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martedì 31 dicembre 2013

Sicilia: in Vespa alle Gole dell’Alcantara (ME)

 
Il meteo natalizio in Sicilia, finora, non è stato così clemente come gli anni scorsi. Il progetto di un giro speciale con la Harley del buon Checco, con cui ero d’accordo per ottenere in prestito la sua Sportster Forty Eight per un giorno intero, è ahimè impraticabile. Domani tornerò nel continente, probabilmente dovrò rinunciare all’itinerario di fine anno in Trinacria. Così mi sveglio comodo alle 10 e trenta, colazione con spremuta di arance fresche e biscotti al sesamo appena sfornati e occhi pieni di sonno ancora per 15 minuti buoni. Quando finalmente riesco a puntare lo sguardo fuori dalle persiane, scopro che il cielo non è plumbeo come credevo, ma squarciato da un sole invitante. Lì mi si accende la lucetta e la scimmia del giretto in moto si impossessa di me. Rapido travel planning mentale: è tardi, non ho tempo per recuperare l’Harley, dovrò saltare il pranzo e ci sarà il rischio di un rientro senza luce del giorno né tepore del sole. Corro in casa, tiro fuori dal trolley il mio necessaire da viaggio e sono pronto in pochi minuti: Red Wings boots, doppia calza cotone – lana, sottotuta in microfibra, jeans, maglione di lana, sciarpone in pile, giacca in pelle, sottocasco, cappello di lana, casco jet con visiera, sottoguanti, guanti in pelle e Rayban. In garage la fida Vespa Chetak parte al terzo colpo di pedivella, la lascio scaldare mentre preparo l’olio Castrol per la miscela al 3% e sono più che pronto a partire! Il mio sorriso ha già una estensione notevole e non può che aumentare. Soprattutto se il luogo che decido di esplorare confermerà nei fatti ciò che promette sulla carta. È uno di quei posti che avevo visitato da bambino treenne prima e da scolaro distratto dalla pubertà poi. Proprio ieri rivedevo le foto datate 1978. Così ne ho tratto ispirazione: si va in Vespa alle Gole dell’Alcantara, provincia di Messina! Minchia compare!
 

Durante i primi chilometri non ho ben chiaro quale strada scegliere per raggiungere Giardini Naxos. Da Catania vado su verso San Gregorio e poi giù verso Ficarazzi ed Acicastello per non perdermi l’adorata vista dall’alto del castello e dei Faraglioni. Appena raggiungo la SS114 è tutta una tirata tra località marine assopite nel letargo invernale: seconde case dagli infissi serrati, complessi turistici in manutenzione, stabilimenti balneari sigillati con assi di legno. Acireale, San Leonardello, Giarre, Mascali, Fiumefreddo. Il mare è sempre lì, abbagliante per i riflessi del sole, in inverno più affascinante che mai. A ovest, a’ muntagna, l’Etna, splendida perché esaltata dal contrasto tra il bianco della neve che la ricopre e il blu che solo il cielo di dicembre è capace di dipingere.
All’altezza di Trappitello è il momento di lasciare la litoranea per imboccare la via Francavilla ovvero la SS185.
Il sound del mono 149cc della Vespa è uno spettacolo: quieto in quarta marcia lungo i tratti a scorrimento veloce, urlante agli alti regimi durante i cambi di marcia, sottolineati dall’inconfondibile clack sulla manopola sinistra del manubrio.
 

Le indicazioni turistiche per le Gole dell’Alcantara sono diffuse e ben leggibili. Oltre i muretti in pietra lavica che delimitano la statale, campi di fichidindia e vasti agrumeti colorano la campagna siciliana. Ai margini della strada cumuli di cenere vulcanica, flagello dei sindaci etnei. Supero Gaggi, primo paese lungo la valle dell’Alcantara. Ogni volta che posso pigio il tasto Horn, solo per il gusto di ascoltare il suono inconfondibile dell’avvisatore acustico più simpatico del mondo.
A parte qualche starnuto sotto il casco, la temperatura corporea si mantiene ottima, addirittura lungo la statale dismetto berretto, sottocasco e sottoguanti.
 

Inizio a scattare le prime foto all’altezza dell’imponente ponte ferroviario che precede il bivio per Graniti. Scavallo il prosciugato torrente Petrolo, proseguo lungo la 185 ed entro nel territorio di Motta Camastra. In pochi minuti eccomi arrivato al parcheggio turistico antistante la struttura da cui partono i sentieri guidati per ammirare le celebri gole.
Sono le 15.30. Lo spiazzo è deserto, le bancarelle serrate, il bar ristorante chiuso e in giro non c’è anima viva. Parcheggio la Vespa, tolgo il casco e vado per superare i tornelli, quando una voce mi ammonisce alle spalle: “Per entrare deve fare il biglietto. Nove euro sono”. Ora, non per fare il genovese, ma nove euro, d’inverno, con le strutture in rimessaggio e senza l’ombra di un turista nel raggio di dieci chilometri, mi sembrano veramente eccessivi. Tratto per un ridotto a 4 euro e cinquanta. Ma la risposta è lapidaria: “Nossignore, non ne posso fare sconti. Anzi, deve spostare pure la Vespa che qua da’ disturbo”. Il preambolo mi suggerisce di cambiare strategia: opto per accedere alle gole da una strada alternativa. Scelgo l’avventura.


Rimetto in moto la Vespa alla ricerca di un punto panoramico alternativo. All’altezza di Fondaco Motta, individuo un ponticello delizioso che sovrasta il fiume e sbuca su una centrale elettrica dell’Enel. Inizialmente penso sia una strada senza sbocco, finché un’Ape Piaggio, con a bordo 2 passeggeri, non mi sfila accanto per arrampicarsi sicura su una salita ripida che in pochi metri conduce alla temibile SP81. Se ne è capace un’Ape, posso farlo anch’io: prima marcia, peso del corpo tutto in avanti e gas!
Percorro la provinciale dapprima verso nord ovest, fino a Gravà. Becco un altro ponte, più moderno, dal quale per la seconda volta posso ammirare e fotografare le rapide dell’Alcantara. L’istinto però mi porta a tornare indietro, direzione sud est, alla ricerca delle rapide vere, quelle con la R maiuscola. La SP82, si fa sempre più stretta e il cartello giallo STRADA INTERROTTA sarebbe già un indizio ineludibile.


