domenica 20 novembre 2011

Quando il casco divenne obbligatorio


Domenica scorsa ero in compagnia di Alessandro, biker nell’anima, innamorato del Ducati Monster, che scalpita per poter tornare presto in sella. Chiacchierare di moto come ragazzini e capirsi al volo, senza temere che l’entusiasmo per le due ruote possa sembrare psicosi, è sempre divertente e non così frequente. Scambiarsi domande tipo: “Se non avessi la tua, quale compreresti?”, “Ti piace questo o quel modello?” è un gioco a cui chi vive sempre conlamoto inside, partecipa sempre senza farsi pregare troppo…
Tra le tante riflessioni, Alessandro ha lanciato uno spunto meritevole di condivisione: “Ti ricordi quando il casco divenne obbligatorio? Che periodo…”.

Mario Donnini, autorevole firma di Moto Sprint e autore del libro Tourist Trophy - Muori o vivi davvero, mi raccontava le origini del casco nella fascinosa cornice dell’Isola di Man: “Il suo utilizzo, pioneristicamente parlando, fu introdotto nel 1911 a seguito della morte di Victor Surridge a Glen Helen, durante la prima edizione in cui il Tourist Trophy si corse sul circuito di Montagna (sul tracciato di St. John il TT si correva già dal 1907). Il tragico evento suggerì, a tutela del capo dei piloti,  l'adozione di una calotta che ai lati presentava una protezione circolare di sughero. Un progetto che ovviamente non aveva nulla a che vedere con la concezione di casco odierno”.
Da allora, durante gli anni, molta acqua è passata sotto i ponti. E la diffusione del casco ha creato nel tempo due fazioni contrapposte, quelli che "vento tra i capelli" e quelli che “la sicurezza prima di tutto”.

Fino alla fine degli anni ’70 in Italia l’utilizzo del casco era pressoché inesistente, poi nei primi anni ’80 anche da noi fu richiesta a gran voce una legge per imporne utilizzo. Finalmente nel 1986 venne arrivò la normativa che sanciva l'obbligo d'uso del casco per conducenti e passeggeri di moto e scooter sopra i 50 cc. Nel caso dei ciclomotori l'obbligo era limitato ai soli minorenni, ma nel febbraio del 2000 anche gli over 18 dovettero piegarsi alla legge.
Chi ha vissuto quel 1986, storico momento di transizione da una consuetudine a un’altra, magari nel pieno dell’impeto dei vent’anni o nel rampantismo dei trenta, non può non ricordarlo con nostalgia. Dovrei proporlo come tema a Carlo Conti!

Sin da quando andavo in giro sul mio Garelli monomarcia, il casco è stato sempre sulla mia capoccia, dapprima obbligato da mamma e papà, poi abituato a quel rassicurante copricapo plasticoso. Quindi per me l’introduzione della legge non ha cambiato molto. Solo nel periodo più squattrinato della mia vita, quando guidavo un indimenticabile Piaggio Ciao 50, mi convinsi a fare su e giù, ogni giorno, da casa all’università, senza casco. Al massimo, quando me ne ricordavo, calzavo un cappellino di lana blu scuro buono solo per gli scippi. Allora mi sembrava sufficiente. Oggi, consapevole che la mia sinusite molto probabilmente ebbe origine proprio in quel periodo, mi pento amaramente di quella scelta…

NKW, autore del blog Motociclisti da Tavola, mi raccontava come vissero l’introduzione del casco obbligatorio due amici motociclisti nell’86: “Entrambi giravano in pista e usavano già il casco. Ma mi raccontarono l'inconveniente di portare in giro le loro ragazze di allora e scoprire il “piacere” della botta casco contro casco in frenata. Oppure di quanto fosse complicato riuscire a prendere il caffè mescolando lo zucchero col casco integrale appeso al gomito…”

