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domenica 8 febbraio 2015

Lazio: Lago di Albano e Monte Cavo (RM)


La voglia di fare un giro in moto d’inverno è come voler fumare una sigaretta nella sala d’aspetto di un ospedale. Se proprio non hai alternative, fai una scappatella mordi e fuggi alla finestra del bagno e un paio di tiri allontanano la scimmia. Nei giorni più freddi dell’anno, tra temporali, neve o buriana, stai lì con l’app del meteo sempre aperta sullo smartphone. Appena Giove Pluvio concede una piccola tregua, accendi la moto e ti fiondi dentro quella finestrella di sole che scalda i polmoni come 2 tiri di Camel senza filtro.
Fino ad ora ho sempre cercato di viaggiare verso luoghi affascinanti e poco battuti. Oggi, mi sono lasciato convincere dai saggi: non è la meta, ma il tragitto. E gli occhi con cui ti guardi intorno.


5 gradi centigradi, abbigliamento invernale full con imbottiture complete. Partenza da Frascati, dove c’è un traffico che pare la Casilina all’ora di punta, bypassata alla velocità della luce manco fosse un lazzaretto (occhio agli autovelox tutti intorno). Passo l’osservatorio astronomico, salgo un po’ di altitudine e in poco più di 10 chilometri di curve mi godo la tripletta Monte Porzio Catone, Montecompatri e Rocca Priora. Il freddo della notte scorsa è ancora percepibile e le curve non soleggiate presentano strisce di ghiaccio da cui tenere lontane le ruote della Triumph e contro cui moderare l’angolo di inclinazione della moto e di rotazione del polso destro.
Torno giù sulla SS215, lunga e rettilinea, fino a Grottaferrata, alla ricerca di una chiesa greco-ortodossa dove vorrei lasciare qualche preghiera. Trovo invece l’abbazia di San Nilo e, poco distante, un graditissimo chiosco di pane e porchetta, perfetto per una genuina merenda a km zero.


Non so se prima che il sole tramonti riuscirò a visitare tutte le località dei Castelli Romani che mi ero prefissato. Tuttavia sono determinato a guidare lungo le curve che portano a una cima molto conosciuta nella zona, Monte Cavo. Ora però ho freddo e voglia di godermi il tepore del clima temperato tipico delle regioni lacustri. Punto il muso della Scrambler verso sud, passo Marino e, non appena metto le ruote sulla via dei laghi che costeggia il celebre Lago di Albano, il termometro inizia subito a salire. Mi fermo su uno spiazzo panoramico, tolgo guanti, casco e passamontagna, allento le zip della giacca e scatto un paio di foto. Adoro l’effetto tepore del sole che attraversa gli abiti fino alle ossa. Ci sono bellissime ville che affacciano sul lago quaggiù. Sento l’aria buona, di tutt’altra composizione rispetto a quella capitolina, intrisa di CO2. I polmoni ringraziano. 


La via dei laghi è una bella strada panoramica, va percorsa in senso orario, per gustare gli spazi di cielo, verde, acqua e paesini arroccati che si intravedono tra gli alberi. 
Percorsi 5 chilometri, inforco il bivio a sinistra per Rocca di Papa, alla ricerca delle indicazioni per Monte Cavo che non riesco a vedere. Mi ritrovo in paese. Alla rotonda ammiro un bel murales motoristico dedicato alla Cronoscalata Vermicino – Rocca di Papa. Ho sempre adorato questo tipo di corse, ripenso alla Cronoscalata dell’Etna e a quanto mi mancano quei pomeriggi di domenica, accampato sui muretti delle curve sopra Nicolosi, con la pagina Motori de La Sicilia tra le mani per seguire l’ordine di partenza dei partecipanti, aspettando l’imbattibile Osella bianca di Cassibba.


Nessuno in giro a cui chiedere indicazioni, nessuna segnaletica per Monte Cavo. Continuo a salire e, non so come, becco una stradina in mezzo ai boschi che si inerpica verso l’alto. Giro qualche video con la mia Canon, pensando già a un bel montaggio da pubblicare sul blog, ancora ignaro del pasticcio che sto memorizzando sulla scheda SD della videocamera. I colori invernali mi circondano, la natura è straordinaria, il fruscio del vento tra le chiome degli alberi fa da colonna sonora ed è l’unico suono che preferisco al rombo della Scrambler.
Andando ancora su, vado a finire in pieno territorio militare: cartelli minacciosi fanno la loro comparsa ai margini della stretta carreggiata, intravedo una caserma dell’Aeronautica e intuisco che non è certo questa la via che cercavo. Faccio un cenno distensivo ai militari che da dietro le tendine mi fulminano con gli occhi: “Ca**o è venuto a fare quassù sto matto?”, si staranno (giustamente) domandando.
Torno verso il paese ripassando da dove ero arrivato, finché, lungo la SR218, finalmente individuo il bivio che mi condurrà alla vetta del monte. Nota: domani prenotare visita oculistica.