A riaccendere il mio ottimismo, all’altezza di un casolare di campagna, è l’incontro con un anziano del luogo, baffuto e dal volto scavato. “Buongiorno”, saluto con rispetto. “Buongiorno – risponde lui – io mi chiamo Turi Buda”. “Piacere, Alberto Di Stefano. Senta, ma questa strada è praticabile? Sbuca sulla statale? Posso percorrerla in Vespa?”. Annuisce con il capo, con la mano mi fa segno di andare e conclude la conversazione: “Basta ca va allèggiu ccù chissa”, indicando la Vespa. Non aspettavo altro, ho scovato la strada alternativa.
 

In pochi metri l’asfalto diventa brecciolino, poi si trasforma in sassolini, quindi in massi. Il guardrail scompare, la pendenza inizia ad essere impegnativa, saltano fuori lastroni di pietra dal terreno, come fossero gradoni, e i massi sono veri e propri spuntoni aguzzi e minacciosi. Ok, ho la ruota di scorta montata dietro il sellino del passeggero, ma forare qui sarebbe quantomeno antipatico. Due o tre volte sono costretto a scendere dalla sella per esplorare a piedi il sentiero e capire se sono in grado di proseguire. Altre volte sposto la Vespa a braccia, per evitare colpi maldestri sul motore. Sul terreno tracce di pneumatici da motocross e mountain bike, persino una ginocchiera Acerbis flagellata.
 

Supero il punto di non ritorno, quello da cui è impensabile fare marcia indietro. Su un tratto del sentiero manca addirittura mezza carreggiata, franata sul costone, ed è proprio qui che sento il cuore schizzare fuori dal petto per l’adrenalina!
Intorno a tutto questo eccitante sbattimento, una cornice naturale mozzafiato: la vista dell’Alcantara dall’alto della sponda più selvaggia, nitida e ancora più emozionante! Il fiume scorre in mezzo a grandi macigni, dove acquista pressione e potenza e produce lunghe scie di schiuma bianca e il caratteristico fruscio delle rapide.
 

Dopo essermi goduto la vista privilegiata delle gole il più a lungo possibile, sperando di averla ben fissata nella memoria, mi rimetto in sella. Lo sterrato torna gradualmente ad essere meno impervio e, non appena scorgo le prime case di campagna al margine della provinciale, capisco che il manto stradale da lì in poi tornerà ad essere più amichevole. Ancora un po’ di polvere, un ruscello da guadare ed eccomi sbucare sul tratto buono della SP81.
 

Attraverso per l’ultima volta l’Alcantara da un ponticello “pizzuto” e mi ricollego alla SS185 all’altezza di Contrada Finaita. Sono le 17 circa, ho saltato volentieri il pranzo, la temperatura esterna si è abbassata fino a 5°C. Rimetto su passamontagna, cappello, doppi guanti e lo sciarpone tutto intorno al collo. A darmi l’arrivederci un tramonto superbo, i cui raggi dorati si specchiano sull’Etna innevato.
 

Il ritorno verso Catania è da duri e puri: il cambio rigido della Vespa incide più del dovuto sui tendini del polso sinistro, la seconda marcia ogni tanto scappa via, mentre la corsa dell’acceleratore stranamente si è ridotta a metà, come se il cavo non riuscisse ad arrivare fino in fondo. Le ginocchia, che nel mio caso fuoriescono dallo scudo anteriore, sono semicongelate. Qualche spiffero, non so come, riesce a infiltrarsi fino la schiena, complice la posizione di guida imposta dal manubrio basso della Vespa. Basterà una buona doccia calda per tornare alla normalità.
È stata proprio la giornata che desideravo, senza programmi, piena di sorprese. Il sorriso tipo Stregatto, che non mi si leva dalla faccia per tutta la serata, ne è la gradevole riprova.
 
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Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 7 euro.
Chilometri percorsi: 20 (135 da Catania)
 
 
 
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domenica 1 dicembre 2013

Croazia: Dalmazia, da Split a Dubrovnik


Quando sentivo parlare della Croazia con toni entusiastici credevo si trattasse del tipico, odiato esempio di omologazione italica. Quest’estate ho scelto di visitarne una piccola porzione solo per puro caso, anzi per scelta irrazionale: una settimana prima del viaggio, la meta era ancora incerta. Alla fine (sia sulla Croazia, sia sui difetti italici…) mi sono ricreduto.
turisti italiani, specie i settentrionali, approdano in Croazia da nord, via terra. I meridionali approdano da Bari. Romani e napoletani scelgono Ancona. Partendo dalla capitale, quindi, la scelta è obbligata. 
Raggiungere il porto anconetano di venerdì sera, dopo l’ultima giornata dell’ultima settimana di lavoro prima delle ferie estive, non è affatto consigliabile: la SS3 e la SS76 in una botta sola, per di più con il buio, hanno messo a dura prova resistenza ed entusiasmo.
Il traghetto è il solito spettacolo d’eterogeneità umana: teenager casinisti, 20enni in tempesta ormonale, famiglia con bambini urlanti, commenda settantino con cabrio e amante, punkabestia che montano la tenda sul ponte per la notte, turisti che scattano foto controluce a ripetizione, autotrasportatori in canotta, bermuda, calzino e sandalo. Per fortuna a bordo trovo anche tanti biker dal tasso adrenalinico elevato con cui chiacchierare di moto.

 

Eccellenti i traghetti low cost Blue Line, economici, efficienti, puntuali, puliti. Impiegano solo un paio d’ore in più per la traversata. 
Prima notte a Spalato: troppa stanchezza per guardarsi intorno subito dopo lo sbarco. Si va direttamente in camera, doccia e poi cena in riva al mare al Ristorante Amigos, dov’è in pieno svolgimento un allegro ricevimento di nozze con piano bar da fare invidia a Memo Remigi.


La strategia di viaggio quest’anno è più razionale che in passato: inutile appiattirsi le chiappe, macinando 300 km al giorno per visitare tutta la Croazia (lunga più o meno quanto la penisola italiana), meglio limitarsi a percorrerne mediamente 200 ogni due giorni e fermarsi in tre o quattro luoghi diversi per almeno una notte. Perciò il campo d’azione è limitato alla Dalmazia meridionale, tratto compreso tra Split e Dubrovnik. 
Primo giorno. Dall’affollato porto di Spalato si salpa per la celebre isola di Hvar. I traghetti della compagnia croata Jadrolinija coprono a tappeto tutte le rotte costiere possibili e immaginabili, con numerose partenze durante l’intera giornata, a prezzi popolari anche con moto al seguito. 


