook, Twitter e YouTube

mercoledì 23 luglio 2014

Hevik ci vuole bene

Fonte: hevik.it

La settimana scorsa ho ricevuto un bel pacco a domicilio e pensavo fosse una bomba spedita da un bmwista o una cucciolata di bastardini inviata dal canile municipale. Poggiando l'orecchio accanto allo scatolone non ho sentito né strani ticchettii né latrati sospetti. Con somma sorpresa il pacco era un gentile omaggio di Hevik, il celebre marchio di abbigliamento moto, dedicato a chi non può fare a meno del proprio "cancello" e vuole vivere la sua passione in libertà e sicurezza, contenente un sacco di roba: ogni biker desidererebbe riceverne uno. La reazione è stata quella di un bambino di oggi di fronte a un iPhone e di un bambino di ieri di fronte alla stazione dei pompieri Lego.
Dentro il pacco ho trovato innanzitutto un bel casco verde militare opaco, l'HHV9FGRST - green star, demi-jet in materiale termoplastico con interni removibili e in tessuto anallergico. Carino, leggero e dal costo accessibile. Perfetto per un utilizzo urbano durante il periodo estivo. Non si arrabbino i gentilissimi ragazzi di Hevik, ma il verde militare con la mia Triumph bianca e rossa stona un bel po'. Inoltre la taglia mi andava un po' larga, così ho pensato bene di regalare il casco al mio amico Marcello detto "Jacuzzi", che col suo Burgman percorre il GRA di Roma almeno 2 volte al giorno e aveva proprio bisogno di rimpiazzare il suo vecchio desueto Momo Design con un modello più trendy, nuovo e sicuro. "Jacuzzi" ringrazia!

Fonte: hevik.it

Il secondo omaggio ricevuto è una bella t-shirt nera da motociclista puro, la HTS100. In questo caso la misura era perfetta e ho persino trovato la personalizzazione "Follow me on Conlamoto.it". Forte! Purtroppo però il colore scuro della stampa personalizzata non risalta a sufficienza sul nero della t-shirt. Poco male, una maglia Hevik, robusta e confortevole, da indossare sotto la giacca di pelle, torna utilissima.

Fonte: hevik.it

Ultimo cadeau della Hevik, uno scaldacollo total black, meglio definito tubolar scarf, accessorio sempre utile. Per lo stile british della mia Triumph sarebbe stato perfetto il modello HAC218 con la union jack (foto qui sotto),  ma non esageriamo: a caval donato non si guarda in bocca.

Fonte: hevik.it

Grazie a Hevik per aver condiviso, con me e gli altri moto blogger italiani, la qualità dei suoi prodotti. Al prossimo giro in moto porterò sicuramente un capo Hevik, insieme ai miei orpelli e amuleti vari, così avrò ancora più "Style and protection"!

Lascia il tuo commento al blog

Torna alla HOME 
Vai agli ITINERARI
Vai alle INTERVISTE 
Vai agli 
SPECIALI
Vai alle CHART
Seguici anche su Facebook Twitter

domenica 9 marzo 2014

Cosa ho visto al Motodays 2014

Partecipare a un salone motociclistico ampio, affollato e variopinto al sabato pomeriggio, dopo che le riviste due giorni prima hanno già pubblicato online e sui social tutte le immagini possibili e immaginabili delle moto, delle donne e degli stand sembra quasi banale. In realtà, girando tra i grandi padiglioni del Motodays, alla nuova Fiera d Roma, riflettevo che in posti come questo una persona ha due possibilità: vedere quello che riesce a vedere o vedere quello che vuole vedere.
Così quest’anno vi risparmio le immagini delle più ammirate della fiera, delle pere delle modelle o della folla che invade gli stand, tanto le avrete già viste, per di più con migliori qualità e risoluzione. Ecco, ciò che segue è, come dicevo, quello che avevo voglia di vedere. 


La foto di rito degli adolescenti (reali o mai cresciuti) da un’altra prospettiva. È divertente, provate anche voi a cambiare punto di vista. Considerazione: le donne sono sempre in due non solo quando vanno al bagno, ma anche quando fanno le hostess al Motodays.


La sella della Vespa PX. Niente a che vedere con la forma la originale montata sulle versioni degli anni ‘90. Questa sembra quella del Piaggio Ciao! È così appuntita che ti si irrigidiscono le chiappe a guardarla da lontano. Certe evoluzioni non le comprendo.