Come prevedevo la via Scalette, da sola, ha subito messo in secondo piano il piacere di guida goduto lungo le strade dei Castelli Romani. Quando intorno ho boschi fitti come la nebbia e viaggio lungo strade isolate, sopra un asfalto abraso e malconcio, con la luce del sole calante che mi scalda il volto attraverso la visiera, raggiungo il karma motociclistico. Non c’è yoga che tenga. Cinque chilometri e mezzo di curve, da gustare lentamente in seconda e terza marcia, che sembrano condurre in paradiso. Esperienza che consiglio caldamente a tutti i biker che non avessero ancora annoverato questo percorso tra quelli battezzati in sella alla propria morosa. Persino Luigi Pirandello amò questi luoghi: qui si ispirò per scrivere una delle sue opere. Lo immagino, nelle giornate più limpide, ammirare da quassù l’incantevole vista delle isole ponziane, dei laghi laziali, delle cime appenniniche limitrofe. Poesia vera.
La cima del Monte Cavo oggi è un ammasso di tralicci e antenne che illuminano Roma e dintorni di segnali telefonici, radio e tv. Non piacciono tanto alla popolazione locale né onorano l’illustre storia del mitico tempio di Iuppiter Latiaris, oggi incredibilmente in stato di abbandono.
Sono appagato, tronfio di curve e panorami, di allunghi, staccate e derapate. Per chiudere in bellezza questo bel giro in moto serve solo un buon the caldo delle cinque. Costeggiando ancora il Lago di Albano, questa volta lungo il quadrante sud, vado a gustarmelo al tavolo di un bar di Castel Gandolfo, cittadina ormai inaccessibile anche alle moto. Per accedere al centro storico e visitare la piazza che ospita la sede di villeggiatura estiva del Papa, occorre parcheggiare e proseguire a piedi. Giusto così.


Come dicevo, oggi per tutto il tragitto ho girato invano video pazzeschi. Ecco perché questa volta non trovate foto dinamiche. Tornato a casa, gasato come un bimbo e smanioso di rivedere le immagini, scopro l’inghippo: avevo impostato la risoluzione a 320x240px, per vederle servirebbe il microscopio. L’urlo che ne è scaturito è paragonabile solo al celebre dipinto di Munch. Lo sapesse chi penso io, sarei rovinato. Mi rifarò alla prossima, un motivo in più per iniziare a progettare la prossima meta.

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Informazioni utili:

Costi del viaggio: carburante 8 euro, panino con porchetta e cicoria 5 euro.
Chilometri percorsi: 55

Itinerario su Google Maps:




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giovedì 18 aprile 2013

Lazio: Muddy sunday al lago di Vico (VT)


Un mese di marzo così piovoso non si vedeva da tempo. Ho pazientato, ho preso la pioggia in moto per andare a lavoro praticamente ogni giorno, ma senza fiaccarmi. È bastato pensare al mio amico Steve, che tutti giorni guida la sua Suzuki Bandit a Dublino, in Irlanda, dove il sole certo non è ospite fisso. Ho aspettato il primo vero weekend di primavera per tirar fuori dal garage la Scrambler, lercia e ingrigita dalla tanta acqua raccolta durante le ultime settimane, per un bel giretto. Finalmente andiamo a divertirci baby!
Ieri sera era molto tardi e sono già le 11 passate, a momenti si pranza. Per saltare un pasto e dedicare più tempo al riding, vado di colazione ipercalorica, e a mezzogiorno sono in sella! Vai cor gasse.
Vado a nord e, anche se mia sorella mi sfotte perché snobbo il mare, punto le ruote verso la Tuscia viterbese: autostrade, caselli, vialoni e semafori, vietati. Esco da Roma più in fretta possibile, comincio a far divertire la Triumph solo sulle strade semideserte di campagna fra Tragliata e Tragliatella. Il twin britannico gira fluido lungo la SP15b fino alla via Braccianese, dove il traffico dei turisti della domenica pare già sopito. Sfilo Bracciano, entro in riserva, giro il rubinetto della benzina allungando la mano sotto il serbatoio mentre sono ancora in movimento. Incrocio pochi motociclisti, come al solito i più presenti sono gli harleysti, seguiti a ruota dalle supersportive e dai giessisti.
Ecco la via Claudia, passo Manziana e Oriolo Romano e faccio benzina a un self service low cost. Sbircio la serenità domenicale della gente, le grigliate in giardino o i clienti fuori dalle pasticcerie col vassoio di paste in mano.
Fortuna che non ho rimandato il pieno: a Vejano il minuscolo distributore del paese non ha l’automatico.
 
 
Proprio mentre penso che potrò divertirmi solo in prossimità del lago, un’illuminazione mi sorprende! Dal ponte che segue di pochi metri l’incrocio con Barbarano Romano, spunta fuori un interminabile rettilineo sterrato a due corsie che passa proprio là sotto. Sgrano gli occhi, giro a zonzo per trovare l’accesso alla strada bianca e lo scovo in prossimità di una stazione ferroviaria diroccata. Si tratta della vecchia ferrovia che collegava Orte e Capranica a Civitavecchia, chiusa negli anni ’60, in seguito a una frana, e mai più riaperta. Non esistono nemmeno più i binari, solo un lungo, polveroso rettilineo.

 
È uno dei più bei momenti della giornata: sedere alto, arretrato sulla sella, a tutta birra lungo la vecchia ferrovia abbandonata, con gli insetti che si spiaccicano sulla visiera del casco, i rami che raschiano la giacca di pelle e una scia di polvere bianca sparata in aria dalla ruota posteriore, visibile dagli specchietti.
Il sole primaverile è tiepido ma bisogna fare attenzione: sotto alcune zone d’ombra, emergono pozze d’acqua che invadono l’intera carreggiata.