Lo sbarco a Stari Grad offre scenari da laguna blu, il porto è moderno, le indicazioni stradali intuitive. Recentemente è stata costruita la nuova strada per la città di Hvar, la D116, più ampia e scorrevole e con un ottimo asfalto: uno spettacolo di curve e panorami che invitano a fermarsi ogni 500 metri. 
Che Hvar città sia la località estiva più mondana della Croazia, si percepisce dalla mole e dal lusso degli yacht ormeggiati al porto. Il mare è cristallino, scegliere una spiaggia o una baia è una scelta imbarazzante, ma l’opzione migliore, se si decide di trascorrere sull’isola solo un paio di giorni, è senza dubbio il noleggio di un gommone a motore per un tour tra le Pakleni Islands, il verde l’arcipelago che sorge proprio di fronte al porto. 
Hvar somiglia molto ad alcune isole greche, nel senso che va bene sia per chi cerca il divertimento notturno, sia per chi preferisce godersi la natura e la bellezza dei luoghi. 


Terzo giorno nell’entroterra dell’isola di Hvar, sormontando i fianchi ripidi della montagna e percorrendo la vecchia strada isolana che si inerpica fino al villaggio di Brusje, attraverso i campi di lavanda, le geometrie dei muretti in pietra a secco e la bassa vegetazione sferzata dal vento. Vista mozzafiato, condivisa solo con pochi impavidi cicloturisti nordici.
A Vrboska si fa rifornimento di benza e di acqua. Fa caldo, la stazione di servizio offre pochi metri quadrati di ombra. Per fortuna il gestore ha in serbo divertenti aneddoti sui nudisti… Vrboska è una delle mete dell’isola più visitate dagli amanti del naturismo ed è piena di indicazioni che segnalano le spiagge in cui sbandierare liberamente i gioielli di famiglia senza rischiare multe o linciaggi. 


Altra cittadina deliziosa da ammirare sull’isola è Jelsa: centro storico importante, edifici chiari battuti dal solleone, che mi ricordano Ortigia a Siracusa, e una villa comunale rinfrescata dal verde, ideale per una breve siesta e per smaltire quel calore asfissiante che dal motore della Scrambler si è trasferito inesorabile al mio interno cosce. Se capitate da queste parti, non rinunciate a una visita a Dalmacijaland, lo shop di un eccentrico artista locale dove trovare i gadget e i souvenir più originali di Hvar. 
Il tratto di strada che da Jelsa giunge al porto di Sucuraj non è certo in buone condizioni, richiede l’occhio attento del fuoristradista e l’uso continuo del cambio. In due e a pieno carico, ingranare la quarta è impensabile. Di contro, questa parte dell’isola è la più selvaggia e solitaria, forse la più affascinante. Non c’è traccia di esseri umani né tantomeno di villaggi. Giusto qualche catapecchia trasformata in locanda lungo la strada, frequentata dagli immancabili giessisti parcheggiati a schiera.
Sucuraj è talmente piccola che per esplorarla basta fermarsi al molo e ruotare il collo di 180° tipo Google Maps. La piazzetta ospita un mercatino in cui si vendono fichi e frutta fresca. Intorno, qualche ristorantino, la coda delle auto in attesa di salire a bordo e le barche dei pescatori, ormeggiate nel torrido porticciolo da cui salpa il traghetto per il continente. L’acqua del porto è talmente limpida e pulita che i bagnanti tutti intorno alla baia non esitano a restare a mollo, nemmeno quando il traghetto molla le cime e manovra verso Drvenik. Piuttosto, salutano felici con la mano. 
Il traghetto è piccolo, pochi mezzi a bordo e solo una moto (la mia). In trenta minuti lo sbarco è concluso.


Pomeriggio del terzo giorno completamente dedicato al trasferimento in moto da Drvenik a Dubrovnik: un lungo, caldo viaggio lungo la litoranea in direzione sud, ideale per ammirare la costa dalmata, l’immensa distesa di mare che la bagna, i canali Neretljanski e Malostonski e le innumerevoli isole e penisole che si susseguono una dopo l’altra: Korcula, Peljesac, Mljet, Sipan, Lopud e Kolocep, solo per citare le principali.
La E65 è una statale che somiglia a una delle nostre costruite negli anni ’50, pericolosa e trafficata, con tanti bivi e crocevia. Ma la segnaletica è chiara e puntuale e i croati alla guida non sono certo più incivili degli automobilisti romani o palermitani (e lo dico con cognizione di causa). Quindi occhi aperti e prudenza cereghiniana. 
Un’esperienza suggestiva è il passaggio dal territorio croato al breve corridoio serbo, attraverso la dogana sorvegliata da inflessibili poliziotti, che dai loro cabinotti in stile casello controllano i documenti dei viaggiatori. Una fila lunghissima, ma in moto si risolve tutto con una manovra all’italiana in nonchalance. Solidarietà ai tanti furgoncini Volkswagen T2 in coda con la frizione duramente provata.


Poche fermate lungo la costa. L’unica decido di farla per celebrare i 40mila km della Scrambler, a Slano, una delle decine di località di villeggiatura marine della Dalmazia, dove scrocco un quarto d’ora di Wi-Fi a un bellissimo albergo bianco davanti al porticciolo, comodamente spaparanzato sul divano della hall, con aria condizionata a palla e una bottiglia da un litro e mezzo di the al limone ghiacciato.
Ci siamo, arrivo a destinazione nella tranquilla baia di Zaton, a pochi chilometri da Dubrovnik (in italiano Ragusa), per due giorni e tre notti indimenticabili!


Due parole sulla cosiddetta “perla dell’Adriatico”, luogo superbo da visitare almeno una volta nella vita. Non tanto per le notevoli bellezze architettoniche del suo affollatissimo centro storico, ricostruito dopo la guerra degli anni ’90, forse un po’ troppo maniacalmente in stile Disneyland e somigliante alle scenografie in cartapesta di Cinecittà. Piuttosto per lo spirito e l’orgoglio cittadini, eredità dell’aspro conflitto serbo croato, vera bandiera del fascino di Dunrovnik. 