La scenografia più bella vista in fiera quest’anno, la Ducati 1199 Superleggera senza veli. Dall’altra parte del muro, grazie alla pedana girevole, la versione “vestita”, con tanto di indicazione digitale del peso netto: 165 kg!


Non ci credevo, ma è proprio così… Yamaha ha rimesso in commercio in Italia la mitica SR 400 (a 5990 euro!). Progetto pluridecennale, tornato prepotentemente in auge perché amatissimo dai customizzatori di mezzo mondo, i quali, grazie a versatilità ed economia, lo utilizzano come base per le special. Quando la richiesta del mercato supera le certezze degli strateghi del marketing.


Stile, forma, colori. Uno dei serbatoi più belli della storia della moto. Sempreverde.


Attesissima sulla carta, la BMW R nineT ha affascinato anche me. Peccato solo che lo stand della casa bavarese fosse strapieno di gente intorno ai soliti GS, S 1000 RR e C 600 e praticamente deserto in zona roadster. Il nuovo progetto tedesco convince, tranne che per quella sua presa d’aria sporgente e plasticosa sul lato destro, sotto il serbatoio. 


Uno stand privato su 2 aveva delle special in mostra. E fin qui. Ma quelle selle artigianali color cuoio montate dappertutto hanno veramente rotto le balle, non se ne può più.


La foto dice tutto. Riuscire a scattarla è stata una gran botta di culo. Bravissimi gli acrobati: fuori faceva troppo freddo e avevo noia ad indossare il giubbino, così li ho ammirati da dentro per qualche istante.


Quest’anno il Motodays era strapieno di forze dell’ordine: polizia, carabinieri, pompieri, penitenziaria, finanza, esercito e persino aeronautica. Quando da lontano ho sentito la banda dell’Esercito Italiano intonare alcune marce militari, sono corso a vedere incuriosito. Mi ha fatto strano il colpo d’occhio di tutte quelle divise circondate da YZ e WRF…


Eric Buell is back. È uno che stimo, per determinazione e personalità. Non cede al migliore offerente, crea moto uniche per stile e prestazioni e non molla mai. Lo stand EBR, per quanto essenziale, era uno dei più pregevoli della fiera.


Tutti abbiamo un amico che somiglia all’omino Michelin, per questo è il simbolo della rassicurazione. Quale arrivederci migliore?

Lascia il tuo commento al post

Torna alla HOME 
Vai agli ITINERARI
Vai alle INTERVISTE 
Vai agli 
SPECIALI
Vai alle CHART
Seguici anche su Facebook Twitter

martedì 31 dicembre 2013

Sicilia: in Vespa alle Gole dell’Alcantara (ME)

 
Il meteo natalizio in Sicilia, finora, non è stato così clemente come gli anni scorsi. Il progetto di un giro speciale con la Harley del buon Checco, con cui ero d’accordo per ottenere in prestito la sua Sportster Forty Eight per un giorno intero, è ahimè impraticabile. Domani tornerò nel continente, probabilmente dovrò rinunciare all’itinerario di fine anno in Trinacria. Così mi sveglio comodo alle 10 e trenta, colazione con spremuta di arance fresche e biscotti al sesamo appena sfornati e occhi pieni di sonno ancora per 15 minuti buoni. Quando finalmente riesco a puntare lo sguardo fuori dalle persiane, scopro che il cielo non è plumbeo come credevo, ma squarciato da un sole invitante. Lì mi si accende la lucetta e la scimmia del giretto in moto si impossessa di me. Rapido travel planning mentale: è tardi, non ho tempo per recuperare l’Harley, dovrò saltare il pranzo e ci sarà il rischio di un rientro senza luce del giorno né tepore del sole. Corro in casa, tiro fuori dal trolley il mio necessaire da viaggio e sono pronto in pochi minuti: Red Wings boots, doppia calza cotone – lana, sottotuta in microfibra, jeans, maglione di lana, sciarpone in pile, giacca in pelle, sottocasco, cappello di lana, casco jet con visiera, sottoguanti, guanti in pelle e Rayban. In garage la fida Vespa Chetak parte al terzo colpo di pedivella, la lascio scaldare mentre preparo l’olio Castrol per la miscela al 3% e sono più che pronto a partire! Il mio sorriso ha già una estensione notevole e non può che aumentare. Soprattutto se il luogo che decido di esplorare confermerà nei fatti ciò che promette sulla carta. È uno di quei posti che avevo visitato da bambino treenne prima e da scolaro distratto dalla pubertà poi. Proprio ieri rivedevo le foto datate 1978. Così ne ho tratto ispirazione: si va in Vespa alle Gole dell’Alcantara, provincia di Messina! Minchia compare!
 

