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domenica 4 gennaio 2015

Sicilia: Etna, da Ragalna ad Adrano in Vespa


Si è avverato ciò che temevo. Avevo questa sensazione già dallo scorso Natale. Ho impiegato dodici mesi per trovare tempo da dedicare a un giretto in moto. Scandaloso. Di nuovo è accaduto qui, alle falde di quella che i catanesi chiamano “a’ muntagna”, il tanto amato vulcano Etna. Ed è stato possibile grazie alla mia fedele Vespa indiana, il Bajaj Chetak verde del ’98, partita al primo colpo dopo un anno di fermo.
Il 2014 è stato ricco di fatiche ed emozioni in vari ambiti della vita e avaro di domeniche, ponti o ferie da dedicare alla moto. Per fortuna salgo sulla generosa sella biposto con bordino bianco della Scrambler ogni giorno per andare a lavoro. Mi consolo sulle curve della “panoramica” di Roma, che, in mancanza d’altro, regalano piccole iniezioni urbane di adrenalina motociclistica.
Finalmente si va: mezza giornata tutta per me, miscela appena fatta, una mite mattinata siciliana di dicembre. Tocca a me. È ora di rilanciare la accoppiata Vespa – Etna, portafortuna per l’anno che verrà.  
Le strade asfaltate etnee che conosco meno si snodano tra i quadranti sud ovest e nord-ovest. Così comincio a scoprirne una prima fetta partendo da Ragalna, tranquillo paesino immerso nel parco naturale del vulcano. La via Bosco, costellata di villette e seconde case dei locali, mi conduce presto fino al “giallo” della flora etnea e dei tanti campi coltivati a frutteto. Da queste parti crescono le profumatissime e dolcissime mele dell’Etna. Altro che Melinda.



Pochi chilometri ed eccomi sulla strada Milia. Se andassi a destra arriverei alla favolosa SP 92 che porta fino a Rifugio Sapienza, questa volta però guiderò verso nord ovest e, se non farà troppo freddo, forse mi spingerò fino a Bronte.
Anche oggi l’abbigliamento è rimediato: cargo pants, Red Wings boots, K-Way imbottito con cappuccio, casco jet con visiera e sciarpa di lana di mio suocero. Ma stavolta da Roma ho portato con me sottotuta Tucano Urbano, guanti in pelle e sottocasco Dainese. 
I primi chilometri della strada Milia sono tutt’altro che ricchi di curve, solo qualche semplice tornante. La carreggiata è stretta, l’asfalto è un patchwork di materiali, colori, annate e strati diversi. Occorre stare sempre in allerta e mantenersi quanto più vicini al margine destro della propria corsia, specie incrociando altri veicoli. Incontro tanti contadini, a bordo di vecchie Uno o Tipo, di ritorno dai propri frutteti, qualche Ape Piaggio 500, qualche 16enne smanettone su 2 tempi elaborato, probabilmente proveniente da Santa Maria di Licodia, Belpasso o Biancavilla, località a forte vocazione motoristica.
Non esistono molte indicazioni stradali, all’occorrenza mi oriento con Google Maps finché la batteria dell’iPhone non muore. L’ho stressato parecchio stamattina, è la prima volta che, insieme alle foto, decido di allegare a questo racconto anche un breve video. Il risultato potete giudicarlo qui sotto. 



Una decina scarsa di chilometri e arrivo a un bivio più vistoso, su cui campeggia una scultura di pietra con incisa la scritta “Benvenuti nel Parco dell’Etna”. Mi fermo e faccio conoscenza con un gruppo di ragazzi arrivati da Catania a bordo di un furgone ricoperto di sticker e stipato di MTB super tecniche attrezzate di tutto punto. Sono pronti a pedalare in offroad, li ammiro. Io rimetto in moto e decido di prendere il bivio a destra, continuando a salire di altitudine. Non so se è la direzione giusta, ma perdersi in questi luoghi silenziosi e semideserti è sempre speciale. Le curve sono più impegnative, il mono della Vespa gira che è una meraviglia, il cambio lavora sodo: progressione e scalata, seconda – clack – terza – clack – seconda. Uno sballo. Quattro chilometri circa e la strada asfaltata termina in un grande parcheggio con qualche auto in sosta. Senza saperlo sono arrivato all’accesso di Monte Intraleo, celebre punto di partenza di scarpinate super panoramiche per appassionati di trekking, 1500 mt di altitudine. Per un attimo mi rivedo in divisa da lupetto, zaino in spalla, quando mi arrampicavo tra i sentieri in testa alla sestiglia dei Pezzati. Lupi del nostro… meglio!