Sesto giorno. Si riparte per l’ultima fase del tour, direzione Spalato. Il caldo continua ad essere asfissiante. Abbigliamento tecnico, anche traspirante, proibitivo. Per giungere in fretta a destinazione, di primo mattino si riprende la E65 in direzione nord. 


La svolta della giornata arriva a Oputzen, all’altezza del bivio per Sarajevo: seguire alla lettera la tabella di marcia o far saltare tutto e godersi un bel fuori programma? Dietro l’impulso delle emozioni ancora accese, suscitate visitando le mostre fotografiche a Dubrovnik dedicate alla guerra, si va in Bosnia, deviando lungo la E73 che costeggia il famigerato fiume Neretva. Lo scenario cambia repentinamente: più degrado e povertà, meno mitteleuropeismo, scarse infrastrutture, atmosfera da entroterra isolato. 


Eppure, la statale conduce a un luogo speciale, da poco proclamato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO: il Ponte di Mostar. La sua storia struggente fa rabbrividire, così come la vista degli edifici in rovina, crivellati da proiettili e colpi di mortaio, di cui la città è tuttora disseminata.
In questa zona della Bosnia le strade sono poco curate, pericolose come quelle della Sicilia centrale e con scarsissima segnaletica verticale e orizzontale. Così, la decisione di raggiungere in moto Medjugorje, luogo di culto a pochi chilometri da Mostar, si rivela una sfida ardua contro il sole, il caldo e la scarsità di informazioni turistiche. Ma la preghiera alla Madonna e l’arrampicata fino alla cima della collina dell’apparizione meritano tutta la fatica di questa decisione. Medjugorje è un villaggio polveroso, invaso dall’espansionismo edilizio alberghiero e brulicante di bancarelle abusive, gestite da ambulanti napoletani che vendono ogni tipo di santino, statua e immaginetta. 


La protezione della Madonna probabilmente si rivelerà a lungo termine, perché nell’immediato il pellegrinaggio non porta certo i suoi frutti. La decisione di giungere a Spalato più velocemente attraverso l’autostrada si rivelerà una scelta incauta. Ad oggi, il tratto da Dubrovnik a Spalato è ancora in costruzione e, non so spiegarmi come, in prossimità di Ljubuski, perdo la rotta, ritrovandomi tra montagne sperdute e strade senza riferimenti. Quando, dopo decine di chilometri alla cieca, ritrovo l’autostrada, non va meglio: i viadotti salgono d’altitudine neanche fosse la A24, il freschetto umido e pungente del tramonto si fa sentire e la pendenza della carreggiata mette a dura prova cambio e trasmissione della Triumph a pieno carico. Non ne posso più di questa andatura a denti serrati, al casello di Sestanovac lascio la A1 croata e torno sulla litoranea, dove mi attende un susseguirsi di sagre estive, con conseguenti code di auto infinite da bypassare che mi accompagneranno fino a Podstrana per l’ultima notte dalmata.


Settimo giorno. Dopo una ricca colazione a base di strudel al cioccolato in uno dei forni tipici della città, le ultime ore croate non possono essere spese che a Spalato, ciliegina sulla torta di una vacanza in una terra sorprendentemente straordinaria. Split è una città unica: le mura del celebre Palazzo di Diocleziano, i sotterranei, le porte d’accesso, gli edifici storici all’interno della cittadella, le piazze, il mercato, l’incrocio di stili architettonici delle costruzioni, le melodie della klapa. Bella davvero.
Fine giornata: tutti al porto. Il traghetto Blue Line apre il portello di poppa per imbarcare mezzi e turisti, si torna a casa dopo un’ultima eccezionale vista dello skyline di Spalato.


Prima della parola fine, spazio alle potenziali FAQ. È vero, la Croazia costa mediamente meno dell’Italia, ma rispetto a quale parte d’Italia? Se il metro di riferimento sono Roma, Milano o le mete estive italiane più gettonate, allora si. Però a volte se la gioca con molte destinazioni secondarie del bel paese. 
Si, in Croazia la benzina costa meno che in Italia, siamo intorno a 1.40 euro/lt. Ho fatto il pieno con 14 euro anziché 20 in Italia. Non a caso a Spalato, prima di imbarcarmi per Ancona, ho riempito il serbatoio fino all’ultima goccia.
La moneta croata è la Kuna (KN): 1 euro = 7.60KN. Ho prelevato senza problemi con la carta bancomat in diverse banche croate, il tasso di cambio varia da un posto all’altro, basta fare attenzione. Tantissime attività croate accettano anche pagamenti in euro e alcune sono anche disponibili al cambio, con un tasso però non sempre conveniente. 
Si mangia bene? Si. Se si cerca la pizza o la mozzarella fresca, cambiar meta, ma la cucina è molto simile alla nostra, mediterranea, con qualche influenza austriaco-germanica. 
È incredibile. In Croazia (a differenza della Bosnia, che ne è invasa) non esistono zingari né mendicanti e, in generale, il rischio furti sembra scarso. La Polizia croata vigila ma non è oppressiva. Non è vero che gli agenti fermano i motociclisti lungo le strade secondarie minacciando multe, sequestri o arresti in cambio di soldi.
Infine, due righe su due dei personaggi più simpatici conosciuti durante il viaggio. Il primo si chiama Petar, indigeno che lavora in un ristorantino sul mare a Jelsa, isola di Hvar. Mentre parcheggio la Triumph in centro mi ferma a bordo della sua bici, avvisandomi di cambiare zona: “Qui multa Polizei. Visto te ieri sera in porto Hvar, bella moto, quanto costa? Io ho Honda 125”. È scattata una divertente chiacchierata che ha messo in mostra la sua ospitalità, la semplicità e la passione che unisce gli amanti delle due ruote.
Il secondo amichevole personaggio, raffinato e spartano al contempo, è Laurent, distinto 55enne francese di Lione, che in sella alla sua Suzuki DL 1000 VStrom bordeaux ha percorso con la sua compagna migliaia di chilometri, due giorni di viaggio ad andare e due a tornare, per trascorrere a Spalato solo 48 ore. E che, a dispetto dell’età e del confort, dorme sul ponte del traghetto disteso su una panchina di legno senza mai dismettere giacca e pantaloni da moto. Uno duro e puro.
Persone, luoghi, visioni, odori, sapori. Di questo è fatto un viaggio. E “con la moto” queste percezioni diventano ancora più intense, accessibili e frequenti. Zbogom Croatia!