Durante i primi chilometri non ho ben chiaro quale strada scegliere per raggiungere Giardini Naxos. Da Catania vado su verso San Gregorio e poi giù verso Ficarazzi ed Acicastello per non perdermi l’adorata vista dall’alto del castello e dei Faraglioni. Appena raggiungo la SS114 è tutta una tirata tra località marine assopite nel letargo invernale: seconde case dagli infissi serrati, complessi turistici in manutenzione, stabilimenti balneari sigillati con assi di legno. Acireale, San Leonardello, Giarre, Mascali, Fiumefreddo. Il mare è sempre lì, abbagliante per i riflessi del sole, in inverno più affascinante che mai. A ovest, a’ muntagna, l’Etna, splendida perché esaltata dal contrasto tra il bianco della neve che la ricopre e il blu che solo il cielo di dicembre è capace di dipingere.
All’altezza di Trappitello è il momento di lasciare la litoranea per imboccare la via Francavilla ovvero la SS185.
Il sound del mono 149cc della Vespa è uno spettacolo: quieto in quarta marcia lungo i tratti a scorrimento veloce, urlante agli alti regimi durante i cambi di marcia, sottolineati dall’inconfondibile clack sulla manopola sinistra del manubrio.
 

Le indicazioni turistiche per le Gole dell’Alcantara sono diffuse e ben leggibili. Oltre i muretti in pietra lavica che delimitano la statale, campi di fichidindia e vasti agrumeti colorano la campagna siciliana. Ai margini della strada cumuli di cenere vulcanica, flagello dei sindaci etnei. Supero Gaggi, primo paese lungo la valle dell’Alcantara. Ogni volta che posso pigio il tasto Horn, solo per il gusto di ascoltare il suono inconfondibile dell’avvisatore acustico più simpatico del mondo.
A parte qualche starnuto sotto il casco, la temperatura corporea si mantiene ottima, addirittura lungo la statale dismetto berretto, sottocasco e sottoguanti.
 

Inizio a scattare le prime foto all’altezza dell’imponente ponte ferroviario che precede il bivio per Graniti. Scavallo il prosciugato torrente Petrolo, proseguo lungo la 185 ed entro nel territorio di Motta Camastra. In pochi minuti eccomi arrivato al parcheggio turistico antistante la struttura da cui partono i sentieri guidati per ammirare le celebri gole.
Sono le 15.30. Lo spiazzo è deserto, le bancarelle serrate, il bar ristorante chiuso e in giro non c’è anima viva. Parcheggio la Vespa, tolgo il casco e vado per superare i tornelli, quando una voce mi ammonisce alle spalle: “Per entrare deve fare il biglietto. Nove euro sono”. Ora, non per fare il genovese, ma nove euro, d’inverno, con le strutture in rimessaggio e senza l’ombra di un turista nel raggio di dieci chilometri, mi sembrano veramente eccessivi. Tratto per un ridotto a 4 euro e cinquanta. Ma la risposta è lapidaria: “Nossignore, non ne posso fare sconti. Anzi, deve spostare pure la Vespa che qua da’ disturbo”. Il preambolo mi suggerisce di cambiare strategia: opto per accedere alle gole da una strada alternativa. Scelgo l’avventura.


Rimetto in moto la Vespa alla ricerca di un punto panoramico alternativo. All’altezza di Fondaco Motta, individuo un ponticello delizioso che sovrasta il fiume e sbuca su una centrale elettrica dell’Enel. Inizialmente penso sia una strada senza sbocco, finché un’Ape Piaggio, con a bordo 2 passeggeri, non mi sfila accanto per arrampicarsi sicura su una salita ripida che in pochi metri conduce alla temibile SP81. Se ne è capace un’Ape, posso farlo anch’io: prima marcia, peso del corpo tutto in avanti e gas!
Percorro la provinciale dapprima verso nord ovest, fino a Gravà. Becco un altro ponte, più moderno, dal quale per la seconda volta posso ammirare e fotografare le rapide dell’Alcantara. L’istinto però mi porta a tornare indietro, direzione sud est, alla ricerca delle rapide vere, quelle con la R maiuscola. La SP82, si fa sempre più stretta e il cartello giallo STRADA INTERROTTA sarebbe già un indizio ineludibile.