Dietro uno stretto passaggio tra i cespugli, ecco un’enorme landa assolata: la fusione tra verde prato e giallo margheritine di campo crea il tipico effetto multicolor di primavera, contro cui nulla può l’ombra solitaria di un albero secolare. Metto la Triumph sul cavalletto, tiro via la chiave dal blocchetto di accensione, sfilo guanti e casco e a piedi raggiungo il grande leccio. Sotto gli stivali sento il “ciaf ciaf” della terra zuppa d’acqua. Nessun altro rumore oltre al soffio del vento.


Torno in sella tra fango e polvere e mi ritrovo presto all’ingresso di un tunnel ferroviario, uno vero, ma senza treno che passa… Prudentemente accosto la moto al margine della strada e mi avvicino sulle mie gambe alla galleria per esplorarne l’interno. Cammino per un centinaio di metri, il tunnel è totalmente buio, in fondo nessuna luce. Infiltrazioni di umidità e reverbero producono un rilassante concerto di gocce d’acqua che si scagliano sul terreno. Mi sembra che non sia troppo rischioso entrare in moto, così torno indietro, ingrano la prima e mi avventuro all’interno. Il frastuono del motore che rimbomba e il rischio di impantanarmi all’improvviso lì dentro sono talmente esagerati che, da solo, non mi fido a proseguire. Marcia indietro, ancora due o tre traversi in accelerazione sulla polvere e rientro sulla SS493.


Mi rilasso sui tranquilli rettilinei della statale, all’incrocio con la Cassia seguo le indicazioni per il Lago di Vico, l’unico specchio d’acqua nel territorio laziale che non avevo ancora mai visitato. Luogo eccezionale, purtroppo recentemente vittima di cattive notizie sullo stato di salute delle sue acque, pare inquinate da una elevata concentrazione di arsenico. Agghiacciante.


Dentro la riserva naturale guido lungo bellissime curve tra boschi di faggio e cerro. Poi raggiungo la riva: per fortuna nessuno spiacevole incontro con la famigerata alga rossa che tanto preoccupa la popolazione locale.
Mi piace molto questo lago di origine vulcanica, il più alto (507 mt s.l.m.) del nostro paese. Percorrendo il perimetro, è evidente quanto sia valorizzato e curato e soprattutto quanto sia magnificamente vivibile per turisti e per la gente comune.


Ci sono tutti: surfisti, velisti, canoisti, pescatori, innamorati che passeggiano romanticamente, famiglie che alimentano la brace nelle aree attrezzate, naturalisti, birdwatcher, single che passeggiano (con) il cane. Ma anche pastori con le greggi, guardaparco e forze dell’ordine. Tant’è che mi permetto di infrangere il divieto di accesso a un sentiero del parco una sola volta e solo per poche fangose centinaia di metri, giusto per avvicinarmi il più possibile alla celebre zona palustre a nord del lago. Uno spettacolo.


Mi libero di tutto l’abbigliamento di protezione, parcheggio la Scrambler sotto l’ombra a raffreddare e me la godo a lungo su una delle spiagge del lago. Scatto qualche foto, lancio sassi in acqua, mando un paio di whatsappate, poi mi sdraio comodo sullo scafo di una barca rovesciata a terra. Manca solo il fiore in bocca, che però rimpiazzo con un Chupa Chups alla ciliegia.
Trascorro più tempo del solito ad oziare beato e interrompo la meritata dose di fancazzismo panoramico solo quando lo stomaco inizia a bussare.


Istintivamente decido di fare un salto a Ronciglione per spararmi un cornetto Algida e una spremuta di arancia, seduto al tavolo di un bar lungo l’immancabile via Roma. Il paese è tranquillo.
Solo lungo la strada del ritorno verso la capitale, rigorosamente alternativa alla via Cassia, mi viene in mente che la località vicina al lago da visitare era Caprarola, con il suo bel Palazzo Farnese. Ops!
Un motivo in più per tornare presto a visitare un territorio in cui la natura ha ancora spazio, tempo e dimensione. Mi auguro che qui si vincerà la triste battaglia contro l’avidità umana, mai sazia di minacciare e avvelenare le poche oasi sopravvissute fino ai giorni nostri.

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Informazioni utili:
Dove mangiare e dormire: Albergo La Bella Venere, Loc. Scardenato snc, Caprarola (VT), tel 0761 612342, www.labellavenere.it.
Costi del viaggio: carburante 10 euro. Cornetto Algida, spremuta, e Chupa Chups: 5 euro.
Chilometri percorsi: 32 (85 da Roma).
 
 
 
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lunedì 11 febbraio 2013

Lazio: Offroad al Lago di Martignano (RM)


