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domenica 18 settembre 2011

Enduro Top 5 Chart


Tra un itinerario e l’altro, quando il tempo lo permette, mi fermo a pensare. Mi rilassa immaginare i viaggi che vorrei realizzare, pensare alla mia moto, a quelle che mi piacciono, che vorrei guidare o che mi trasmettono emozioni.
Per deformazione personale, come un matematico che sintetizza ogni cosa in una formula numerica, ho l’abitudine di pensare anche attraverso le classifiche, un processo che spesso si trasforma anche in un gioco divertente: chi non ha mai giocato con gli amici cazzari a stilare la classifica delle ragazze più disponibili, dei politici più incapaci o delle auto più brutte?
Da questa settimana inizierò a pubblicare una chart mensile in cui citerò i modelli di moto che più emozionano, suddivisi per categoria. Una classifica trasversale, senza tempo, senza limiti, senza criterio, dettata solo dalle emozioni e dai ricordi: lungi da me avere la presunzione di suggerire le più belle in assoluto o le migliori tecnicamente, per carità! Lascio quest’onere a chi al divertimento preferisce la noia e a chi si prende troppo sul serio. Poi, come sempre, a voi ogni commento.
Da bambino le moto che mi emozionavano di più erano le enduro, quindi non posso che cominciare dal tassello profondo, dai rapporti corti e dalle selle alte almeno 85 cm.
Premetto che dalla chart ho volontariamente escluso quella che probabilmente, oltre ad essere la regina delle enduro, è la più bella delle belle, la BMW R80 GS Basic, cui in passato ho già dato ampio spazio nel blog: per stavolta resta “fuori concorso”.

05. Cagiva Elefant 900 Lucky Explorer

Fonte: motociclismo.it

È la moto di Edi Orioli, quella della Parigi Dakar tutta italiana. Surclassava le temibili avversarie giapponesi volando sulle dune africane. La inquadravano in tv, infangata e impolverata, durante i servizi di Gran Prix dedicati al raid dakariano: per vederli si faceva tardi la notte nel freddo di gennaio. Allora non c’erano il real time di internet né i social media.
Ho rivisto quella moto, l’originale, lo scorso anno in mostra all’EICMA e, come un fesso, anziché ammirare le novità in anteprima mondiale esposte nei luccicanti stand circostanti, sono rimasto ad squadrarla per almeno un quarto d’ora. Intorno non c’era ressa, solo qualche curioso che si avvicinava fugacemente. Per qualche minuto era solo per me.
È una moto gloriosa che meritava di più: se avesse beneficiato di sviluppo ed investimenti, avrebbe potuto duellare benissimo con le endurone stradali attualmente protagoniste del mercato.

04. Honda NX 650 Dominator


La ricordo così, rossa fuoco, nella sua grande semplicità. Parcheggiata davanti i citofoni dell’edificio. Attendevo che arrivasse il proprietario per sapere a chi appartenesse quello splendore. I cerchi dorati, la griglia paramotore, la mezza carena e i paramani. Con lei si sognava di viaggiare senza limiti. E ancora oggi, dopo più di due decenni, resta una gran moto, tuttofare, come richiede il mercato attuale. Semplice da mantenere, affidabile, da portare fieramente in giro per la città, per le colline o lungo le statali di mezza Europa. Senza meta.

03. Kawasaki KLX 650 R


Estate 1999. Mykonos, Grecia. Aspettando sul molo il traghetto per Atene, seduto su una Samsonite blu sotto il sole cocente, sento il rombo inconfondibile del mono Kawasaki. Sulla nave salgono le auto verso le isole, seguite a ruota le una sgargiante KLX R bianca e verde nuova di zecca. Il giovane biker indossa un casco cross, come bagaglio solo uno zaino e poca altra roba fissata con le corde sul posteriore della sella. Libero e impavido. Proprio in quel momento pensai che avrei voluto domare una moto così: cattiva, vibrante, squadrata, alta due metri e senza compromessi. Su cui partire a razzo con l’anteriore staccato da terra, dalla prima alla quinta marcia, solo di accelerazione.
Da noi in Italia non ebbe molta fortuna, costava parecchio e offriva zero confort. Nelle prestazioni era messa in secondo piano dall’immortale Honda XR600 e dall’eccezionale Yamaha TT600. Quando andai a vederla al concessionario di Catania, quasi non credeva che qualcuno fosse interessato a quella moto indomabile. Peraltro non avevo una lira e continuai a sognare ancora qualche anno in sella al mio vecchio Ciao Piaggio bianco.