A riaccendere il mio ottimismo, all’altezza di un casolare di campagna, è l’incontro con un anziano del luogo, baffuto e dal volto scavato. “Buongiorno”, saluto con rispetto. “Buongiorno – risponde lui – io mi chiamo Turi Buda”. “Piacere, Alberto Di Stefano. Senta, ma questa strada è praticabile? Sbuca sulla statale? Posso percorrerla in Vespa?”. Annuisce con il capo, con la mano mi fa segno di andare e conclude la conversazione: “Basta ca va allèggiu ccù chissa”, indicando la Vespa. Non aspettavo altro, ho scovato la strada alternativa.
 

In pochi metri l’asfalto diventa brecciolino, poi si trasforma in sassolini, quindi in massi. Il guardrail scompare, la pendenza inizia ad essere impegnativa, saltano fuori lastroni di pietra dal terreno, come fossero gradoni, e i massi sono veri e propri spuntoni aguzzi e minacciosi. Ok, ho la ruota di scorta montata dietro il sellino del passeggero, ma forare qui sarebbe quantomeno antipatico. Due o tre volte sono costretto a scendere dalla sella per esplorare a piedi il sentiero e capire se sono in grado di proseguire. Altre volte sposto la Vespa a braccia, per evitare colpi maldestri sul motore. Sul terreno tracce di pneumatici da motocross e mountain bike, persino una ginocchiera Acerbis flagellata.
 

Supero il punto di non ritorno, quello da cui è impensabile fare marcia indietro. Su un tratto del sentiero manca addirittura mezza carreggiata, franata sul costone, ed è proprio qui che sento il cuore schizzare fuori dal petto per l’adrenalina!
Intorno a tutto questo eccitante sbattimento, una cornice naturale mozzafiato: la vista dell’Alcantara dall’alto della sponda più selvaggia, nitida e ancora più emozionante! Il fiume scorre in mezzo a grandi macigni, dove acquista pressione e potenza e produce lunghe scie di schiuma bianca e il caratteristico fruscio delle rapide.
 

Dopo essermi goduto la vista privilegiata delle gole il più a lungo possibile, sperando di averla ben fissata nella memoria, mi rimetto in sella. Lo sterrato torna gradualmente ad essere meno impervio e, non appena scorgo le prime case di campagna al margine della provinciale, capisco che il manto stradale da lì in poi tornerà ad essere più amichevole. Ancora un po’ di polvere, un ruscello da guadare ed eccomi sbucare sul tratto buono della SP81.
 

Attraverso per l’ultima volta l’Alcantara da un ponticello “pizzuto” e mi ricollego alla SS185 all’altezza di Contrada Finaita. Sono le 17 circa, ho saltato volentieri il pranzo, la temperatura esterna si è abbassata fino a 5°C. Rimetto su passamontagna, cappello, doppi guanti e lo sciarpone tutto intorno al collo. A darmi l’arrivederci un tramonto superbo, i cui raggi dorati si specchiano sull’Etna innevato.
 

Il ritorno verso Catania è da duri e puri: il cambio rigido della Vespa incide più del dovuto sui tendini del polso sinistro, la seconda marcia ogni tanto scappa via, mentre la corsa dell’acceleratore stranamente si è ridotta a metà, come se il cavo non riuscisse ad arrivare fino in fondo. Le ginocchia, che nel mio caso fuoriescono dallo scudo anteriore, sono semicongelate. Qualche spiffero, non so come, riesce a infiltrarsi fino la schiena, complice la posizione di guida imposta dal manubrio basso della Vespa. Basterà una buona doccia calda per tornare alla normalità.
È stata proprio la giornata che desideravo, senza programmi, piena di sorprese. Il sorriso tipo Stregatto, che non mi si leva dalla faccia per tutta la serata, ne è la gradevole riprova.
 