È il momento della discesa, una lotta continua tra uomo e Vespa, assetto, telaio, diametro delle ruote, manubrio e freni. Andatura frizzatina vuol dire affrontare le curve in posizioni di guida da equilibrista, lontanamente somiglianti a quelle dei co-piloti di sidecar da corsa all’Isola di Mann: sembra di fare yoga con uno scooter al poso del tappetino… La “calata” mi fa sorridere e sprizzare entusiasmo, tanto da non irritarmi nemmeno quando un rovo, sporgente dal margine destro della strada, mi affetta letteralmente la manica destra del K-Way all’uscita cieca di una curva veloce. Un “tatuaggio” naturale che mi farà sempre pensare a questo tragitto.
Con il navigatore andato e in assenza di indicazioni stradali, seguo l’intuito e continuo a scendere di altitudine. Non so se come previsto sbucherò a Biancavilla, ho la sensazione di trovarmi oltre. Per di più  ho ampiamente superato il limite orario prefissato: l’ora di pranzo è bella che andata… Rimanderò la visita a Bronte e al fronte nord ovest alla prossima occasione. 
La frizzantezza dell’aria dei 1500 mt si smorza, gli edifici si fanno sempre più frequenti, salta fuori il profilo di un paese e finalmente il cartello bianco a caratteri neri “Benvenuti ad Adrano, Comune dell’Etna”. 
Prima di immettermi sullo scorrimento veloce SS121 verso Catania, al primo bar chiedo il favore di poter ricaricare lo smart phone quel tanto che basta per avvisare del mega ritardo a pranzo. Sarà una merenda. Da dietro il bancone il gestore adranita del bar ironicamente mi apostrofa: “E ju unn’i pigghiu 50 euro di corrente elettrica?”. Capisco al volo, acquisto una confezione di torroncini al pistacchio e l’impasse è superata. 
Visitare l’Etna, anche solo in parte e per mezza giornata, è come immergersi in una fonte di energia naturale, come fare i bagni alle terme o lanciarsi dal ponte con l’elastico ai piedi. Benessere e insieme euforia. Il magnetismo del vulcano può esercitare una funzione positiva eccezionale. Per me poi, viverla in sella è ancora più da sballo, una meta da consigliare a chiunque voglia rifarsi gli occhi (e il palato), rilassare la mente, rigenerare lo spirito. 

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Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 5 euro, torroncini 7 euro (200 gr).
Chilometri percorsi: 30 

Itinerario su Google Maps:



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martedì 31 dicembre 2013

Sicilia: in Vespa alle Gole dell’Alcantara (ME)

 
Il meteo natalizio in Sicilia, finora, non è stato così clemente come gli anni scorsi. Il progetto di un giro speciale con la Harley del buon Checco, con cui ero d’accordo per ottenere in prestito la sua Sportster Forty Eight per un giorno intero, è ahimè impraticabile. Domani tornerò nel continente, probabilmente dovrò rinunciare all’itinerario di fine anno in Trinacria. Così mi sveglio comodo alle 10 e trenta, colazione con spremuta di arance fresche e biscotti al sesamo appena sfornati e occhi pieni di sonno ancora per 15 minuti buoni. Quando finalmente riesco a puntare lo sguardo fuori dalle persiane, scopro che il cielo non è plumbeo come credevo, ma squarciato da un sole invitante. Lì mi si accende la lucetta e la scimmia del giretto in moto si impossessa di me. Rapido travel planning mentale: è tardi, non ho tempo per recuperare l’Harley, dovrò saltare il pranzo e ci sarà il rischio di un rientro senza luce del giorno né tepore del sole. Corro in casa, tiro fuori dal trolley il mio necessaire da viaggio e sono pronto in pochi minuti: Red Wings boots, doppia calza cotone – lana, sottotuta in microfibra, jeans, maglione di lana, sciarpone in pile, giacca in pelle, sottocasco, cappello di lana, casco jet con visiera, sottoguanti, guanti in pelle e Rayban. In garage la fida Vespa Chetak parte al terzo colpo di pedivella, la lascio scaldare mentre preparo l’olio Castrol per la miscela al 3% e sono più che pronto a partire! Il mio sorriso ha già una estensione notevole e non può che aumentare. Soprattutto se il luogo che decido di esplorare confermerà nei fatti ciò che promette sulla carta. È uno di quei posti che avevo visitato da bambino treenne prima e da scolaro distratto dalla pubertà poi. Proprio ieri rivedevo le foto datate 1978. Così ne ho tratto ispirazione: si va in Vespa alle Gole dell’Alcantara, provincia di Messina! Minchia compare!
 

Durante i primi chilometri non ho ben chiaro quale strada scegliere per raggiungere Giardini Naxos. Da Catania vado su verso San Gregorio e poi giù verso Ficarazzi ed Acicastello per non perdermi l’adorata vista dall’alto del castello e dei Faraglioni. Appena raggiungo la SS114 è tutta una tirata tra località marine assopite nel letargo invernale: seconde case dagli infissi serrati, complessi turistici in manutenzione, stabilimenti balneari sigillati con assi di legno. Acireale, San Leonardello, Giarre, Mascali, Fiumefreddo. Il mare è sempre lì, abbagliante per i riflessi del sole, in inverno più affascinante che mai. A ovest, a’ muntagna, l’Etna, splendida perché esaltata dal contrasto tra il bianco della neve che la ricopre e il blu che solo il cielo di dicembre è capace di dipingere.
All’altezza di Trappitello è il momento di lasciare la litoranea per imboccare la via Francavilla ovvero la SS185.
Il sound del mono 149cc della Vespa è uno spettacolo: quieto in quarta marcia lungo i tratti a scorrimento veloce, urlante agli alti regimi durante i cambi di marcia, sottolineati dall’inconfondibile clack sulla manopola sinistra del manubrio.
 

Le indicazioni turistiche per le Gole dell’Alcantara sono diffuse e ben leggibili. Oltre i muretti in pietra lavica che delimitano la statale, campi di fichidindia e vasti agrumeti colorano la campagna siciliana. Ai margini della strada cumuli di cenere vulcanica, flagello dei sindaci etnei. Supero Gaggi, primo paese lungo la valle dell’Alcantara. Ogni volta che posso pigio il tasto Horn, solo per il gusto di ascoltare il suono inconfondibile dell’avvisatore acustico più simpatico del mondo.
A parte qualche starnuto sotto il casco, la temperatura corporea si mantiene ottima, addirittura lungo la statale dismetto berretto, sottocasco e sottoguanti.
 