Domenica di febbraio fredda ma assolata. La prima dopo un paio di settimane di pioggia e inverno. Ieri notte ho fatto tardi, stamattina non avevo certo voglia di mettere il naso fuori dalle lenzuola all’alba. Da giorni la smania di domenica in moto mi segue come un avvoltoio, ma la fatica della settimana lavorativa, sommata alla pigrizia incipiente e al clima poco invitante, mi aveva scoraggiato dal programmare qualunque itinerario o dal tirar fuori dal guardaroba l’abbigliamento invernale. Fuori dalla finestra vedo un sole invitante, cielo blu inverno, zero nubi e il termometro esterno che segna 10° C. Sono le 10 passate, farà buio presto e il massimo che posso fare è andare a prendere un aperitivo ai castelli romani e rientrare prima che il sole si abbassi e restituisca campo libero al freddo. Ho un raggio d’azione di non più di 50 km. D’istinto passo all’attacco: colazione stranamente rapida, vestizione lampo e, miracolosamente, senza dimenticare nulla come al solito, in mezz’ora sono già in sella alla Triumph. Anche lei ha bisogno di togliersi un po’ do polvere di dosso, ne ha pieni i cilindri di fare solo servizio urbano e le girerebbero le frecce a starsene ancora una volta sotto il telo!
La meta della giornata è venuta fuori così, pensando a uno dei luoghi della provincia romana che preferisco, il lago di Martignano: tranquillo, pieno di natura, silenzioso, a un passo dalla metropoli e con qualche chilometro di divertenti strade sterrate che conducono fino alle sue placide sponde. Spesso, durante l’estate, preferisco abbioccarmi su una comoda sdraio in riva al lago e fare una nuotata rinfrescante sulle sue acque dolci, piuttosto che sorbirmi il caos snervante di Ostia e Fregene e il colore verdognolo del Tirreno.
Il problema stamattina è che sono più rinco del solito, devo cercare di restare più vigile del solito. La strada per lasciare il centro di Roma la conosco bene e scelgo la mia favorita: via Boccea, una consolare che fa parte della mia storia e che, superata la periferia, dà subito l’idea di ciò che un tempo potevano essere le strade di campagna intorno Roma. Supero il raccordo, Casalotti, Valle Santa e inforco la via di S. Maria di Galeria. Fermo la moto per fare il pieno all’unico distributore della zona e, maneggiando la pistola della senza piombo, realizzo la prima piacevole sorpresa, un raduno di auto d’epoca, tra cui riconosco modelli da capogiro come la Stratos, il Maggiolone e la 1100. Adoro questo tipo di riti domenicali.
Riparto verso nord, solo che, senza ragionare più di tanto, anziché deviare sulla SS493 Claudia Braccianese, continuo a godermi i rettilinei che tagliano le campagne romane, ipnotizzato da chissà quali riflessioni sotto il casco, fino a ritrovarmi nientemeno che sulla SS2 Cassia all’altezza di Vallelunga. Il mio cervello anestetizzato abbandona la modalità standby e capisco di essere decisamente fuori strada. Inveisco quanto basta sotto il casco finché, recuperato il controllo, abbandono la noiosissima, maleodorante carreggiata a 2 corsie. Il bivio di Monterosi è quello che fa per me, passo dal centro del paese e punto il manubrio a sudovest, direzione (forzata) Trevignano Romano, ma – cavolo – quello è un altro lago! Poco male, l’improvvisazione regala sorprese emozionanti a chi viaggia in moto. Sulle rive del lago di Bracciano la provinciale costeggia le acque a livello zero, a tratti salendo su di qualche metro aumentando l’effetto panoramico. Il sole mantiene una temperatura ottimale sulla mia tuta e annullando l’umidità lacustre.


Solitamente raggiungo Martignano sempre dallo stesso ingresso e credevo ci fosse solo quello. Ma, percorrendo la SP12b, a pochi chilometri da Anguillara Sabazia, la coda dell’occhio capta una malconcia indicazione turistica di colore marrone con il nome della località lacustre. Mi fermo un attimo a valutare la cosa, dispiego la mia mappa cartacea ed effettivamente gli accessi segnalati sembrano essere due. That’s right! Via, andiamo all’avventura, quel che viene viene… Mi lancio sulla via di Polline e, lungo la strada bianca (anzi grigia a causa della pioggia dei giorni scorsi) la mia gioia decolla. Non sembra insidiosa, è piena di verde intorno e si sviluppa persino lungo un paio di piccoli tornanti in pendenza che mi permettono di fare qualche innocente traverso in accelerazione, mentre le bestie al pascolo mi osservano impassibili dai prati limitrofi.


Quando la strada inizia ad infiltrarsi tra le aree più alberate, dove l’ombra dei rami impedisce al sole di asciugare le pozze di acqua piovana, iniziano i ripensamenti. Presto mi ritrovo dinanzi a una serie di ampie buche piene di fango, dove il terreno diventa scivoloso e inappropriato per il tassello semistradale dei miei Metzeler Tourance. Tre turisti a cavallo, provenienti in direzione opposta, mi allertano dall’alto della loro seduta equina: “Non ce la fai con quella!”. Mentre scendo irritato dalla sella per verificare di persona, percepisco il rombo sordo di un mono 4T in avvicinamento. Lo vedo planare sul fango, la ruota posteriore solleva fontane di melma marrone e il motore sale rapidamente di giri senza esitazioni. Figo.


Mi sbraccio per fermare l’endurista e chiedergli qualche info sulle condizioni del fondo stradale. È giovane e ha improvvisato un giro quaggiù con la sua KTM 690 Enduro, tant’è che indossa casco jet, jeans, sneakers, piumino urban ed è felicemente ricoperto di gocce e spruzzi di fango. Gli chiedo se posso arrivare fino al lago con la Triumph: “Te lo sconsiglio, manca poco ma il terreno è insidioso”. Anche lui, nonostante il tassello profondo e 70 chili in meno rispetto alla mia bicilindrica inglese, ha rischiato lo scivolone.