Lascia il tuo commento al blog
 
Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 7 euro.
Chilometri percorsi: 20 (135 da Catania)
 
 
 
Torna alla HOME
Vai agli ITINERARI
Vai alle INTERVISTE
Vai agli
SPECIALI
Vai alle CHART
Seguici anche su Facebook e Twitter

domenica 1 dicembre 2013

Croazia: Dalmazia, da Split a Dubrovnik


Quando sentivo parlare della Croazia con toni entusiastici credevo si trattasse del tipico, odiato esempio di omologazione italica. Quest’estate ho scelto di visitarne una piccola porzione solo per puro caso, anzi per scelta irrazionale: una settimana prima del viaggio, la meta era ancora incerta. Alla fine (sia sulla Croazia, sia sui difetti italici…) mi sono ricreduto.
turisti italiani, specie i settentrionali, approdano in Croazia da nord, via terra. I meridionali approdano da Bari. Romani e napoletani scelgono Ancona. Partendo dalla capitale, quindi, la scelta è obbligata. 
Raggiungere il porto anconetano di venerdì sera, dopo l’ultima giornata dell’ultima settimana di lavoro prima delle ferie estive, non è affatto consigliabile: la SS3 e la SS76 in una botta sola, per di più con il buio, hanno messo a dura prova resistenza ed entusiasmo.
Il traghetto è il solito spettacolo d’eterogeneità umana: teenager casinisti, 20enni in tempesta ormonale, famiglia con bambini urlanti, commenda settantino con cabrio e amante, punkabestia che montano la tenda sul ponte per la notte, turisti che scattano foto controluce a ripetizione, autotrasportatori in canotta, bermuda, calzino e sandalo. Per fortuna a bordo trovo anche tanti biker dal tasso adrenalinico elevato con cui chiacchierare di moto.

 

Eccellenti i traghetti low cost Blue Line, economici, efficienti, puntuali, puliti. Impiegano solo un paio d’ore in più per la traversata. 
Prima notte a Spalato: troppa stanchezza per guardarsi intorno subito dopo lo sbarco. Si va direttamente in camera, doccia e poi cena in riva al mare al Ristorante Amigos, dov’è in pieno svolgimento un allegro ricevimento di nozze con piano bar da fare invidia a Memo Remigi.


La strategia di viaggio quest’anno è più razionale che in passato: inutile appiattirsi le chiappe, macinando 300 km al giorno per visitare tutta la Croazia (lunga più o meno quanto la penisola italiana), meglio limitarsi a percorrerne mediamente 200 ogni due giorni e fermarsi in tre o quattro luoghi diversi per almeno una notte. Perciò il campo d’azione è limitato alla Dalmazia meridionale, tratto compreso tra Split e Dubrovnik. 
Primo giorno. Dall’affollato porto di Spalato si salpa per la celebre isola di Hvar. I traghetti della compagnia croata Jadrolinija coprono a tappeto tutte le rotte costiere possibili e immaginabili, con numerose partenze durante l’intera giornata, a prezzi popolari anche con moto al seguito. 


Lo sbarco a Stari Grad offre scenari da laguna blu, il porto è moderno, le indicazioni stradali intuitive. Recentemente è stata costruita la nuova strada per la città di Hvar, la D116, più ampia e scorrevole e con un ottimo asfalto: uno spettacolo di curve e panorami che invitano a fermarsi ogni 500 metri. 
Che Hvar città sia la località estiva più mondana della Croazia, si percepisce dalla mole e dal lusso degli yacht ormeggiati al porto. Il mare è cristallino, scegliere una spiaggia o una baia è una scelta imbarazzante, ma l’opzione migliore, se si decide di trascorrere sull’isola solo un paio di giorni, è senza dubbio il noleggio di un gommone a motore per un tour tra le Pakleni Islands, il verde l’arcipelago che sorge proprio di fronte al porto. 
Hvar somiglia molto ad alcune isole greche, nel senso che va bene sia per chi cerca il divertimento notturno, sia per chi preferisce godersi la natura e la bellezza dei luoghi. 


