domenica 3 giugno 2012

Abruzzo: La via Valeria, il Sirente Velino, l’aquilano - Parte 1


Quando programmo un giro con la moto, lascio libero sfogo all’istinto. Scelgo una meta, ci studio sopra e traccio un itinerario che poi, puntualmente, non rispetterò. Anche tempi e orari finiscono per andare a farsi friggere. Partire da Roma è un vantaggio perché è al centro dello stivale e offre un range di mete molto ampio, anche se la conformazione allungata in verticale della nostra penisola richiede tempi di trasferimento non così esaltanti, specie quando si viaggia in autostrada.
Scrivo questo post alla fine di una settimana tragica per le popolazioni dell’Emilia e il caso ha voluto che l’itinerario che sto per raccontare abbia a che fare con un altro luogo sfigurato dalle terribili conseguenze di un terremoto: L’Aquila e l’Abruzzo. Sono nato e cresciuto a Catania, alle falde del vulcano più attivo d’Europa, e tante volte ho vissuto sulla pelle mia e della mia gente l’esperienza di un sisma. Così da mesi progettavo di visitare le zone abruzzesi colpite nel 2009 da una delle peggiori catastrofi naturali degli ultimi decenni. Prima di provare questa forte e temibile emozione però, avevo voglia di vivere l’Abruzzo anche per i suoi impareggiabili scenari paesaggistici. Naturalmente sulle due affidabili ruote della mia inseparabile Triumph.
Per massimizzare il risultato e trascorrere quanto più tempo possibile tra le verdi terre abruzzesi, questa volta opto anche all’andata per la A24 (che comunque, paesaggisticamente, così malaccio proprio non è…).


Uscita Carsoli, per un classico delle sgroppate dei centauri romani: la via Tiburtina Valeria, praticamente un circuito stradale. Curve, tornanti, serpentine, pochissimo traffico (gli automobilisti preferiscono la vicina SS5 Tiburtina) e scorci di natura che ammorbidiscono l’anima. Faccio attenzione solo alle macchie di umidità rimaste sull’asfalto dopo la pioggia del giorno prima, su cui i raggi del sole, bloccati dalle folte chiome che dal margine della strada formano un ombrello sulla carreggiata, non riescono ad avere la meglio. Guidare, piegare, sfruttare l’erogazione fluida del twin inglese, non ritrovarsi troppe auto e furgoni tra i piedi è uno svago impareggiabile. Spengo la moto per fare due scatti con la Ixus e sono circondato dal silenzio naturale, “disturbato” dal solo suono di motori ruggenti che da valle scalano la via Valeria divorando le curve. Mi fermo in cima al passo dei Colli di Monte Bove, dove, sotto l’inquietante ombra di un enorme, vecchio albergo in cemento armato abbandonato, ecomostro lasciato in eredità da chissà quale truffa edilizia, resistono un’antica stazione e un malinconico ristorante desolato. Dalla terrazza dell’albergo ecomostro mi gusto il passaggio di gruppi di biker che in ogni direzione percorrono il passo: naked, supersportive, motardoni, GS ed endurone superaccessoriate.


Passo il piccolo paese di Colli di Montebovi, supero gli svincoli di Marsia e Tremonti e in pochi chilometri sono a Tagliacozzo. Inizia un tragitto poco interessante fino ad Avezzano, tappa obbligata per giungere fino alla SR5bis che da Celano a Monte Ocre taglia in due un’oasi di natura straordinaria, il Parco Regionale Sirente Velino, habitat naturale di rare specie animali come l’orso bruno, il cervo e il camoscio. La Vestina Sarentina è una strada da percorrere in moto almeno una volta nella vita. Nel periodo invernale è affollatissima di appassionati di sci provenienti dal centro Italia, mentre con la primavera i veri padroni di queste curve sono gli amanti del trekking e soprattutto i ciclisti, fomentati dal Giro d’Italia in pieno svolgimento. Ne incontro tantissimi e per questo occorre prestare molta attenzione lungo le curve cieche: in discesa si lanciano in picchiata neanche fossero Mario Cipollini con la sua tuta zebrata!