Inizio a scattare le prime foto all’altezza dell’imponente ponte ferroviario che precede il bivio per Graniti. Scavallo il prosciugato torrente Petrolo, proseguo lungo la 185 ed entro nel territorio di Motta Camastra. In pochi minuti eccomi arrivato al parcheggio turistico antistante la struttura da cui partono i sentieri guidati per ammirare le celebri gole.
Sono le 15.30. Lo spiazzo è deserto, le bancarelle serrate, il bar ristorante chiuso e in giro non c’è anima viva. Parcheggio la Vespa, tolgo il casco e vado per superare i tornelli, quando una voce mi ammonisce alle spalle: “Per entrare deve fare il biglietto. Nove euro sono”. Ora, non per fare il genovese, ma nove euro, d’inverno, con le strutture in rimessaggio e senza l’ombra di un turista nel raggio di dieci chilometri, mi sembrano veramente eccessivi. Tratto per un ridotto a 4 euro e cinquanta. Ma la risposta è lapidaria: “Nossignore, non ne posso fare sconti. Anzi, deve spostare pure la Vespa che qua da’ disturbo”. Il preambolo mi suggerisce di cambiare strategia: opto per accedere alle gole da una strada alternativa. Scelgo l’avventura.


Rimetto in moto la Vespa alla ricerca di un punto panoramico alternativo. All’altezza di Fondaco Motta, individuo un ponticello delizioso che sovrasta il fiume e sbuca su una centrale elettrica dell’Enel. Inizialmente penso sia una strada senza sbocco, finché un’Ape Piaggio, con a bordo 2 passeggeri, non mi sfila accanto per arrampicarsi sicura su una salita ripida che in pochi metri conduce alla temibile SP81. Se ne è capace un’Ape, posso farlo anch’io: prima marcia, peso del corpo tutto in avanti e gas!
Percorro la provinciale dapprima verso nord ovest, fino a Gravà. Becco un altro ponte, più moderno, dal quale per la seconda volta posso ammirare e fotografare le rapide dell’Alcantara. L’istinto però mi porta a tornare indietro, direzione sud est, alla ricerca delle rapide vere, quelle con la R maiuscola. La SP82, si fa sempre più stretta e il cartello giallo STRADA INTERROTTA sarebbe già un indizio ineludibile.


A riaccendere il mio ottimismo, all’altezza di un casolare di campagna, è l’incontro con un anziano del luogo, baffuto e dal volto scavato. “Buongiorno”, saluto con rispetto. “Buongiorno – risponde lui – io mi chiamo Turi Buda”. “Piacere, Alberto Di Stefano. Senta, ma questa strada è praticabile? Sbuca sulla statale? Posso percorrerla in Vespa?”. Annuisce con il capo, con la mano mi fa segno di andare e conclude la conversazione: “Basta ca va allèggiu ccù chissa”, indicando la Vespa. Non aspettavo altro, ho scovato la strada alternativa.
 

In pochi metri l’asfalto diventa brecciolino, poi si trasforma in sassolini, quindi in massi. Il guardrail scompare, la pendenza inizia ad essere impegnativa, saltano fuori lastroni di pietra dal terreno, come fossero gradoni, e i massi sono veri e propri spuntoni aguzzi e minacciosi. Ok, ho la ruota di scorta montata dietro il sellino del passeggero, ma forare qui sarebbe quantomeno antipatico. Due o tre volte sono costretto a scendere dalla sella per esplorare a piedi il sentiero e capire se sono in grado di proseguire. Altre volte sposto la Vespa a braccia, per evitare colpi maldestri sul motore. Sul terreno tracce di pneumatici da motocross e mountain bike, persino una ginocchiera Acerbis flagellata.
 

Supero il punto di non ritorno, quello da cui è impensabile fare marcia indietro. Su un tratto del sentiero manca addirittura mezza carreggiata, franata sul costone, ed è proprio qui che sento il cuore schizzare fuori dal petto per l’adrenalina!
Intorno a tutto questo eccitante sbattimento, una cornice naturale mozzafiato: la vista dell’Alcantara dall’alto della sponda più selvaggia, nitida e ancora più emozionante! Il fiume scorre in mezzo a grandi macigni, dove acquista pressione e potenza e produce lunghe scie di schiuma bianca e il caratteristico fruscio delle rapide.
 

Dopo essermi goduto la vista privilegiata delle gole il più a lungo possibile, sperando di averla ben fissata nella memoria, mi rimetto in sella. Lo sterrato torna gradualmente ad essere meno impervio e, non appena scorgo le prime case di campagna al margine della provinciale, capisco che il manto stradale da lì in poi tornerà ad essere più amichevole. Ancora un po’ di polvere, un ruscello da guadare ed eccomi sbucare sul tratto buono della SP81.
 

Attraverso per l’ultima volta l’Alcantara da un ponticello “pizzuto” e mi ricollego alla SS185 all’altezza di Contrada Finaita. Sono le 17 circa, ho saltato volentieri il pranzo, la temperatura esterna si è abbassata fino a 5°C. Rimetto su passamontagna, cappello, doppi guanti e lo sciarpone tutto intorno al collo. A darmi l’arrivederci un tramonto superbo, i cui raggi dorati si specchiano sull’Etna innevato.
 

Il ritorno verso Catania è da duri e puri: il cambio rigido della Vespa incide più del dovuto sui tendini del polso sinistro, la seconda marcia ogni tanto scappa via, mentre la corsa dell’acceleratore stranamente si è ridotta a metà, come se il cavo non riuscisse ad arrivare fino in fondo. Le ginocchia, che nel mio caso fuoriescono dallo scudo anteriore, sono semicongelate. Qualche spiffero, non so come, riesce a infiltrarsi fino la schiena, complice la posizione di guida imposta dal manubrio basso della Vespa. Basterà una buona doccia calda per tornare alla normalità.
È stata proprio la giornata che desideravo, senza programmi, piena di sorprese. Il sorriso tipo Stregatto, che non mi si leva dalla faccia per tutta la serata, ne è la gradevole riprova.
 