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Informazioni utili

Dove mangiare
Konoba Menego, Groda bb, Hvar, www.menego.hr. Osteria di cucina tradizionale dalmata, piatti tipici e atmosfera suggestiva. Sembra rimasta ferma a 50 anni fa.
Blidinje, +385 358794, Lapadska Obala 21, Lapad. Trattoria specializzata in pesce fresco e carne alla brace, poco frequentata dai turisti e con vista sul porto nuovo, dove ogni sera sono ormeggiate grandi navi da crociera illuminate a giorno.
Dove dormire
Villa Pinocchio, Grljevacka 26, Podstrana, tel +385 21335334, www.dalmacija.net/podstran/villa_pinocchio.htm. A pochi chilometri da Spalato, camere modeste ed economiche ma ben accessoriate, nuove e pulitissime. Gestori cordiali, giovanili e alla mano.
Villa Gvegorovic, Na Ratu 11, Zaton, tel +385 20891270, www.villa-gverovic.com. Straordinaria villa antica in pietra sul mare, camere con vista sulla baia, piattaforma privata con lettini e ombrelloni. Era un vecchio palmento e ospita ancora una vecchia cappella intitolata a San Rocco, patrono del luogo.
Costi del viaggio (solo Croazia): carburante 82 euro, pasti per due persone 192 euro, alloggio per due persone 424 euro, traghetti per due persone + moto 322 euro.
Chilometri percorsi: 600 (totale da Roma, 1000)



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venerdì 6 settembre 2013

Il viaggio in moto d'estate

 
90 fisso. Le moto che salutano. I ragazzini che si voltano dai sedili posteriori delle auto. Il calore del motore al casello. Il sudore che si asciuga a velocità. Parcheggiare la moto all'ombra. Viva le gallerie, fresche di giorno, tiepide la sera. Il sole basso che acceca in direzione nord. Lo spostamento dell'aria sorpassando i TIR. Il camionista che segnala strada libera. Il formicolio alla mano destra. Il manubrio con una sola mano per riposare l'altra. Lo stivale che cerca posto sulla pedana. La gamba che si allunga verso l'asfalto. Il sedere che scorre avanti e indietro sulla sella. I dossi sui viadotti che schiacciano le sospensioni. La conta dei chilometri fino alla riserva. Il pieno all'automatico col bancomat. Le mani che puzzano di super senza piombo. Il sollievo svuotando la vescica tra le frasche. La borsa serbatoio che ripara dall'aria. Lo sguardo alla cartina ad ogni uscita della superstrada. Le pendenze della statale che attraversa le montagne. I rettilinei in discesa con un filo di acceleratore. I moscerini che oscurano la visiera del casco. Le zanzare kamikaze che si lanciano sul fanale anteriore. Domani, un altro giorno di viaggio, in moto, d'estate.
 
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giovedì 18 aprile 2013

Lazio: Muddy sunday al lago di Vico (VT)


Un mese di marzo così piovoso non si vedeva da tempo. Ho pazientato, ho preso la pioggia in moto per andare a lavoro praticamente ogni giorno, ma senza fiaccarmi. È bastato pensare al mio amico Steve, che tutti giorni guida la sua Suzuki Bandit a Dublino, in Irlanda, dove il sole certo non è ospite fisso. Ho aspettato il primo vero weekend di primavera per tirar fuori dal garage la Scrambler, lercia e ingrigita dalla tanta acqua raccolta durante le ultime settimane, per un bel giretto. Finalmente andiamo a divertirci baby!
Ieri sera era molto tardi e sono già le 11 passate, a momenti si pranza. Per saltare un pasto e dedicare più tempo al riding, vado di colazione ipercalorica, e a mezzogiorno sono in sella! Vai cor gasse.
Vado a nord e, anche se mia sorella mi sfotte perché snobbo il mare, punto le ruote verso la Tuscia viterbese: autostrade, caselli, vialoni e semafori, vietati. Esco da Roma più in fretta possibile, comincio a far divertire la Triumph solo sulle strade semideserte di campagna fra Tragliata e Tragliatella. Il twin britannico gira fluido lungo la SP15b fino alla via Braccianese, dove il traffico dei turisti della domenica pare già sopito. Sfilo Bracciano, entro in riserva, giro il rubinetto della benzina allungando la mano sotto il serbatoio mentre sono ancora in movimento. Incrocio pochi motociclisti, come al solito i più presenti sono gli harleysti, seguiti a ruota dalle supersportive e dai giessisti.
Ecco la via Claudia, passo Manziana e Oriolo Romano e faccio benzina a un self service low cost. Sbircio la serenità domenicale della gente, le grigliate in giardino o i clienti fuori dalle pasticcerie col vassoio di paste in mano.
Fortuna che non ho rimandato il pieno: a Vejano il minuscolo distributore del paese non ha l’automatico.
 
 
Proprio mentre penso che potrò divertirmi solo in prossimità del lago, un’illuminazione mi sorprende! Dal ponte che segue di pochi metri l’incrocio con Barbarano Romano, spunta fuori un interminabile rettilineo sterrato a due corsie che passa proprio là sotto. Sgrano gli occhi, giro a zonzo per trovare l’accesso alla strada bianca e lo scovo in prossimità di una stazione ferroviaria diroccata. Si tratta della vecchia ferrovia che collegava Orte e Capranica a Civitavecchia, chiusa negli anni ’60, in seguito a una frana, e mai più riaperta. Non esistono nemmeno più i binari, solo un lungo, polveroso rettilineo.

 
È uno dei più bei momenti della giornata: sedere alto, arretrato sulla sella, a tutta birra lungo la vecchia ferrovia abbandonata, con gli insetti che si spiaccicano sulla visiera del casco, i rami che raschiano la giacca di pelle e una scia di polvere bianca sparata in aria dalla ruota posteriore, visibile dagli specchietti.
Il sole primaverile è tiepido ma bisogna fare attenzione: sotto alcune zone d’ombra, emergono pozze d’acqua che invadono l’intera carreggiata.