Accidenti, quando mi ricapita un po’ di fango?! Voglio proseguire lo stesso, anche solo di 500 metri, magari aggirando i crateri di pantano per non restare impaludato. Metto in moto, prima marcia, corpo in avanti, cosce serrate sul serbatoio, piede sinistro giù largo a controbilanciare gli slittamenti e via a passo d’uomo. A preoccuparmi non è tanto il posteriore, ma l’anteriore che rischia di scivolare via a sorpresa senza preavviso. Di colpo, un illuminazione: mi compare in mente l’immagine della Triumph sdraiata a terra su un fianco con la mia gamba arrostita dai collettori... Basta poco ad auto persuadersi: giro delicatamente la moto, mi arrendo mio malgrado e torno indietro, in sicurezza, fino alla provinciale. Arriverò fino alle sponde del lago dall’altro accesso.


Poco prima di giungere ad Anguillara, svolto a sinistra su via della Mola Vecchia ed è lungo questa stradina di paese, disseminata di abbeveratoi, canali di scolo e aziende agricole, che sulla sinistra ritrovo l’ingresso principale al lago. Solo che rispetto all’ultima volta che ero stato qui, adesso c’è una telecamera, un bel divieto d’accesso a tutti i mezzi a motore (valido solo nel periodo estivo) e un grande cartello ZTL che invita i visitatori a servirsi del servizio navetta. Provvedimenti per tutelare l’ambiente o per risanare le casse del Comune?


Evvai, sono sulla strada giusta, ampia, sterrata e con qualche sasso qua e là. In questo periodo dell’anno, non è tremendamente polverosa come durante l’estate, quando ti ritrovi la moto imbiancata fin dentro al sottosella! Un tratto fantastico da terza marcia, in piedi sulle pedane e col fondoschiena proteso sul posteriore, mentre le pietruzze battono come mitragliate sui parafanghi.
Quando giungo alla sbarra d’accesso al lago, le soluzioni sono due: parcheggiare la moto e fare un chilometro a piedi in discesa (salita al ritorno), con tuta, paraschiena, casco e stivaloni, o aggirare la sbarra e azzardare il raggiungimento della riva direttamente in sella, a motore acceso, cercando di arrecare il minor disturbo possibile alla natura circostante e ai pochi visitatori presenti. Il dislivello rende la strada molto ripida e sdrucciolevole, sulla destra scorgo sotto di me la straordinaria vista del lago illuminato dal sole.
Metto a folle, spengo la moto mentre ancora sono in movimento e giungo a pochi metri dalla riva. È il momento di rilassarmi un quarto d’ora, godendomi il silenzio, la pace e l’aria pura di questa oasi rigenerante.


Sono le tre del pomeriggio, ho fame e in mente ho l’epilogo perfetto per questa domenica improvvisata. Saluto il lago e ripercorro la strada sterrata in senso contrario. Ripasso Anguillara, costeggio il lago di Bracciano e lancio la Triumph verso il tempio italiano della storia del volo, un altro dei miei posti preferiti in assoluto, il Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle. Qui sono custoditi aeroplani straordinari, esemplari unici al mondo accuratamente restaurati, imperdibili per gli appassionati di ali d’epoca e di storia militare in generale. Mangiare un boccone al bar del museo, pieno così di cimeli, e fare una passeggiata digestiva tra dirigibili, caccia e bimotori è uno spasso. D’altronde un velivolo e una motocicletta hanno molto in comune, entrambi sono capaci di sprigionare un senso di libertà, per provare il quale può essere sufficiente anche una semplice gita domenicale fuoriporta al lago.



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Informazioni utili:

Dove dormire: Il casale di Martignano, s.da di Martignano, Anguillara Sabazia (RM), tel 06 99802004, www.martignano.com.
Dove mangiare: La mucca golosa, via di Vigna di Valle 57, Anguillara Sabazia (RM), tel 06 99607021,
www.lamuccagolosa.com.
Costi del viaggio: carburante 10 euro. Piadina, spremuta, torta al cioccolato e Chupa Chups: 8,70 euro.
Chilometri percorsi: 35 (75 da Roma).




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domenica 25 marzo 2012

Lazio: Il litorale pontino da Anzio al Circeo


Uno degli inverni più freddi degli ultimi anni sembra essersi chiuso e sono fiero di non aver pensato neanche un momento di mettere in rimessa la moto, di riporla sui cavalletti e scollegare la batteria. Anche durante le gelide settimane di febbraio, almeno di domenica, il twin inglese ha girato senza indecisioni.
Con le temperature sottozero ormai trapassate, inizio a pensare sempre più concretamente a nuovi itinerari da esplorare, solo che stamattina la malavoglia sembra aver avuto la meglio persino sulla smania della moto. Faccio più sforzo del solito, indeciso fino all’ultimo, ma alla fine, complici la caffeina e la carica calorica del tiramisù di Pompi, apro l’armadio e rinvigorito tiro fuori l’abbigliamento da moto. Voglio uscire e respirare.