Faccio una sosta al bivio per gli impianti sciistici di Ovindoli e in un batter d’occhio sono raggiunto da un gruppone variopinto di supersportive con i motori impallati che ululano tra le curve. Honda CBR, Kawasaki Ninja, Yamaha R1, Suzuki GSX. Tutti con la tuta in pelle e le saponette abrase. Qualcuno porta un paio di sneaker Nike al posto degli stivali da moto. Tra loro anche qualche immancabile T-Maxista in assetto corsa. Della comitiva fanno parte mezza dozzina di povere zavorrine accovacciate sui codoni con le ginocchia in gola. Passione genuina: non importa come, basta esserci!
Decido di lasciar perdere gli impianti, preferisco passare per Ovindoli, grazioso e suggestivo come tutti i piccoli centri storici della zona.


Proseguo sulla SR5bis, lascio alle spalle Rovere e, prima di ritrovarmi a Rocca di Mezzo, tipico villaggio turistico di montagna ricco di strutture e seconde case, imbocco sulla destra la deviazione per Secinaro. La strada che inizia da qui pare promettere molto bene, ma non la percorrerò tutta o rischierò di non arrivare mai a L’Aquila per il pomeriggio. Una visita ai cosiddetti Prati del Sirente però non posso risparmiarmela: sono piccole pianure, circondate dai rilievi montuosi e disseminate di antichi laghetti. L’irrefrenabile voglia di offroad, mia e della Scrambler, esplode irrimediabilmente e mi addentro impavido, in piedi sulle pedane e lasciando una scia di polvere bianca alle spalle, lungo una strada bianca che si estende a perdita d’occhio. Bellissimo. Incontro solo 4 persone: 2 pastori e, tornando sulla strada asfaltata, una coppia di camperisti in procinto di accendere la brace. Buon appetito.


Torno sulla strada maestra, costeggiata da una ciclabile in terra battuta, paradiso delle mtb. Sulla destra la collina su cui poggia l’antico borgo di Rocca di Mezzo. A questo punto ho due alternative: fare ancora qualche curva e raggiungere il comune più alto dell’Appennino, Rocca di Cambio (1434 m), o ignorare il bivio, proseguire verso la frazione di Terranera e da qui andare alla ricerca delle celebri Pagliare, raggiungibili solo tramite l’impervia ippovia del parco (una rete di strade in terra battuta adatte agli escursionisti e ai cavalli). Indovinate cosa ho scelto?
Lungo la SP38 chiedo informazioni a un signore, seduto a scaldarsi al sole proprio sotto casa: “Ce la faccio con questa?” - gli domando. Guarda scettico due o tre volte la moto. Scuote la testa indeciso: “Ce la dovresti fa’ co’ questa”, sentenzia con tipica cantilena aquilana. Non me lo faccio ripetere, ingrano la prima, svolto su via del Cimitero – non sono superstizioso – e in pochi metri l’asfalto si trasforma già in sterrato. La carreggiata non è più larga di un paio di metri, inizio a divertirmi: correzioni continue con il manubrio, accelerazioni polverose, fondoschiena staccato dal sellone, gamba sinistra a controbilanciare le deformazioni del terreno accidentato. Il fondo è sconnesso, con lunghi solchi e canaloni scavati dall’acqua piovana durante l’inverno. La pendenza è lieve nella parte iniziale, aumenta improvvisamente per brevi tratti per poi tornare gestibile. Qui e là, segni di tassello lasciati da qualche endurista.