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Costi del viaggio: carburante 7 euro.
Chilometri percorsi: 20 (135 da Catania)
 
 
 
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domenica 6 gennaio 2013

Sicilia: Etna Sud in Vespa


Sono tre mesi che non riesco a trovare il tempo e l’energia per fare un giro in moto. Negli ultimi novanta giorni la Triumph è stata liberata dal telo copri moto poco più di una dozzina di volte, per portarmi a qualche meeting di lavoro o al massimo per uno spritz con gli amici. Tra pasti luculliani, pubbliche relazioni e maratone augurali, rischio di perdere l’attimo fuggente pure durante i cinque giorni di vacanza in Sicilia. Paradosso. Ogni notte, però, tengo sempre d’occhio la meta. Il clima, tra Natale e San Silvestro, è stato estremamente generoso sulla costa est della Trinacria, con cielo terso e temperature massime che a mezzodì continuano a raggiungere addirittura i 17° C. Una manna per chi va in moto. Per di più, nelle serate, le tenebre sono illuminate da una brillante luna piena dal fascino felliniano. La natura di questo luogo unico al mondo è capace di regalare una vista notturna dell’Etna davvero speciale: i riflessi lunari illuminano il fianco del vulcano, per l’occasione rivestito da una coltre di neve e ghiaccio che accentua il fenomeno cromatico, e lo trasformano in un monumento naturale fosforescente. Fiato sospeso.
Finalmente, il giorno prima della ripartenza verso il continente, riesco a realizzare il mio desiderio di esplorazione vulcanica su due ruote!
Quando villeggio in Sicilia, sono puntualmente sfornito di abbigliamento tecnico e, considerate le altitudini che vorrei raggiungere, è dura arrangiarmi con ciò che riesco a rimediare. Un punto fermo c’è ed è la mia fedele Vespa verde acqua. Non perde un colpo: un paio di spinte energiche sul pedale di avviamento, una verifica alla pressione degli pneumatici e il fumoso borbottio del 2T, regolare come un cronografo svizzero.
Abbigliamento di Fantozzi: scarponcino da lavoro vintage con calzettoni di lana al ginocchio, pantajazz grigi di mia moglie sotto i Levi’s, pruriginosa canotta di lana color carne, maglione di lana nero, sciarpa marrone misto lana di mio suocero come scalda collo, sciarpa di lana verde di mia suocera davanti la bocca, berretto di lana nero da operaio, vecchio casco jet Bieffe di mia sorella ripulito da inutili orpelli accessori in plastica e occhialone da aviatore regalo di Natale di mio fratello. La famiglia è sempre un punto di riferimento…
La giornata è bellissima, l’obiettivo è arrivare più in alto possibile, temperatura e ghiaccio permettendo. Sono ottimista, il tepore di questi giorni dovrebbe aver reso sicure le strade anche ad alta quota. Il tragitto scelto percorre il versante Etna Sud.
Partenza da Belpasso, detta la “città scacchiera” per via del suo sistema toponomastico, nota soprattutto per essere la sede del prestigioso Motoraduno Internazionale dell’Etna, della Dais, storica fabbrica dolciaria siciliana, costeggiando la quale si capta un estatico profumo di dolci, e della Pasticceria Condorelli, dove ebbe inizio la tradizione del torroncino siciliano più famoso del pianeta. Impossibile rinunciare ad assaggiarne qualcuno: pistacchio, arancia, limone…


La via Vittorio Emanuele II è stretta e caotica, passando davanti al sagrato di una chiesa, un ragazzino, con cadenza tipica malpassota, mi urla “Bedda Vespa!”. Mi sento a casa.
In cima al paese occorre fare attenzione al bivio tra via Nicolosi e la SP120. Quest’ultima è la mia strada, sono decenni che non la percorro e su due ruote è forse la prima! La presenza del vulcano, semi innevato e incorniciato da un cielo blu che più blu no se puede, è costante. La pendenza della provinciale cresce, la Vespa chiama le marce basse, ma che importa: sono strade da percorre a non più di 40 km/h, anche perché è impossibile rinunciare a frequenti soste per contemplare lo scenario. Le case di villeggiatura, un vero status symbol per le popolazioni della zona, sono numerose. Piccole, modeste, con un po’ di terreno coltivabile intorno e davanti a un panorama unico al mondo.


Supero la caratteristica chiesetta di S. Leone, ovviamente con facciata in pietra lavica, e, dopo il bivio con la SP 160, che unisce Nicolosi a Ragalna, esplode lo splendore del Parco dell’Etna. Mi viene in mente che tutti questi paesini alle falde del vulcano hanno una grande tradizione nell’elaborazione di motori e auto da corsa e che non è raro, all’alba o durante la notte, carpire il rombo di una Fiat 127 Sport o di una Peugeot 205 GTI che si arrampica su queste stesse curve per prepararsi alla mitica Cronoscalata Catania - Etna, in programma in primavera.