I tragitti che fino a ieri mi frullavano per la mente erano prettamente montani, ma poi la telefonata di mia sorella ha ribaltato i piani: “ma vattene al mare ogni tanto, che è primavera”. È vero, arriverò da Roma al mar Tirreno, evitando i percorsi convenzionali, bypassando Ostia e Fregene, oggi probabilmente prese d’assalto da velone e vitelloni in coda all’assalto dei ristorantini sulla spiaggia.
Vivo da anni nella Capitale, eppure ancora non avevo mai guidato sulla via Laurentina oltre il GRA. Il tratto urbano è un labirinto di cemento fatto di semafori ogni 20 metri e snervanti rotonde. Dopo Trigoria si comincia a ragionare e la SP95b si fa persino spassosa, con ampie curve e saliscendi divertenti che costeggiano la Riserva Naturale di Decima Malafede. Una volta, come molte consolari romane, la Laurentina era una stretta stradina di campagna, adesso continuano ad aumentare la larghezza della carreggiata e l’asfalto ruba sempre più spazio alla terra ocra.
Passato il crocevia con la via Castelli Romani il panorama torna ad essere poco entusiasmante: agglomerati urbani, squallidi capannoni, fabbrichette, rivenditori di mezzi industriali, distributori di carburante, furgoncini dei panini, sedie vuote al centro delle piazzole di servizio. Indosso i paraocchi virtuali e accelero per raggiungere il prima possibile la costa. A Tor San Lorenzo inizio a sentire l’odore del mare e, stranamente, il vento, che fino a quel momento aveva soffiato deciso, si placa proprio in prossimità del mare.


Sono sulla via Ardeatina e decido di fare la prima sortita in spiaggia all’altezza di Lavinio. C’ero già stato in passato, in agosto, quando regnavano confusione e caos. Oggi invece ha un aspetto affascinante. Parcheggio la Scrambler accanto la riva, tra la battigia e la terrazza di una taverna marinara. Il mare è agitato e schiumoso, le onde rumoreggiano sul bagnasciuga, mentre a largo il blu del Tirreno risplende sotto il sole tiepido di marzo.


Questo tratto di litorale non è certo la Corsica: come in molte parti d’Italia, tra strada e spiaggia c’è uno strato di case orribili, eredità dall’abusivismo edilizio dei decenni scorsi e deprecabile costume che ha svalutato le nostre coste.  Entro ad Anzio, celebre per l’omonimo sbarco degli alleati durante il secondo conflitto mondiale. È ora di pranzo e dalle decine di ristorantini sulla spiaggia in piena attività, brulicanti di visitatori famelici, si spande un invitante profumino di frittura. C’è un gran passeggio di turisti della domenica e il centro del paese è giustamente interdetto ai mezzi a motore. Le spiagge non sono un granché, mentre è il Molo Innocenziano che esercita in me un fascino irresistibile, con i suoi pescherecci colorati, i frangionde assolati e gli immancabili pescatori armati di canna ed esca viva.


Incontro un gruppo di vespisti in tour, li seguo verso l’uscita del paese, respirando il fumo denso dei loro motori 2 tempi. Poco dopo li ritrovo fermi su un piazzale, intenti a scattare una foto di gruppo. Uomini, donne, giovani e attempati con un sorriso così, tutti orgogliosi del loro glorioso scooter.
Torno sul lungomare in direzione sud, passo la splendida Villa Borghese, meta di decine di estimatori del picnic domenicale, e presto giungo a Nettuno. Sono solo all’inizio del mio percorso odierno, così decido di non fare alcuna sosta in paese, oggi voglio godermi soprattutto la costa.


Mi avevano parlato di questa zona del Lazio ma l’idea che mi ero fatto del Poligono Militare di Valmontorio era decisamente sottodimensionata! In realtà è un’area enorme che si estende per una lunghezza di ben 10 km, un luogo incontaminato (da tutto tranne che dai pezzi d’artiglieria evidentemente…) interdetto al pubblico per ovvie ragioni di sicurezza. All’interno del Poligono è situata l’antica Torre Astura e si parla anche di una spiaggia straordinaria che gli amministratori locali vorrebbero riaprire ai bagnanti durante il periodo estivo. Peccato che il Ministero della Difesa sembri non essere d’accordo. E forse, per amor di natura, è meglio così.


Passo il suggestivo ponticello di Foce Verde, anch’esso frequentatissimo dagli appassionati di pesca con la canna, e dopo alcune centinaia di metri vengo scosso da un’inattesa indicazione stradale: tiro un frenatone, stropiccio gli occhi e sul cartello leggo “Centrale Nucleare”. What?!
Proprio così, a Borgo Sabotino, una frazione di Latina, resiste una vecchia centrale elettronucleare in dismissione: entrò in funzione, prima in Italia, nel 1964, fu chiusa nel 1987 ed è attualmente in fase di smantellamento. Gulp!


Già sento le radiazioni addosso, così mi tolgo dai piedi e spingo la Triumph verso il Lido di Latina, luogo ancora assopito dal letargo invernale ma frequentatissimo dai pontini nel periodo estivo (di giorno e di notte). Superata la schiera degli stabilimenti balneari semiabbandonati, non resisto a entrare in spiaggia con tutta la moto, per qualche numero da minchione col posteriore e per qualche minuto di sole sulla faccia. La riva è deserta, saranno tutti alle prese con la frittura. Il mare è bellissimo, il cielo limpido e in fretta dimentico l’incubo del vicino reattore nucleare.


Finalmente raggiungo il tratto più interessante, la cosiddetta Duna Costiera, uno stretto cordone di strada davvero suggestivo: a sinistra il blu del mare, a destra il verde palustre dei laghi. Da qui in avanti lo spettacolo sarà assicurato. Il Parco Nazionale del Circeo inizia a nord circondando il Lago di Fogliano, un modesto specchio d’acqua, frutto della bonifica che all’inizio del secolo interessò l’Agro Pontino. Poco prima del bacino successivo, il piccolo Lago dei Monaci, la strada si allontana dalla costa e penetra verso l’interno, ma qualche chilometro dopo è facile tornarci imboccando, sulla destra, la strada della Lavorazione. Costeggio un terzo specchio d’acqua, il Lago di Caprolace, e resto impressionato dall’infinito rettilineo pianeggiante, delimitato da cuscinetti di mirto e ginepro, bassi e compatti per resistere al vento e alla salsedine, che per chilometri si estende fino al Circeo. Un fondo stradale ideale per una cruiser, un’Harley, una Rocket III, una Victory: il rombo della moto e la strada dritta, gambe in avanti e gilet di pelle con le frange. 