Dietro uno stretto passaggio tra i cespugli, ecco un’enorme landa assolata: la fusione tra verde prato e giallo margheritine di campo crea il tipico effetto multicolor di primavera, contro cui nulla può l’ombra solitaria di un albero secolare. Metto la Triumph sul cavalletto, tiro via la chiave dal blocchetto di accensione, sfilo guanti e casco e a piedi raggiungo il grande leccio. Sotto gli stivali sento il “ciaf ciaf” della terra zuppa d’acqua. Nessun altro rumore oltre al soffio del vento.


Torno in sella tra fango e polvere e mi ritrovo presto all’ingresso di un tunnel ferroviario, uno vero, ma senza treno che passa… Prudentemente accosto la moto al margine della strada e mi avvicino sulle mie gambe alla galleria per esplorarne l’interno. Cammino per un centinaio di metri, il tunnel è totalmente buio, in fondo nessuna luce. Infiltrazioni di umidità e reverbero producono un rilassante concerto di gocce d’acqua che si scagliano sul terreno. Mi sembra che non sia troppo rischioso entrare in moto, così torno indietro, ingrano la prima e mi avventuro all’interno. Il frastuono del motore che rimbomba e il rischio di impantanarmi all’improvviso lì dentro sono talmente esagerati che, da solo, non mi fido a proseguire. Marcia indietro, ancora due o tre traversi in accelerazione sulla polvere e rientro sulla SS493.


Mi rilasso sui tranquilli rettilinei della statale, all’incrocio con la Cassia seguo le indicazioni per il Lago di Vico, l’unico specchio d’acqua nel territorio laziale che non avevo ancora mai visitato. Luogo eccezionale, purtroppo recentemente vittima di cattive notizie sullo stato di salute delle sue acque, pare inquinate da una elevata concentrazione di arsenico. Agghiacciante.


Dentro la riserva naturale guido lungo bellissime curve tra boschi di faggio e cerro. Poi raggiungo la riva: per fortuna nessuno spiacevole incontro con la famigerata alga rossa che tanto preoccupa la popolazione locale.
Mi piace molto questo lago di origine vulcanica, il più alto (507 mt s.l.m.) del nostro paese. Percorrendo il perimetro, è evidente quanto sia valorizzato e curato e soprattutto quanto sia magnificamente vivibile per turisti e per la gente comune.


Ci sono tutti: surfisti, velisti, canoisti, pescatori, innamorati che passeggiano romanticamente, famiglie che alimentano la brace nelle aree attrezzate, naturalisti, birdwatcher, single che passeggiano (con) il cane. Ma anche pastori con le greggi, guardaparco e forze dell’ordine. Tant’è che mi permetto di infrangere il divieto di accesso a un sentiero del parco una sola volta e solo per poche fangose centinaia di metri, giusto per avvicinarmi il più possibile alla celebre zona palustre a nord del lago. Uno spettacolo.


Mi libero di tutto l’abbigliamento di protezione, parcheggio la Scrambler sotto l’ombra a raffreddare e me la godo a lungo su una delle spiagge del lago. Scatto qualche foto, lancio sassi in acqua, mando un paio di whatsappate, poi mi sdraio comodo sullo scafo di una barca rovesciata a terra. Manca solo il fiore in bocca, che però rimpiazzo con un Chupa Chups alla ciliegia.
Trascorro più tempo del solito ad oziare beato e interrompo la meritata dose di fancazzismo panoramico solo quando lo stomaco inizia a bussare.


Istintivamente decido di fare un salto a Ronciglione per spararmi un cornetto Algida e una spremuta di arancia, seduto al tavolo di un bar lungo l’immancabile via Roma. Il paese è tranquillo.
Solo lungo la strada del ritorno verso la capitale, rigorosamente alternativa alla via Cassia, mi viene in mente che la località vicina al lago da visitare era Caprarola, con il suo bel Palazzo Farnese. Ops!
Un motivo in più per tornare presto a visitare un territorio in cui la natura ha ancora spazio, tempo e dimensione. Mi auguro che qui si vincerà la triste battaglia contro l’avidità umana, mai sazia di minacciare e avvelenare le poche oasi sopravvissute fino ai giorni nostri.

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Informazioni utili:
Dove mangiare e dormire: Albergo La Bella Venere, Loc. Scardenato snc, Caprarola (VT), tel 0761 612342, www.labellavenere.it.
Costi del viaggio: carburante 10 euro. Cornetto Algida, spremuta, e Chupa Chups: 5 euro.
Chilometri percorsi: 32 (85 da Roma).
 
 
 
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lunedì 17 settembre 2012

Elogio (inatteso) dell’autostrada



Io odio l’autostrada. È una palla mortale, noiosa, monotona e puzza pure di gasolio. Con la Scrambler (per mia volontà) non riesco ad andare oltre i 110 km/h: per una volta il bicilindrico di Hinkley vorrebbe superare i 5000 giri in quinta marcia, ma io niente, proprio non riesco. Comprensibilmente, i miei amici e compagni di viaggio mi compatiscono, ormai hanno capito che è inutile sperare di vedermi sugli specchietti per più due minuti: li lascio andare alla velocità che vogliono, loro sanno che mi rivedranno spuntare solo al distributore successivo, per la pausa canonica dei 100 km, quando ormai avranno già bevuto l’ennesimo caffè e fatto un altro pieno ai serbatoi.
Oggi però, lungo la A25, in direzione Roma, provo qualcosa di diverso. Penso più del solito mentre guido. Calcolo a mente dopo quanti minuti raggiungerò gli altri, comparando le rispettive velocità in rapporto ai chilometri da percorrere. Tante le moto che mi sfilano lungo la corsia di sorpasso, i più salutano scuotendo la gamba destra, altri lasciano compiere questo gesto di solidarietà alle zavorrine. Le jap supersportive si riconoscono dal ronzio, nonostante il rumore del vento nel casco integrale limiti la capacità auditiva e impedisca di percepire il sibilo del mio stesso motore. Consigliati i tappi per orecchie.
Ho guidato in autostrada nel tardo pomeriggio, aspetto che ha reso il viaggio più stimolante del solito. Il sole basso, le nuvole tinte di rosso, i riflessi ramati della luce al crepuscolo che rendono vivaci persino i grigi muretti in cemento armato dei cavalcavia. E poi, quando le tenebre bussano alla porta del cielo, quel favoloso momento che segna il limite tra giorno e notte. La luce del faro anteriore inizia ad ingiallire l’asfalto, ma non è ancora così intensa da monopolizzare l’attenzione degli occhi come quando è buio.
Forse ho capito che persino l’autostrada ha un momento ideale per essere compresa da chi la odia. Al tramonto, al termine di un raduno o di una vacanza in moto. È un’ottima cornice per rivivere tutti i bei momento condivisi con gli amici o per rivedere tutti i paesaggi incantevoli che rapiscono gli occhi lungo le strade d’Italia. Peccato solo che al termine di ogni autostrada ci sia la coda al casello…