L’ippovia sprofonda nella fitta vegetazione, spesso sono costretto ad abbassare bruscamente la testa o a spostarla da una parte all’altra per evitare i rami sporgenti. Il sole non riesce a trafiggere le chiome degli alberi. La mia gioia è alle stelle mentre realizzo di trovarmi nel bel mezzo di un bosco di rovere, faggi e arbusti spinosi. Dopo 5 chilometri lo sterrato non sembra proprio voler terminare, non ho mappa, il 3G dell’iPhone va e viene e la segnaletica in legno posta ai pochi bivi lungo il tragitto non è proprio di immediata comprensione. Accosto per alcuni minuti all’altezza di uno slargo delimitato da grossi massi. Lascio raffreddare la Triumph, su tutto cambio e frizione. Sfilo casco e guanti e allento il colletto della giacca. Mi godo questo angolo di paradiso lontano dal caos della metropoli: il suono della natura, l’aria pura, i colori della primavera, il profumo della zagara. Vorrei bloccare il tempo.


Riprendo la marcia senza alcun riferimento: non un bivio, non un’indicazione, non un’anima viva. Solo polvere e pietre da domare in prima e seconda marcia, mettendo a lavoro tutti gli arti del corpo. Sotto il sedere non ho certo il KTM di Tony Cairoli, ma una bicilindrica di oltre 200 kg… L’eccitazione gradualmente si trasforma in apprensione: inizio a temere di essermi perso e non so nemmeno dove sono. Se succedesse qualcosa, una foratura, una caduta, sarei fregato e il mio orgoglio ne sarebbe devastato. Da quasi 10 chilometri guido in offroad, non un metro quadrato di asfalto nè un edificio nè un qualunque segno di civiltà. Il panico ha un’impennata quando lo sterrato si biforca e sulle indicazioni in legno non compare più alcun riferimento alla mia meta, le Pagliare di Fontecchio. Sono fuori rotta, non ho altra scelta che proseguire verso sud-est in direzione Tione degli Abruzzi.


Proprio pochi metri dopo il bivio, la vegetazione si dirada, intravedo alcune Pagliare e mi rendo conto di essere in cima alla Valle dell’Aterno, a un’altitudine di almeno 1000 mt. I pneumatici Metzleler ritrovano l’asfalto ma devono lottare contro un altro temibile avversario: l’estrema pendenza. Più di due chilometri di discesa, talmente ripida da richiedere in molti tratti la prima marcia e una posizione di guida con il fondoschiena che spinge sulla parte posteriore della sella per aumentare il grip sul retrotreno e l’efficacia della frenata. Un dislivello da montagne russe mai affrontato prima d’ora! Sfilo le uniche persone nel raggio di chilometri, due escursionisti stranieri che, con bacchette e scarponi da trekking, mi osservano increduli. Quando finalmente giungo a valle, ai margini del paese, ho proprio bisogno di una sosta all’ombra, sono sudato come Mike Tyson. Per le sollecitazioni e i frequenti bloccaggi, il pneumatico posteriore emana un forte odore di gomma bruciata. Che avventura! A caldo non la rifarei, ma tra qualche ora ho la sensazione che tutto avrà un sapore diverso.


A Tione vivranno poche decine di anime, un ragazzo che passeggia con il cane e una donna dall’accento slavo mi indicano la strada, con la coda dell’occhio noto le prime avvisaglie degli effetti del sisma che nel 2009 ha colpito l’aquilano: la chiesa del paese è inagibile e puntellata per il rischio di crollo. È solo un assaggio di ciò che incontrerò d’ora in avanti.

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6 commenti:

  1. Che voglia di perdermi nella natura che mi hai fatto venire....
    Un poeta delle due ruote.
    Continua così!

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  2. Gran bell'itinerario che faccio sempre con molto piacere.
    Bellissimo l'itinerario che da Secinaro scende nella valle dell'Aterno, Raiano, Pratola....
    A Pratola si pranza meravigliosamente a 10 euro (primo, secondo contorno e bevande). Se è Venerdì il prezzo...sale a 15 euro...

    Lamps!!!

    Penna Bianca

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  3. L'Abruzzo è una terra fantastica.
    Mio padre è di Farà San Martino (CH) e non manca mai l'occasione di un giro da quelle parti.Anche in macchina è un piacere.

    Attendo con ansia la seconda parte.

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