Mi fermo spesso lungo la SP39, la sabbia arriva fino all’asfalto, quasi si fondesse col bitume. La spiaggia di Sabaudia è una delle più estese, pochi irriducibili prendono il sole, qualche kitesurf plana sul mare increspato. La litoranea è il regno della striscia blu estiva, durante la bella stagione probabilmente rappresenterà la prima fonte di entrate del Comune di Sabaudia… Il tratto a sud del paese, quello che costeggia l’omonimo lago, è il più mondano, le case al mare dei ricchi proprietari sono ben nascoste dalla vegetazione, tra la strada e la spiaggia, ma provate ad osservarle dall’alto su Google Maps e individuerete centinaia di villoni con piscina. Diciamo che anche qui l’abusivismo in passato ha avuto la meglio sulla natura. Purtroppo.


Più avanzo, più il verde dei lecci del Monte Circeo si avvicina imponente. La provinciale abbandona di nuovo la costa per scorrere a nord lungo il confine del parco. Dopo tante spiagge è il momento di qualche curvetta verso la cima, i tornanti stretti e senza barriere che si insaccano nei boschi sono un piacevole diversivo. Auto e moto affollano la dorsale panoramica del monte ne incontro parecchie lungo la salita che sbocca al Faro e a Punta Rossa.


Le quattro del pomeriggio: è il momento di visitare San Felice Circeo, sono stanco e non ho ancora pranzato. Scorro le antiche mura del centro storico e torno giù verso il porto turistico. Data l’ora, i gitanti sono tutti in piena digestione e ahimè le cucine dei ristoranti sul molo sono già comprensibilmente chiuse. Resta la soluzione bar. Via giacca, paraschiena, guanti e scaldacollo, consumo il mio pranzo freddo in riva alla spiaggetta con vista su Torre Fico. Accanto a me, due anziani pescatori, con il volto solcato dalla salsedine, condividono vecchie storie di mare seduti su una panchina.


Con la coda dell’occhio riesco persino a scorgere la moto, ferma sul cavalletto nel parcheggio del porticciolo e circondata come sempre da curiosi e ragazzini. Ho il sole in faccia e il mare davanti, una cornice speciale dove pranzare! Lo stomaco dovrà accontentarsi di un panino bufala e crudo, spremuta e gelato: oggi a saziarsi veramente sono stati gli occhi e lo spirito.

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Costi del viaggio: carburante 22 euro.
Chilometri percorsi: 140 (tot. a/r da Roma: 260).


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domenica 9 ottobre 2011

A night trip in Rome


Settembre è stato un mese così intensamente vissuto. Vita vera. Crescendo si impara che il tempo è una copertina e nelle ultime quattro settimane ho potuto investire sulla mia Triumph solo pochi centimetri di questa copertina. Già da qualche giorno sento l’impulso folle della moto-astinenza e per stirare le marce lungo un nastro di asfalto fuori città e sentire lo schiaffo forte del vento dovrò ancora attendere qualche settimana. Fortuna che stasera incontro i miei amici biker: si parla di tempi sul giro, di coppia ai bassi regimi, di scarichi traballanti, di eicma, di vecchie tre cilindri. La birra e il vinello scorrono con moderazione, domani non è domenica.
Accendo la moto per tornare a casa: è mezzanotte, una luna camomilla splende sul cielo limpido di Roma, l’aria è quella delle celebri ottobrate capitoline e la città sembra sussurrarmi di non mollarla così. Devo approfittare di questi ultimi sprazzi di estate prolungata, tra poco le nuvole d’autunno renderanno tutto più complicato. E poi, come diceva Marcel Proust, “Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Già, non serve andare troppo lontano quando sei al centro di una città come Roma.
Sono in riserva, pochi chilometri nel serbatoio e nessuna voglia di passare all’automatico. Ho la fotocamera con me ma la batteria è mezza scarica. Decido di partire dal monumento storico più visitato d’Italia e più invidiato nel mondo, il Colosseo. Qualche auto sfreccia sui sampietrini producendo quel tipico suono tremolante che viene e che va. Davanti all’anfiteatro non c’è anima viva: i turisti sono in albergo, distrutti da infinite camminate quotidiane lungo le strade della capitale, o chissà dove a divertirsi; i romani da queste parti vengono solo per il concertone di Capodanno o per la parata delle Forze Armate. Parcheggio la moto proprio di fronte al Colosseo, nessun pedone, nessun agente, e mi siedo a contemplarlo. Una giovane americana in mini e canotta si avvicina chiedendo informazioni su come arrivare (a piedi!) a Campo de’ Fiori. Via dei Fori Imperiali è illuminata e splende come un gioiello: sotto le ruote della Triumph molti secoli fa il terreno era battuto dagli zoccoli dei cavalli dei soldati romani. Ai miei fianchi scorrono archi, colonne e mura antiche resistite incredibilmente al tempo.