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domenica 10 giugno 2012

Abruzzo: La via Valeria, il Sirente Velino, l’aquilano - Parte 2



La mia prossima meta, Fontecchio, pare essere uno dei borghi più suggestivi del Parco Sirente Velino. Per arrivarci, supero Santa Maria del Ponte e mi immetto sulla SR261, direzione nord: poche curve, zero pendenze, guida rilassante. Perfetta per riflettere su quale trattoria visitare per saziare la mia fame che, dopo la tensione della discesa delle Pagliare, sembra implacabile. A Fonticchio scorgo un biker solitario che esce da una casa in sella alla sua splendida Moto Guzzi Griso nera. Veste una tuta da moto e un casco “serio”, sembra affidabile. Lo affianco, saluto e chiedo una dritta sulla migliore osteria casereccia del posto: “C’è da fare 2 chilometri. È un po’ fuori dal paese”, risponde. Si chiama Gianfranco e proprio in quel momento si appresta a iniziare un bel giro nei dintorni del suo paese per godersi il mitico bicilindrico a V Guzzi. Gli chiedo di andar piano perché, dopo l’offroad, sono rigido come le doghe di una rete ortopedica. Lui è sorpreso, guarda la Scrambler con perlessità e ammirazione, come a voler comprendere se davvero sia possibile percorrere l’ippovia su un “cancello” del genere.


 

Gianfranco mi accompagna generosamente fino a Fagnano Alto, al Ristorante “Il Castello”, dove vivo la solita situazione imbarazzante: sono le 15 passate e gli ospiti del ristorante sono già andati tutti via. Temendo di essere cacciato come un sorcio, trovo invece un’ospitalità quasi esclusiva. Il locale è elegante e curato: tovaglie bordeaux, pareti chiare, mobili antichi. Il titolare mi offre subito un bel tavolo accanto alla finestra con “vista moto” e mi racconta che in quella struttura un tempo sorgeva la scuola del paese. Sono l’unico cliente in una sala di almeno 30 metri quadrati e mi sento come un principe! Pranzo eccezionale: mix di salumi e formaggi umbri, bruschette funghi e mozzarelle con scaglie di tartufo, insalata di grano con verdure crude e un primo piatto delicato ma genuino: tagliolini zucchine e zafferano. Tutte specialità tipiche della Valle dell’Aterno con ingredienti a filiera corta. Il titolare, probabilmente mosso a compassione dalla mia fame - neanche fossi Terence Hill in Trinità - mi intrattiene con parecchie curiosità sulla zona e non nasconde la preoccupazione per la crisi di un territorio che dopo il terremoto del 2009 ha subito un pesante calo di visitatori, soprattutto tra i “turisti del weekend”, benestanti romani che nel finesettimana, con tutta la famiglia, popolavano le seconde case, oggi quasi completamente inagibili.
Fagnano è un posto rilassante e silenzioso, mi fermerei qui per una villeggiatura a tempo indeterminato… Sogni galoppanti, probabilmente stimolati dalla digestione. Un indispensabile caffè mi riproietta in sella alla Scrambler.
  

Torno sulla SR261, attorno a me colori scintillanti: un contrasto degno della migliore tela di Van Gogh, con papaveri rossi che spezzano il verde rigoglioso dell’erba primaverile, quello più scuro delle chiome fruscianti degli alberi e il limpido blu del cielo abruzzese. Prima di muovere a nord verso il capoluogo aquilano, torno indietro verso Fontecchio dove visito il piccolo borgo. Nella piazza centrale parcheggio la Triumph: nonostante gli scarichi originali, sembra fare una caciara poco rispettosa per una simile quiete. A piedi aggiro il bar del centro, dove una guida racconta la storia di quei luoghi a un gruppo di tedeschi accaldati, e ritrovo i due viandanti incontrati in cima alla montagna: sono olandesi e camminano da ben cinque ore sotto il sole, difesi da ampi cappelli e armati di bacchette. Mi invitano a visitare Amsterdam in moto: forse, un giorno. Il mio cuore inizia a farsi piccolo quando mi addentro tra le mura del borgo. È praticamente semi abbandonato, molte case sono lesionate e sorrette da impalcature di sicurezza. Un vero peccato. Spero che qualcuno prima o poi possa ridar vita a questo borgo così suggestivo.
Da qui in poi inizierà un percorso fatto di distruzione, di ferite alle strutture, agli edifici e alle cose, che purtroppo ha irrimediabilmente causato anche vittime umane. Quello che vedrò richiederà occhi diversi dal solito e un animo forte, in segno di rispetto verso la gente abruzzese cui desidero, a modo mio e con rispetto, offrire solidarietà.


 