Quattro chilometri di dolce tepore sulla faccia ed incontro la celebre SP92, una delle strade più percorse dai biker etnei e dai tanti moto turisti che ogni anno arrivano da ogni angolo d’Europa per guidare sull’asfalto eccellente dell’Etna. Iniziano i tornanti in serie, sballo totale. La temperatura è ancora mite, i guanti di lana sono sufficienti e la sciarpa per il volto è ancora dentro il bauletto. In direzione opposta qualche fuoristrada viene giù dal cratere centrale: alla vista di un matto con gli occhialoni che si inerpica su una Vespa a certe altitudini, in molti sorridono e spalancano gli occhi da dietro il parabrezza.  


Ai lati della strada i muretti in pietra lavica rendono tutto ancora più suggestivo, non si vede più un edificio e l’asfalto inizia ad attraversare veri e propri deserti vulcanici: il grigio antracite del magma solidificato rende i colori, azzurro del cielo, bianco della neve e giallo dei castagni, ancora più esplosivi.


Sono a La Nuova Quercia, ristorante distrutto dalla lava nel 1983 e oggi ricostruito, quota 1300 mt. Sul piazzale antistante, gli spazzaneve in rimessa attendono la prossima nevicata. Più avanti una grande quantità di sale grosso, ammucchiato sull’asfalto del parcheggio.


Pausa panoramica: la vista della costa da quassù è incredibile. Rimetto in moto la Vespa, il motore inizia a respirare più affannosamente per l’altitudine e la temperatura bassa inizia a farsi sentire, accentuata anche da un venticello polare più che frizzantino.


È il momento di indossare i guanti da neve grigi fregati a mio suocero e di arrotolare sul volto la sciarpa di lana come un tuareg… L’asfalto continua ad essere in ottimo stato, senza rischio di ghiaccio, e il tiepido sole siciliano fa il suo dovere. Posso arrivare fino al Rifugio Sapienza!


Superati scenari assurdi, come boschi di lecci e querce tagliati in due da fiumi di lava o una vecchia, inquietante costruzione completamente circondata e divorata dal magma, 5 km dopo La Nuova Quercia arriva uno dei tratti più divertenti della SP92: lunghi rettilinei in salita, interrotti solo da ampi tornanti a 360°. Se è divertente con un 2t da 150cc, figuriamoci con una supersportiva o con un motardone.


Il panorama è unico, da una parte il selvaggio terreno vulcanico, dall’altra strapiombo con vista privilegiata sul mar Ionio. La neve ai margini della provinciale adesso è più frequente. Anche il freddo è intenso, sono a poche centinaia di metri dalla cima. Eccola: mentre la Vespa procede caparbia, vedo del fumo bianco uscire in lontananza da un camino, gli edifici in legno si avvicinano sempre più, i riflessi delle auto e dei bus parcheggiati sul grande piazzale producono un inconfondibile luccichio. Arrivato! Rifugio Sapienza, 1910 metri sul livello del mare.


Sarò stato quassù centinaia di volte in vita mia, a piedi, in mtb, in auto, in moto naturalmente. Ma in Vespa è la prima volta. Conosco a memoria questo posto: il CAI, la funivia, i ristoranti, i venditori di souvenir, i noleggi di sci e slittini. Strutture demolite da periodiche colate laviche e sempre rimesse ostinatamente in piedi. Ogni volta è sempre un’emozione.


Essendo un giorno feriale, si vedono pochi turisti, la maggior parte escursionisti che partono da qui per raggiungere il cratere centrale a bordo di grossi bus fuoristrada. Qualcuno indossa la tuta da sci per proteggersi dal freddo. Chiedo a un ragazzo dall’accento campano di scattarmi una foto ricordo: “Saluta con la mano”, mi dice impugnando la fotocamera. In un attimo tutta la sua famiglia mi circonda per ammirare la Vespa e darmi calorose pacche sul casco e sulle spalle, esclamando “bravo guagliò!”.


Non riesco a trattenermi più di un quarto d’ora, fa freddo, non ho voglia di fermarmi al rifugio, piuttosto vorrei sfruttare il tepore del sole per la ridiscesa.
Riprendo la SP92 per lasciarla poche centinaia di metri più avanti, all’incrocio con la via Catania. Se avessi proseguito sarei arrivato fino a Zafferana Etnea, ma preferisco tornare giù verso Nicolosi.


Lungo questo versante, meno esposto ai raggi solari diurni, la neve ai lati della strada e oltre le barriere è più copiosa e lo scenario di nuovo unico: in un solo colpo d’occhio posso cogliere il candore accecante delle distese di ghiaccio, lo scintillio dei campi di lava, il verde delle poche pinete risparmiate dalle vecchie colate e il profilo spigoloso dei crateri che spezza il blu del cielo.


Sono circa le quattro del pomeriggio, tornando giù lungo la via Catania mi ritrovo anche a favore di sole (la schiena ringrazia) e persino sul lato panoramico della carreggiata. Sembra di viaggiare su un aereo in fase di atterraggio su Catania con vista a 360°: la terra e il mare si avvicinano sempre più, ma non ho ali, solo le piccole ruote della Vespa che, docilmente rallentate dal freno motore, scivolano verso valle.


Come tradizione vuole, la ridiscesa è molto più rapida. Superato Passo Cannelli, ricompaiono case e villette e, ormai vicino al paese, mi viene in mente di rivivere la vecchia tradizione, diffusissima tra i catanesi, di chiudere la giornata in montagna con il più classico dei peccati di gola invernali: la cioccolata calda al Bar Vitale. Un must. Qui la domenica pomeriggio, sciatori in tenuta da pista, bambini eccitati da postumi dello slittino, donne infreddolite dal vento gelido del vulcano, affollano i pochi tavolini del locale per riscaldarsi le viscere con la deliziosa bevanda. Ed io, di nettare degli dei non sono certo allergico, non mi risparmio affatto. Per qualche istante torno ad avere 14 anni: ordino una cioccolata calda con panna e pasticcini freschi e mi ristoro seduto a uno dei tavolini in ferro e ceramica decorata.