Sono a piazza Venezia: edifici intrisi di storia, come l’omonimo palazzo del discorso di Mussolini, l’Altare della Patria, il Vittoriano. Terminati i lavori per la metro, la piazza è in ordine e ospita un invitante prato verde smeraldo davanti al quale vigila un’auto dei carabinieri con lampeggiante acceso.
Più su, la scalinata che conduce al Campidoglio: vorrei scalarla in piedi sulle pedane della Scrambler e ridiscenderla a tutto gas in assetto bmx, ma finirei di certo a Regina Coeli


Imbocco via del Plebiscito, supero il famigerato Palazzo Grazioli e poi Largo Argentina. Un paio di semafori ed eccomi al centro della movida romana: corso Vittorio Emanuele II taglia in due un continuo serpentone di nottambuli che fa la staffetta tra Campo de’ Fiori da una parte e piazza Navona, piazza del Fico e via del Governo Vecchio dall’altra.
Arrivo al lungotevere e all’altezza di Ponte Vittorio Emanuele II, uno dei tanti che uniscono le sponde del biondo fiume, non posso fare a meno di tirare la leva del freno e di bloccarmi a contemplare lo spettacolo. Sebbene esista un severo divieto di fermata, non resisto alla tentazione di parcheggiare la Triumph sul marciapiede destro, proprio sotto la sagoma luminosa di Castel Sant’Angelo. A quest’ora per fortuna le auto in transito si contano sulle dita di una mano e qui di pedoni nemmeno l’ombra. Sotto di me, il mormorio dell’acqua teverina, per una volta non soffocato dai rumori del traffico, rende tutto ancora più suggestivo.


Più passano i minuti, più la città si svuota. In zona Vaticano una tappa spirituale è d’obbligo. Sfreccio verso via della Conciliazione, normalmente calpestata da masse di pellegrini in occasione di beatificazioni e giubilei vari. Stasera è deserta, sembra tutta mia e mi sento come un Papa. Un mezzo dell’AMA che spazzola i sampietrini mi riporta presto alla realtà.


A pochi metri, il cuore del cattolicesimo, piazza San Pietro, la splendente facciata dell’enorme basilica e il lungo colonnato. Prima che la sicurezza mi inviti a circolare, accosto per qualche minuto davanti all’immensa piazza, recito un Padre Nostro, scatto un paio di foto e mi sento in pace.


Sono le due passate, la giacca in pelle Dainese a vita alta comincia a non difendere più la mia pancia, piena di patate e gelato, dall’arietta inumidita del Tevere, la tanica bicolore della Scrambler è sempre più a secco, mi si appiccicano gli occhi dal sonno. Chi se ne importa, non ho ancora voglia di interrompere questo magico trip notturno nella città eterna.


Sbattendomene della riserva, scateno al massimo i cavali del bicilindrico inglese sul lungo rettilineo illuminato della Galleria Principe Amedeo Savoia Aosta e, prima di incrociare nuovamente il lungotevere, mi immetto sulla via che conduce ad un altro dei luoghi della città più amati dai romani: il Gianicolo. È un lungo belvedere, con vista straordinaria su tutto il centro illuminato di Roma, sormontato dalla statua di Garibaldi a cavallo, recentemente restaurata insieme ai busti dei tanti presunti padri della patria. Nonostante l’ora, i muretti panoramici brulicano ancora di gente con la birra in mano, di innamorati pomicioni e di qualche malinconico ubriacone. A fianco della piazza, un chioschetto, agghindao come un albero di Natale e gestito da un omino pakistano, diffonde musica anni ‘90 e stappa bottiglie di Corona e Moretti a profusione.


Per visitare a fondo questa città generosa non basterebbe una vita. Voglio darle la buona notte in uno degli angoli di Roma che preferisco, il Fontanone dell’Acqua Paola, proprio a pochi passi dal Gianicolo. Qui, sotto l’occhio attento dei militari dell’Esercito, che con discrezione sorvegliano la fontana h24, i novelli sposi sono soliti lasciarsi immortalare dai fotografi nel giorno più bello della loro vita. È un posto che trasmette equilibrio e serenità, non è affollato e caotico a tutte le ore come la più celebre Fontana di Trevi, e le sue acque limpide e spumeggianti sono più rassicuranti di una puntata di Don Matteo.


Guidare la moto in una notte d’ottobre in giro per Roma svuotata e guardarla con occhi diversi è come riprendere fiato dopo una lunga immersione in apnea. Tornando a casa, dentro al casco canticchio una perfetta ninna nanna capitolina: “Quanto sei bella Roma quann'è sera, quanno la luna se specchia dentro ar fontanone; e so' più vivo, e so' più bono, no, nun te lasso mai, Roma capoccia der monno infame”. Domattina aprirò gli occhi fresco come una rosa, con un sorriso a 35 denti e con la stessa sensazione che, appena svegli, si prova dopo aver fatto un bellissimo sogno.
Per la cronaca, ho finito la benzina e il motore si è spento proprio davanti l’automatico. La recita del Padre Nostro di fronte al cupolone è servita pure questa volta.

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Informazioni utili:

Dove mangiare:
Pizzeria Da Baffetto, via del Governo Vecchio 114, Roma, tel. 06 6861617.
Ristorante Bar del Fico, via della Pace 34/35, Roma, tel. 06 68808413,
www.ristorantebardelfico.it
Gelateria Old Bridge, viale dei Bastioni di Michelangelo 5, Roma, tel. 06 39723026.
Chilometri percorsi: 8




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