Qualche altro divertente aneddoto lo racconta Ergal, giovane creatore del blog Ruote Rugginose: “Nel 1986 avevo due anni. Cosa ricordo? Nulla. Potrei parlarvi però della meno famosa entrata in vigore nel 2000 del casco obbligatorio per i maggiorenni anche sui cinquantini.
Ah che grande soddisfazione! E perché tutta questa soddisfazione? Ve lo spiego subito. Per il mio quattordicesimo anno di età mi venne regalata la mia prima vespa ed a corredo di essa il mio primo casco: un AGV replica Valentino Rossi (che ora conservo in camera con un bell' autografo di "papà" Graziano Rossi)! Il mezzo non molto performante sfigurava con il casco da vero biker, ma lo portavo con orgoglio.
Arrivai a scuola un bel di' primaverile. Un bullo, pluridecorato super ripetente schiaccia marmocchi, mi vide e, con tipico accento laziale, disse: "Ao ma ndo’ vai? Me pari n'astronauta su sta Vespa!” (Google translator mode on Romano/ Italiano: "Ehi ma dove vai? Sembri un astronauta su questa Vespa!". Risero tutti. Vergogna. Autoconvincimento del giorno dopo a tornare a scuola conciato alla stessa maniera. Sberleffi.
Ma arrivò il 30 marzo del 2000, la resa dei conti, l'entrata in vigore del casco obbligatorio anche per i maggiorenni. Anche per il bruto bullo, SI! "Tu quoque, Brute, metti il casco!". E fu cosi che lo vidi, sul suo Piaggio Si, con l'unico casco a disposizione nel suo nucleo familiare: un antidiluviano Nolan rosso fuoco anni ‘70 integrale privo di visiera! Caro bullo, chi è ora l'astronauta?”.

Per non parlare dei grandissimi classici senza tempo: il casco scombina l’acconciatura degli uomini col ciuffo e delle donne con la permanente; è un peso morto che, portato a braccio, blocca la circolazione peggio di un laccio emostatico; durante le giornate afose provoca un effetto serra alla testa, con relativa sudatona modello Rocky Balboa; inibisce la comunicazione tra pilota e passeggero e quando esci con una tipa, per farle capire cosa dici, devi urlare come fossi in curva sud.

In realtà sappiamo tutti benissimo quali siano i benefici dell’utilizzo del casco. I dati oggettivi dell’Istituto Superiore di Sanità lo confermano: dopo l’entrata in vigore della normativa, tra i motociclisti vittime di lesioni al capo, si registrò un calo del 48.6% degli accessi al pronto soccorso e del 50% dei ricoveri e delle prognosi riservate.
Oggi il casco si è trasformato in un emblema del motociclista, un oggetto che esprime la personalità di chi lo indossa: jet o integrale, vintage o sportivo, monocromatico o ipercolorato, di serie o customizzato. Indossare il proprio casco è un orgoglio. E se, come direbbe qualcuno, è ben allacciato, spesso salva pure la vita.

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Link correlati: Dimmi quale casco indossi e ti dirò chi sei...

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7 commenti:

  1. Caro Alberto

    sono entusiasta del tuo articolo e di come hai raccontato un' esperienza vissuta insieme tutta d' un fiato.
    Abbiamo scoperto di condividere passioni e sono altresì felice che i miei ricordi possano contribuire a riempire questo tuo affascinante blog.
    Mi è andata bene una volta e quasi quasi ci riprovo ...
    Ricordo di aver letto un vecchio libro che parlava di una moto ... e mi andrebbe di consigliarlo.
    Sono certo che provocherà un sano dibattito!
    Un che di misterioso attrae il compratore dal titolo, poi la lettura lo avvolge, a tratti pesantemente, a tratti scorrevole.
    Non è assolutamente indicato a motociclisti incalliti, ma è assolutamente necessario per chi viaggia nello spazio e nella mente con la stessa libertà che caratterizza lo spirito del biker.
    Provabilmente chi non ama la moto e ciò che significa non può amare questo libro.
    E dopo aver creato tale suspance dichiaro il titolo e l' autore:
    Lo zen e l' arte della manutenzione della motocicletta - Pirsig Robert M.