Il cerchio si chiude magistralmente: partenza e arrivo, da una pasticceria all’altra. La parte sud dell’Etna in Vespa è uno spettacolo per gli occhi e una garanzia per il palato.


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Informazioni utili:

Dove mangiare:
Hotel Ristorante La Nuova Quercia, C/da Piano Bottara, Belpasso – Etna (CT), tel 095 911277,
www.lanuovaquercia.it.
Costi del viaggio: carburante 6 euro. Torroncini, cioccolata calda e pasticcini 9 euro.
Chilometri percorsi: 37

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domenica 3 luglio 2011

Sicilia: In Vespa al Castagno dei Cento Cavalli - Sant'Alfio (CT)


E' il giorno di San Pietro e Paolo, faccio pure mezzo onomastico, e nella mia città adottiva è un giorno di festa. Sono distante centinaia di chilometri dallo spettacolo dei fuochi pirotecnici di Castel S. Angelo e anni luce dal mio umore tipo. Sdraiato attonito sul letto, cerco di trovare un po' di lustro dentro di me. Sono le 11, ho un aereo nel primo pomeriggio e poche ore per organizzare qualsiasi iniziativa che possa distrarmi e farmi recuperare un accenno di sorriso. Solo adesso mi torna in mente che, parcheggiato nel box, c'è un Bajai Chetak Classic verde acqua sempre pronto a partire: la mia Vespa indiana chiede solo di togliersi di torno quel telo protettivo di plastica trasparente e ricevere una scalciata decisa sul pedale dell'accensione. Vado o non vado, vado o non vado? Non ho abbigliamento tecnico, non ho nè guanti nè protezioni, ma tanta voglia di aria sulla faccia. Incoscentemente indosso calzoncini corti, t-shirt e sandali francescani. Recupero un casco Bieffe dismesso da mia sorella. Non ho neanche la mia Canon digitale, utilizzerò l'iPhone. Si va.
Il monocilindrico 150cc della Vespa parte come sempre al primo tentativo, ha solo bisogno di girare un paio di minuti al minimo ed è già pronto a regalarmi nuove emozioni. Ho poco tempo ma desidero raggiungere una meta dove ritemprare lo spirito, un luogo contemplativo, dove respirare aria fresca e pura e lasciarmi divorare da un silenzio naturale. Per fortuna la mia Sicilia e la regione etnea, in particolare, offrono una quantità impressionante di itinerari anche a breve - medio raggio, così, dopo una rapida riflessione, mentre provvedo a riempire di olio 2t il misurino per il pieno di miscela, arrivo alla conclusione.
Il luogo di partenza del mio breve itinerario di oggi è Viagrande: non ho ancora fatto colazione e il modo migliore per coccolare l'anima (e lo stomaco) è fare un salto al Gran Caffè Urna, nell'omonima piazza, dove divorare una granita di gelsi rossi freschi con panna, affiancata da una tiepida brioche appena sfornata. La specialità del posto è la squisita pizza siciliana, ma meglio ordinarla in orari più adeguati... Il Bajai nel frattempo è in buona compagnia, uno dei clienti del bar guida un Honda CB Four in perfette condizioni!


Uscendo dal paese, in direzione nord, lungo la SP8, non posso fare a meno di fermarmi davanti a una storica officina meccanica, entrata nel mio personale immaginario sin da quando ero bambino, la Carrozzeria Faro. Sarò passato da qui migliaia di volte nella mia vita e, parcheggiate davanti la rimessa o all'interno del garage, ho sempre ammirato le auto d'epoca più belle di sempre, di cui, evidentemente, il titolare è esperto restauratore. Anche stavolta la mia passione non resta delusa: dalla strada riesco a scorgere una Lancia Beta Coupè e una rara Fiat 850 Sport.


La provinciale è poco trafficata e, d'altronde la giornata afosa non stimola certo a starsene in giro senza ragione. La luce è forte e abbagliante. Il cielo tinto di un azzurro profondo. La fascia etnea pedimontana, al di fuori dei centri urbani, è ricca di ruderi costruiti chissà quanti anni fa in mezzo alle campagne, tra vigneti e campi assolati. Molti gli edifici abbandonati, un tempo dimore estive di ricchi possidenti, che affacciano lungo la strada: nonostante le crepe e le balconate pericolanti, queste mura conservano un fascino indiscutibile.


La Vespa fa il suo lavoro sempre generosamente, anche quando la pendenza dell'asfalto soffoca il motore in quarta marcia. I colori dell'Etna esplodono e al bivio di Lavinaio Monterosso per Trecastagni incontro la prima di una lunga serie di bancarelle di frutta: cirasa (ciliege), sbergi (pesche bianche), pèssichi (pesche gialle), piricocu (albicocche), tutte riposte ordinatamente in recipienti gialli e cesti di vimini. Il fruttaiolo ammira la Vespa e finisce col raccontarmi che a casa conserva orgogliosamente un esemplare ancora marciante risalente a 50 anni fa! Da qui in poi, per almeno un chilometro, ai margini della strada è un susseguirsi di venditori ambulanti locali che espongono in bella mostra coloratissima frutta di stagione.