Terzo giorno nell’entroterra dell’isola di Hvar, sormontando i fianchi ripidi della montagna e percorrendo la vecchia strada isolana che si inerpica fino al villaggio di Brusje, attraverso i campi di lavanda, le geometrie dei muretti in pietra a secco e la bassa vegetazione sferzata dal vento. Vista mozzafiato, condivisa solo con pochi impavidi cicloturisti nordici.
A Vrboska si fa rifornimento di benza e di acqua. Fa caldo, la stazione di servizio offre pochi metri quadrati di ombra. Per fortuna il gestore ha in serbo divertenti aneddoti sui nudisti… Vrboska è una delle mete dell’isola più visitate dagli amanti del naturismo ed è piena di indicazioni che segnalano le spiagge in cui sbandierare liberamente i gioielli di famiglia senza rischiare multe o linciaggi. 


Altra cittadina deliziosa da ammirare sull’isola è Jelsa: centro storico importante, edifici chiari battuti dal solleone, che mi ricordano Ortigia a Siracusa, e una villa comunale rinfrescata dal verde, ideale per una breve siesta e per smaltire quel calore asfissiante che dal motore della Scrambler si è trasferito inesorabile al mio interno cosce. Se capitate da queste parti, non rinunciate a una visita a Dalmacijaland, lo shop di un eccentrico artista locale dove trovare i gadget e i souvenir più originali di Hvar. 
Il tratto di strada che da Jelsa giunge al porto di Sucuraj non è certo in buone condizioni, richiede l’occhio attento del fuoristradista e l’uso continuo del cambio. In due e a pieno carico, ingranare la quarta è impensabile. Di contro, questa parte dell’isola è la più selvaggia e solitaria, forse la più affascinante. Non c’è traccia di esseri umani né tantomeno di villaggi. Giusto qualche catapecchia trasformata in locanda lungo la strada, frequentata dagli immancabili giessisti parcheggiati a schiera.
Sucuraj è talmente piccola che per esplorarla basta fermarsi al molo e ruotare il collo di 180° tipo Google Maps. La piazzetta ospita un mercatino in cui si vendono fichi e frutta fresca. Intorno, qualche ristorantino, la coda delle auto in attesa di salire a bordo e le barche dei pescatori, ormeggiate nel torrido porticciolo da cui salpa il traghetto per il continente. L’acqua del porto è talmente limpida e pulita che i bagnanti tutti intorno alla baia non esitano a restare a mollo, nemmeno quando il traghetto molla le cime e manovra verso Drvenik. Piuttosto, salutano felici con la mano. 
Il traghetto è piccolo, pochi mezzi a bordo e solo una moto (la mia). In trenta minuti lo sbarco è concluso.


Pomeriggio del terzo giorno completamente dedicato al trasferimento in moto da Drvenik a Dubrovnik: un lungo, caldo viaggio lungo la litoranea in direzione sud, ideale per ammirare la costa dalmata, l’immensa distesa di mare che la bagna, i canali Neretljanski e Malostonski e le innumerevoli isole e penisole che si susseguono una dopo l’altra: Korcula, Peljesac, Mljet, Sipan, Lopud e Kolocep, solo per citare le principali.
La E65 è una statale che somiglia a una delle nostre costruite negli anni ’50, pericolosa e trafficata, con tanti bivi e crocevia. Ma la segnaletica è chiara e puntuale e i croati alla guida non sono certo più incivili degli automobilisti romani o palermitani (e lo dico con cognizione di causa). Quindi occhi aperti e prudenza cereghiniana. 
Un’esperienza suggestiva è il passaggio dal territorio croato al breve corridoio serbo, attraverso la dogana sorvegliata da inflessibili poliziotti, che dai loro cabinotti in stile casello controllano i documenti dei viaggiatori. Una fila lunghissima, ma in moto si risolve tutto con una manovra all’italiana in nonchalance. Solidarietà ai tanti furgoncini Volkswagen T2 in coda con la frizione duramente provata.


Poche fermate lungo la costa. L’unica decido di farla per celebrare i 40mila km della Scrambler, a Slano, una delle decine di località di villeggiatura marine della Dalmazia, dove scrocco un quarto d’ora di Wi-Fi a un bellissimo albergo bianco davanti al porticciolo, comodamente spaparanzato sul divano della hall, con aria condizionata a palla e una bottiglia da un litro e mezzo di the al limone ghiacciato.
Ci siamo, arrivo a destinazione nella tranquilla baia di Zaton, a pochi chilometri da Dubrovnik (in italiano Ragusa), per due giorni e tre notti indimenticabili!