    Un abbraccio ed un caro saluto a Mary da Ale-Ale & Chiara.

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  2. Spesso salva la vita... come spesso anche può uccidere per eccesso di sensazione di protezione... ma questa cosa è difficilmente verificabile. Il casco obbligatorio ha declassato il potere decisionale dei cittadini, ha trasformato i giovani, da potenziali piccoli prìncipi, in potenziali schiavi, con tutte le conseguenze negative della cosa ad iniziare dal fatto che gli schiavi, oltre a combinarne di ogni colore, muoiono anche prima (e non necessariamente in moto - le stragi del sabato sera sono solo una delle numerose conseguenze del casco obbligatorio).
    La curva della mortalità alla guida della moto, parametrata al parco moto circolante, era in discesa dal 1979 (grafico istat), e la discesa durò fino al 1987 dopodiché la curva riprese a salire. Considerando che il casco obbligatorio entrò in vigore nel 1986, i benefici della legge durarono solo un anno, questo se escludiamo che la curva, la cui discesa durava già da 7 anni, non si capisce perché anche senza legge non avrebbe potuto seguitare ancora nella sua discesa. Sorvolando sul 30% in meno dei motocicli in circolazione dopo l'entrata in vigore della legge, e/o il minor uso del mezzo causa diminuita passione per la moto, dopo qualche anno di risalita della mortalità, la curva riprende finalmente a scendere ma a questo punto arriva il 2000 e l'estensione della legge anche ai maggiorenni sui ciclomotori e da qui la risalita della mortalità. Due periodi di discesa della mortalità (vedere i grafici) interrotti subito dopo l'entrata in vigore delle due leggi restrittive.
    E' iniziata la fase negativa del sogno europeo.
    Con il casco obbligatorio lo Stato lancia una sfida al giovane: scommettiamo che con il casco in testa ti farai meno male? Il giovane accetta la sfida (perché è lui che ha il manubrio nelle mani a determinare il proprio destino) ma per vincere deve, o farsi male, o morire o quanto meno disobbedire socialmente, l'alternativa è gettare l'orgoglio alle ortiche cosa impossibile per chiunque (del resto le guerre sono state vinte con l'orgoglio). Una sfida va sempre accettata ed è proprio perché è il giovane ad avere il manubrio fra le mani che sarà sempre lui a vincere... in qualsiasi modo egli vinca, sarà sempre colpa sua!

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  3. una discussione sull'introduzione dell'obbligatorietà del casco, riapre una vecchissima (io 43enne)ferita... ahinoi che sventura quel lontano 1986 e per i successivi 3 anni , quando la maggiore età ci avrebbe consentito di gettare alle ortiche il casco. Capeli al vento per le 4 stagioni - sinusite??? cos'è??? i più eruditi l'abbinavano alla terza età - che goduria...

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  4. IL CASCO SALVA LA VITA. PUNTO.
    Oggi più che mai.

    Lamps!

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  5. Ammesso che sia vero che il casco salva la vita avrei due domande:

    Perché un cittadino deve avere la vita salvata forzatamente? Sarà libero di disporre almeno della propria esistenza o serve uno stato-padre che gli dica cosa deve fare di se stesso?

    E quale é il limite di questa "tutela paterna"?


    "chi rinuncia alla propria libertà per la propria sicurezza non merita né libertà ne sicurezza" benjamin franklin

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    1. Ti rispondo per come la penso io. 1 se vuoi ucciderti hai mille modi per farlo e sicuramente lo stato non può impedirtelo. 2 se vuoi ucciderti in moto sei libero di farlo, sicuramente non sarà la multa a fermarti. 3 se per uno sfortunato caso dovresti rimanere in vita dopo un incidente senza casco e rimarresti handicappato lo stato dovrebbe pagarti le spese sanitarie.. e lo stato non vuole pagare cose in più, quindi ti obbliga a salvarti la vita!

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  6. Era il 18 luglio 1986 ciao Enrico B.

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