Eccomi a Fleri. Parcheggio il Bajai davanti la suggestiva Chiesa di Maria Santissima del Rosario. Ricordo ancora nitidamente quando nel 1984, a soli 10 anni, accompagnai mio padre, impegnato ad effettuare un reportage giornalistico, in questa frazione devastata da un grave terremoto di origine vulcanica. Allora gli interni e la preziosa facciata della chiesa erano irrimediabilmente lesionati, oggi tutto è stato orgogliosamente ristrutturato dai fleresi e accanto alla struttura originale sorge una nuova area, provocatoriamente differente dai canoni classici dell'architettura ecclesiastica. Nella piazzetta antistante il sagrato, una scena a cui non è raro assistere da queste parti: sotto il sole cocente, un uomo trafelato, circondato da cassette e bottiglie in PVC, fa il pieno d'acqua di sorgente a una fontana.



Sono già nel territorio di Zafferana, ma anzichè proseguire verso la cittadina celebre per il suo pregiato miele, imbocco la SP41 verso est. La strada torna ad essere in discesa ed è divertente dimenarsi tra freni a tamburo e cambio manuale, godendosi il tipico clack ad ogni cambiata. Il profilo del vulcano, caratterizzato dalla classica fumata bianca in cima al cratere centrale, è sempre lì alla mia sinistra, rassicurante e tranquillo. In pochi chilometri raggiungo S. Venerina: piazza Regina Elena è tutta un restauro, la chiesa è puntellata e circondata da ponteggi di sicurezza per proteggerla da malaugurati crolli e il municipio è un via vai di uomini accaldati dal passo tutt'altro che affrettato. Questa è una zona in cui operano diverse distillerie produttrici di liquiri tipici come rosolio, limoncello e il mitico Fuoco dell'Etna. Non essedo un gran bevitore, preferisco adare alla ricerca di un altro paradiso dei dolci tipici siciliani, la Pasticceria Russo. Purtroppo per il mio palato oggi è chiusa per ferie...


Lungo la via Stabilimenti scendo lungo la SS114. La strada è gradevole solo prima di raggiungere la periferia di Giarre, un enorme paesone circondato, a ridosso del casello dell'autostrada A18, da una vasta zona industriale. Lo scenario si fa arido: autoconcessionarie, distributori di carburante e rivenditori di materiale edile si susseguono con una frequenza impressionante. Fortuna che il mio bivio arriva dopo poche centiaia di metri: prima di arrivare in centro svolto a sinistra verso la frazione di Macchia, quindi sulla destra trovo l'indicazione per Sant'Alfio, la località che prende il nome da uno dei santi a cui la popolazione etnea è più devota. Ritorno a godermi la guida, lenta e panoramica, che più mi entusiasma, persino i furgoni sono più rapidi di me ad arrampicarsi lungo le curve della strada che conducono fino al rinomato "paese del castagno". Chi se ne importa di subire sorpassi, quando al mio fianco, a scortarmi per diversi chilometri, c'è un panorama mozzafiato...


Il centro di Sant'Alfio mi attrae come una calamita, e visitarlo è davvero un'ottima idea. La facciata rustica della Chiesa Madre, completamente in scura pietra lavica, è uno spettacolo straordinario. Altrettanto entusiasmante è il panorama della costa jonica, da Taormina fino al golfo di Augusta, che si gode dal belvedere dell'attigua piazza Duomo. Il centro del paese a ora di pranzo è deserto: qualche giovinastro sulla porta del bar e un ufficio postale senza code nè numeretti mi fanno ripensare ai film di Sergio Leone.


La destinazione finale del mio breve viaggio si avvicina. Il luogo è una delle attrazioni principali della zona e attrae scolaresche, gruppi organizzati e orde di botanici da tutta Europa. Inforco la SP84, entro nel territorio del Parco dell'Etna, il bosco intoro a me si fa sempre più fitto. Un paio di curve e ho di fronte uno degli spettacoli più incredibili della natura: il plurimillenario Castagno dei Cento Cavalli, il più grande e famoso del nostro paese. Tutti i picciriddi etnei sono cresciuti con la celebre leggenda che narra di una misteriosa regina e dei suoi cento cavalieri, con rispettivi destrieri, che secoli orsono trovarono riparo da un temporale proprio sotto la chioma del mastodontico castagno. Parcheggio la Vespa proprio a ridosso dell'albero, sotto lo sguardo attento ma comprensivo del custode: per immortalare il castagno nella sua interezza sono costretto ad arretrare di circa 50 metri, tanto che nell'inquadratura non riesco più a distinguere la Vespa!
Resto qualche minuto in contemplazione sotto la fitta ombra delle sue foglie, accanto al gigantesco tronco. Percepisco la sua energia, il profumo della sua linfa. Ma soprattutto mi godo la frescura del rigoglioso sottobosco.


Il custode mi suggerisce di visitare un altra pianta secolare, radicata poco più sopra dell'area attrezzata principale, il Castagno Sant'Agata (della Nave), inaccessibile per la presenza di un muretto in pietra lavica ma di gran fascino sia per gli occhi, che ne scrutano il verde rigoglioso, sia per le orecchie, che odono il suono rilassante delle sue foglie agitate dalla brezza.


Decido di rientrare a Catania passando per Milo e discendendo tutti i paesi etnei del versante est, così torno indietro sulla via principale in direzione Fornazzo. E' un tratto di strada che non avevo mai percorso prima o almeno non ricordo di averlo fatto. Un tratto breve ma davvero emozionante, specie quando in mezzo ai boschi comincio a scrutare le tracce scure dei tentacoli di lava recente. Un silenzio surreale, il profumo di zagara gialla che splende sotto i raggi del sole, nessuna costruzione ai margini della strada. Prima del bivio con la SP59, accedo a quello che mi sento di definire uno dei belvedere più eccezionali mai goduti in vita mia! Insieme si fondono tutti gli elementi: vegetazione, deserto lavico, terra, centro urbano (quello di Giarre), mare e cielo. Non credo che esistano molte parti del mondo dove poter ammirare un simile splendore.