Due parole sulla cosiddetta “perla dell’Adriatico”, luogo superbo da visitare almeno una volta nella vita. Non tanto per le notevoli bellezze architettoniche del suo affollatissimo centro storico, ricostruito dopo la guerra degli anni ’90, forse un po’ troppo maniacalmente in stile Disneyland e somigliante alle scenografie in cartapesta di Cinecittà. Piuttosto per lo spirito e l’orgoglio cittadini, eredità dell’aspro conflitto serbo croato, vera bandiera del fascino di Dunrovnik. 


Sesto giorno. Si riparte per l’ultima fase del tour, direzione Spalato. Il caldo continua ad essere asfissiante. Abbigliamento tecnico, anche traspirante, proibitivo. Per giungere in fretta a destinazione, di primo mattino si riprende la E65 in direzione nord. 


La svolta della giornata arriva a Oputzen, all’altezza del bivio per Sarajevo: seguire alla lettera la tabella di marcia o far saltare tutto e godersi un bel fuori programma? Dietro l’impulso delle emozioni ancora accese, suscitate visitando le mostre fotografiche a Dubrovnik dedicate alla guerra, si va in Bosnia, deviando lungo la E73 che costeggia il famigerato fiume Neretva. Lo scenario cambia repentinamente: più degrado e povertà, meno mitteleuropeismo, scarse infrastrutture, atmosfera da entroterra isolato. 


Eppure, la statale conduce a un luogo speciale, da poco proclamato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO: il Ponte di Mostar. La sua storia struggente fa rabbrividire, così come la vista degli edifici in rovina, crivellati da proiettili e colpi di mortaio, di cui la città è tuttora disseminata.
In questa zona della Bosnia le strade sono poco curate, pericolose come quelle della Sicilia centrale e con scarsissima segnaletica verticale e orizzontale. Così, la decisione di raggiungere in moto Medjugorje, luogo di culto a pochi chilometri da Mostar, si rivela una sfida ardua contro il sole, il caldo e la scarsità di informazioni turistiche. Ma la preghiera alla Madonna e l’arrampicata fino alla cima della collina dell’apparizione meritano tutta la fatica di questa decisione. Medjugorje è un villaggio polveroso, invaso dall’espansionismo edilizio alberghiero e brulicante di bancarelle abusive, gestite da ambulanti napoletani che vendono ogni tipo di santino, statua e immaginetta. 


La protezione della Madonna probabilmente si rivelerà a lungo termine, perché nell’immediato il pellegrinaggio non porta certo i suoi frutti. La decisione di giungere a Spalato più velocemente attraverso l’autostrada si rivelerà una scelta incauta. Ad oggi, il tratto da Dubrovnik a Spalato è ancora in costruzione e, non so spiegarmi come, in prossimità di Ljubuski, perdo la rotta, ritrovandomi tra montagne sperdute e strade senza riferimenti. Quando, dopo decine di chilometri alla cieca, ritrovo l’autostrada, non va meglio: i viadotti salgono d’altitudine neanche fosse la A24, il freschetto umido e pungente del tramonto si fa sentire e la pendenza della carreggiata mette a dura prova cambio e trasmissione della Triumph a pieno carico. Non ne posso più di questa andatura a denti serrati, al casello di Sestanovac lascio la A1 croata e torno sulla litoranea, dove mi attende un susseguirsi di sagre estive, con conseguenti code di auto infinite da bypassare che mi accompagneranno fino a Podstrana per l’ultima notte dalmata.


Settimo giorno. Dopo una ricca colazione a base di strudel al cioccolato in uno dei forni tipici di Spalato, le ultime ore croate non possono essere spese che a Spalato, ciliegina sulla torta di una vacanza in una terra sorprendentemente straordinaria. Split è una città unica: le mura del celebre Palazzo di Diocleziano, i sotterranei, le porte d’accesso, gli edifici storici all’interno della cittadella, le piazze, il mercato, l’incrocio di stili architettonici delle costruzioni, le melodie della klapa. Bella davvero.
Fine giornata: tutti al porto. Il traghetto Blue Line apre il portello di poppa per imbarcare mezzi e turisti, si torna a casa dopo un’ultima eccezionale vista dello skyline di Spalato.