Lascio Fontecchio, in paese mi suggeriscono di raggiungere il capoluogo passando per San Donato ne’ Vestini. Lo scenario lungo la strada regionale diventa più anonimo, la natura lascia spazio a spianate, agglomerati commerciali, capannoni. All’incrocio con la SS17, l’occhio cade immediatamente sulle celeberrime villette a schiera, tutte colorate e disposte sulla collina, costruite per le famiglie aquilane rimaste senza tetto. Ai margini della regionale è una collezione di vecchi edifici pericolanti e messi in sicurezza, ai quali si alternano strutture completamente nuove, costruite da non più di due anni. Un contrasto molto forte.
Quando a una rotonda noto le indicazioni per Onna, non so se proseguire o meno. Per rispetto decido di fermare la moto all’ingresso del paese. O meglio, di ciò che è rimasto del paese, dove il sisma provocò il più alto numero di vittime, ben 40. Solo macerie, polvere e transenne. È raso al suolo e sono passati tre anni. La zona rossa vieta l’accesso ai non autorizzati, tuttavia c’è un via vai di gente laboriosa che carica e scarica auto o furgoni, che entra e esce da vicoli ormai senza confini. Dalle macerie emergono mura ancora piastrellate, lavelli, tubi dell’acqua, anfratti domestici che suscitano il dramma vissuto da persone come noi che qui hanno perso tutto, casa e affetti. Mi viene in mente la canzone di Laura Pausini, Donna d’Onna: “Dentro ai tuoi occhi ritorna, luce che ferma la terra. E per la vita resterà”.
Sono di nuovo sulla statale 17 Est, quando resto colpito da una serie di casette a schiera in legno verniciato di un turchese vivace. Sono disposte in tre o quattro linee. Sono molto più graziose e dignitose dei container che in passato avevo visto in Irpinia. Alcune hanno di fronte un prato  e giochi per i bambini, altre un parcheggio asfaltato. Fuori dalle porte coppie di anziani seduti sulle sedie di legno ad attendere chissà cosa. Quello che mi lascia perplesso è che ogni palazzina reca un grande cartello con un numero progressivo, partendo dall’uno in poi. Come fossero padiglioni di una fiera. Non mi spiego il senso, ma probabilmente risulterà utile a chi in quelle case ci vive o a chi le amministra.
L’ultima località nei dintorni del capoluogo che decido di visitare è Paganica, altro centro fortemente colpito dal sisma di tre anni fa. Sembra messo meglio di Onna, è più grande, molte case sono abitate e la vita sembra scorrere regolarmente. Quando raggiungo la facciata della Chiesa della Concezione, resto sbalordito per i gravi danni strutturali che riporta. Mi fermo solo qualche istante e, ancora scosso dalla visita a Onna, decido che non occorre più andare oltre.
È ora di raggiungere l’ultima meta del mio emozionante viaggio in queste terre, L’Aquila. Rappresenta l’emblema della distruzione e del dolore ma, grazie al coraggio e alla generosità della gente, anche della speranza e della voglia di continuare a vivere.


 

Quando arrivo alla Fontana Luminosa mi sorprende il fatto che il centro della città sia aperto al traffico pedonale. Solo dopo scoprirò che molti aquilani sospettano si tratti solo di una manovra elettorale.
In piazza Battaglioni Alpini sono parcheggiate già diverse moto, enduro e gran turismo, segno che qui è tornato anche un po’ di turismo. Non so come, mi ritrovo in via San Martino, dove decido di fermare la Triumph. Giusto il tempo di svestirmi dall’abbigliamento tecnico e inizio a realizzare. Non credo ai miei occhi: l’antico edificio sotto il quale ho parcheggiato la moto un tempo era un condominio, ma adesso tutte le porte e le finestre sono spalancate, tutta la struttura è puntellata, ogni finestra e messa in sicurezza con assi di acciaio e legno. Anche al suo interno l’edificio è completamente farcito di tubi innocenti che reggono pareti e solai. Si intravede quel che resta di un mobile e altri dettagli che testimoniano che lì dentro prima del sisma scorreva la vita. Mi impressiona notare il citofono del palazzo ancora al suo posto, con nomi e cognomi degli inquilini ancora perfettamente leggibili.
Di fronte, un panificio e una ricevitoria tabacchi chiusi con i vetri impolverati e le insegne malinconicamente sbilenche. A fianco, un grosso container industriale stracolmo di detriti, uno dei tanti di cui la città è ancora disseminata.



Appena metto piede lungo corso Vittorio Emanuele, realizzo che tutto il centro storico della città è un quartiere fantasma. Le mura esterne degli edifici secolari sono ancora tutti in piedi, ma solo grazie a un’infinità di pilastri d’acciaio, puntelli, scudi anticrollo, fasce di contenimento e sostegni di ogni forma e materiale. Al loro interno solo un fitto sistema di tubi per scongiurare il pericolo di nuovi crolli. Negozi, botteghe, locali pubblici e bar, abitazioni, uffici pubblici e privati, studi professionali, chiese: nulla è più dov’era e nessuno può più metterci piede.
Adesso che le strutture sono sicure per i pedoni, molte strade sono state ripulite e gli aquilani e i turisti sono tornati ad animare questo luogo prima inaccessibile. Le fontane, i pochi container e le recinzione sono rivestiti di centrini di lana colorata intrecciati dagli aquilani per abbellire il grigiore post sismico. Si respira un clima positivo tra la gente, non sembra esserci rassegnazione a un simile scenario architettonico, ma voglia di reagire, di ricostruire, di riportare alla vita il quartiere e la città intera guardando al futuro con entusiasmo.



A piazza Duomo leggo tutto con più chiarezza: intorno i palazzi storici, feriti e fasciati come reduci da un bombardamento; al centro, incurante delle reti, delle transenne e delle zone rosse, la gente partecipa accorata a uno spettacolo di majorette e sbandieratori mentre i bambini giocano tra le giostrine ambulanti. La parola giusta è: riscatto.
Ho deciso di non pubblicare le immagini degli effetti del terremoto in segno di rispetto. Il messaggio che vorrei lanciare è quello di visitare L’Aquila non per ciò che ha subito ma per ciò che ancora è in grado di offrire, per portare vitalità e solidarietà a una popolazione coraggiosa. Un modo concreto per reagire anche di fronte al recente, devastante sisma ha colpito l’Emilia Romagna.


 

Sono emotivamente e fisicamente esausto: in poche ore sono passato dall’adrenalina dei tornanti appenninici e degli sterrati di montagna all’angoscia delle macerie nelle città terremotate. Però mi sento sereno e con un’esperienza di cui fare tesoro. Oggi l’Abruzzo è una terra che esprime i due volti della natura: quello meraviglioso dei parchi appenninici e quello distruttivo che abbatte case e miete vittime. Per questo, nel bene e nel male, va sempre rispettata.

© Riproduzione riservata

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Leggi la prima parte del racconto

Informazioni utili:

Dove mangiare:
Ristorante Il Castello, Fragnano Alto – fraz. Castello (AQ), tel 0862 86404 / 86331.
Costi del viaggio: carburante 38 euro, pranzo e bevande 24 euro.
Chilometri percorsi: 90 (parte 1) + 45 (parte 2)



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