Come in tutti i percorsi, dopo la salita arriva sempre la discesa e in questo caso è la più divertente che potessi condividere con la mia Vespa: il tratto della statale da Milo a Zafferana, con curve e tornanti che attraversano il bosco, è da sballo e persino con la ciclistica e l'impianto frenante limitati del Bajai riesco a godermela alla grande con pieghe e mezzi traversi degni di un ragazzino in sella a una Cagiva Mito!


Oggi ho imparato due cose. Che non è mai troppo tardi per saltare in sella e fare un giro in moto o in Vespa per ritrovare uno sprazzo di serenità; e che d'estate, specie se si è sforniti di abbigliamento tecnico, è sempre bene portare nel bauletto un flacone di crema protettiva per combattere il solleone: la gita al Castagno dei Cento Cavalli mi ha lasciato in eredità due braccia rosse come il fuoco dell'Etna!

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Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 5,50 euro
Chilometri percorsi: 68

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domenica 5 giugno 2011

Sicilia: Lungo i sentieri dei “Sieli” (CT)


Oggi è giornata preludio dell’estate: metto in moto e vado. Mi reco a Motta S. Anastasia per documentare un’importante iniziativa in favore dell’ambiente, cogliendo l’invito dell’Associazione Turistica Pro Loco. Si tratta della “XII Passeggiata lungo i sentieri dei “Sieli”, un’escursione all’interno di un'area geografica singolare che merita di essere tutelata in virtù del suo valore naturalistico e paesaggistico.
Per raggiungere i “Sieli”, situati a valle del paese, bisogna percorre una stradina scoscesa che dalla piazza centrale porta in giù all’ingresso dell’area naturale che ci apprestiamo a conoscere.


Un mite asino “parcheggiato” alle porte dello sterrato d’ingresso accoglie i visitatori. I “Sieli” prendono il nome dall’omonimo corso d’acqua che li attraversa. Le acque prodotte dallo scioglimento dei nevai dell’Etna, incontrando lo strato impermeabile d’argilla, riemergono dando vita al torrente.


Qualche centinaio di metri oltre il placido quadrupede, acuto e insolente giunge il rombo della marmitta di un “motociclista sciolto”, che tramortisce l’udito del gruppo! Il luogo infatti, è spesso frequentato da centauri e fuoristradisti che, per provare le loro abilità, non esitano ad interrompere i bucolici idilli degli escursionisti appiedati…


Lungo i sentieri dei “Sieli” si scorgono paesaggi gentili, fatti d’argilla: colline d’erba rasa ed alberi d’ulivo, fichidindia e fiori selvatici; aromi di vegetali dall’inebriante profumo. I colli dei “Sieli” sono caratterizzati dai cosiddetti “Calanchi”, ovvero solchi d’erosione naturale, profondi e stretti, prodotti dal ruscellamento delle acque meteoritiche. Respiro la terra siciliana “a più non posso”, anche se il passaggio di KTM, Yamaha YZ e Honda CR è incessante...


Durante una delle soste “contemplative” ecco che tra l’obbiettivo e l’orizzonte appare un “crossista sciolto”. Il tale porta a suo séguito una signora con ciabatte su piedi ciondolanti. Verosimilmente, credo che ciascun avventore, dal suo punto di vista, si chieda: “Ma che ci fanno questi, qui?”.


Lo scenario naturale dei “Sieli” è essenziale, incantevole. Tuttavia, ferito. L’impronta dei copertoni dei fuoristrada e delle moto da enduro e da cross è la prova del quotidiano “attacco” alla sua “pelle”. Sui fianchi dei colli d’argilla è evidente la presenza di solchi come sentieri artificiali.


Giunti ai piedi di uno dei colli di Poggio Guardia due “outsider”, bardati di tutto punto, conquistano un solco in soli 10 secondi. Noi appiedati, a questo punto, ripieghiamo per un altro sentiero, molto più arduo e meno lineare.


Per scalare Poggio Guardia impieghiamo 45 minuti di cammino. Per via della forte pendenza e della friabilità del terreno si procede a passo moderato e zigzagato. Nel gruppo ci sono anche anziani e bambini, ma intendiamo ad ogni costo raggiungere la vetta, da dove, ci assicura la guida, si può godere una rara veduta.


Intanto alla base del colle si attardano gli ambientalisti più “intolleranti” all’invasione dei centauri. In nome del buon senso cercano di scoraggiare le rumorose e molteplici imprese da “grip”. Ma è risaputo:  nulla può tenere a bada l’adrenalina di chi pratica il motociclismo estremo…


A un livello prima della vetta, silenziosissimo, il volo di un aliante saluta il nostro arrivo in cima. Sono senza fiato per il sudore della salita e per l’emozione. Quassù è lo spazio infinito. Un vento leggero asciuga la fatica e la t-shirt. Non sento affatto la mancanza della mia Suzuki: certe prove si affrontano con le proprie gambe.


Faccio conoscenza col tipo che comanda l’aeromodello. Prima del nostro arrivo era solo e beato a “quote elevate”. Poi, dal nulla, uomini, donne, bambini e cani si sono materializzati tutti attorno. Per chiudere in bellezza, l’ennesimo, brillante crossista lascia una nuvola di polvere e insolenza accanto a noi. Continuando a pilotare il suo aliante, le sole parole che l’uomo ha esclamato sono state: “Non c’è pace tra gli ulivi!”.

Foto e testo di Giusanna Di Stefano

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