Prima della parola fine, spazio alle potenziali FAQ. È vero, la Croazia costa mediamente meno dell’Italia, ma rispetto a quale parte d’Italia? Se il metro di riferimento sono Roma, Milano o le mete estive italiane più gettonate, allora si. Però a volte se la gioca con molte destinazioni secondarie del bel paese. 
Si, in Croazia la benzina costa meno che in Italia, siamo intorno a 1.40 euro/lt. Ho fatto il pieno con 14 euro anziché 20 in Italia. Non a caso a Spalato, prima di imbarcarmi per Ancona, ho riempito il serbatoio fino all’ultima goccia.
La moneta croata è la Kuna (KN): 1 euro = 7.60KN. Ho prelevato senza problemi con la carta bancomat in diverse banche croate, il tasso di cambio varia da un posto all’altro, basta fare attenzione. Tantissime attività croate accettano anche pagamenti in euro e alcune sono anche disponibili al cambio, con un tasso però non sempre conveniente. 
Si mangia bene? Si. Se si cerca la pizza o la mozzarella fresca, cambiar meta, ma la cucina è molto simile alla nostra, mediterranea, con qualche influenza austriaco-germanica. 
È incredibile. In Croazia (a differenza della Bosnia, che ne è invasa) non esistono zingari né mendicanti e, in generale, il rischio furti sembra scarso. La Polizia croata vigila ma non è oppressiva. Non è vero che gli agenti fermano i motociclisti lungo le strade secondarie minacciando multe, sequestri o arresti in cambio di soldi.
Infine, due righe su due dei personaggi più simpatici conosciuti durante il viaggio. Il primo si chiama Petar, indigeno che lavora in un ristorantino sul mare a Jelsa, isola di Hvar. Mentre parcheggio la Triumph in centro mi ferma a bordo della sua bici, avvisandomi di cambiare zona: “Qui multa Polizei. Visto te ieri sera in porto Hvar, bella moto, quanto costa? Io ho Honda 125”. È scattata una divertente chiacchierata che ha messo in mostra la sua ospitalità, la semplicità e la passione che unisce gli amanti delle due ruote.
Il secondo amichevole personaggio, raffinato e spartano al contempo, è Laurent, distinto 55enne francese di Lione, che in sella alla sua Suzuki DL 1000 VStrom bordeaux ha percorso con la sua compagna migliaia di chilometri, due giorni di viaggio ad andare e due a tornare, per trascorrere a Spalato solo 48 ore. E che, a dispetto dell’età e del confort, dorme sul ponte del traghetto disteso su una panchina di legno senza mai dismettere giacca e pantaloni da moto. Uno duro e puro.
Persone, luoghi, visioni, odori, sapori. Di questo è fatto un viaggio. E “con la moto” queste percezioni diventano ancora più intense, accessibili e frequenti. Zbogom Croatia!

Lascia il tuo commento al post

Informazioni utili

Dove mangiare
Konoba Menego, Groda bb, Hvar, www.menego.hr. Osteria di cucina tradizionale dalmata, piatti tipici e atmosfera suggestiva. Sembra rimasta ferma a 50 anni fa.
Blidinje, +385 358794, Lapadska Obala 21, Lapad. Trattoria specializzata in pesce fresco e carne alla brace, poco frequentata dai turisti e con vista sul porto nuovo, dove ogni sera sono ormeggiate grandi navi da crociera illuminate a giorno.
Dove dormire
Villa Pinocchio, Grljevacka 26, Podstrana, tel +385 21335334, www.dalmacija.net/podstran/villa_pinocchio.htm. A pochi chilometri da Spalato, camere modeste ed economiche ma ben accessoriate, nuove e pulitissime. Gestori cordiali, giovanili e alla mano.
Villa Gvegorovic, Na Ratu 11, Zaton, tel +385 20891270, www.villa-gverovic.com. Straordinaria villa antica in pietra sul mare, camere con vista sulla baia, piattaforma privata con lettini e ombrelloni. Era un vecchio palmento e ospita ancora una vecchia cappella intitolata a San Rocco, patrono del luogo.
Costi del viaggio (solo Croazia): carburante 82 euro, pasti per due persone 192 euro, alloggio per due persone 424 euro, traghetti per due persone + moto 322 euro.
Chilometri percorsi: 600 (totale da Roma, 1000)



Torna alla HOME
Vai agli ITINERARI
Vai alle INTERVISTE
Vai agli
SPECIALI
Vai alle CHART
Seguici anche su Facebook e Twitter