02. KTM 640 Adventure


Avevo voglia di andare oltre ma ero confuso. Il mio TTR mi divertiva come nient’altro al mondo, ma in due, su strada, era un disastro. A malincuore decisi di rimpiazzarla, ma con quale moto? Prima di optare definitivamente per la Scrambler, fui a un passo dall’acquisto di una 640 Adventure nuova. A Roma e dintorni non ne esisteva una in esposizione, il modello stava per uscire di produzione. Ne scovai una a Latina, luccicante in vetrina, leggera, con tanta voglia di togliersi quella patina lucida dal serbatoio per lasciarsi ricoprire di polvere e fango. Capacità di carico sahariana, grande affidabilità del mitico motore LC4, ma già con qualche anno di troppo. Bodema me l’avrebbe venduta a un prezzo fantastico, in regalo avrei avuto persino lo scarico Akrapovic. Rimasi un’ora a fotografarla con lo sguardo, mi regalò un’emozione indimenticabile senza neanche provarla e, se potessi permettermelo, sarebbe senza ombra di dubbio nel mio garage.

01. Yamaha TT600 59x

Copyright: Einige Ex-Moppeds

Al parcheggio dei motorini della scuola, c’era un bullo, il classico figlio di papà intriso di profumo Rockford e con un invidiatissimo casco M Robert Cross in testa, che in mezzo a una distesa di Si, Vespa 50 XL e PK 125, MBK Booster e Honda NSR 125, svettava su tutti in sella una mastodontica Yamaha TT600 bianca dalla sella rossa: il modello più affascinante di sempre, la mitica 59x. Allora avevo fuso il motore della mia Aprilia ETX 125 ed ero tristemente a piedi, alle dipendenze dei mezzi pubblici o a scrocco passaggi. Da studentello ambizioso, a quell’età attratto dall’ostentazione, mi chiedevo come fosse possibile una tale disparità tra me, appiedato senza speranze, e quel figlio di papà spaccone sulla TT.
Nel mio quartiere spadroneggiava un criminale appena 18enne che girava proprio a bordo di una 59x. Bellissima. La guidava come un vero motard, spregiudicato, sempre su una ruota, giri alti e rombo che tuonava a ogni passaggio stressando i timpani e minacciando la fragilità dei vetri delle finestre. Il malandrino aveva un solo problema: la sella era alta non meno di 90 cm, mentre lui non superava il metro e 60 di altezza. Da fermo non riusciva ad arrivare a toccare l’asfalto, così poggiava spavaldo il piede sui pneumatici delle auto in coda. Un vero delinquente, ma fottutamente tosto!
La 59x è tassello puro: ruvida, brusca, indistruttibile. La leva dell’accensione colpevole di mietere più vittime di una mina. Il serbatoio perennemente ingiallito dalla Super di allora. Non può che essere la moto da enduro più affascinante di sempre.

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domenica 15 maggio 2011

Quell'imprevedibile scivolata


Un evento è accidentale se la sua evoluzione diverge rispetto a quanto previsto, generando conseguenze spiacevoli. Se sbatti la scopa dal balcone e la spazzola si separa dal bastone precipitando sull’auto della vicina. O se mangi gli spaghetti alla norma e una goccia di salsa di pomodoro schizza sul colletto della camicia bianca.
Piccoli incidenti possono capitare anche e soprattutto in sella, per distrazione, per eccessiva disinvoltura o semplicemente per puro caso.
Se al parcheggio lasci inclinare la moto sul lato sinistro e dimentichi di aprire il cavalletto laterale. Se parti in salita a freddo e il motore si spegne. Se arrivi al semaforo e poggi il piede su un fondo scivoloso.
Anni fa, all’Aurelio, in sella al mio rimpianto TT600RE bianco e blu, entravo e uscivo dal traffico dell’ora di punta, infiltrandomi tra le auto lente in coda, come il serpente del videogame Snake per Nokia. La Yamaha era snella e, con prudenza, stringendo il serbatoio tra le ginocchia, inclinando il busto sul serbatoio e allungando una delle gambe fino quasi a sfiorare la ruota anteriore girata di quasi 45°, riuscivo agevolmente a passare tra le auto surriscaldate in attesa del verde. Una routine collaudata e consolidata.
La Belgarda però, aveva in serbo per me uno rischiosissimo scherzetto.
Ero in prima marcia, lento e inesorabile. Primo slalom, secondo slalom, via sulla banchina per tre o quattro metri e di nuovo tra l’anteriore di una Smart e gli scarichi di una Multipla del 3570. Al terzo slalom, l’anteriore del TTR non mi segue più e il baricentro non è più controllabile nonostante i 10 km/h: perdo l’equilibrio e… sdeng! Eccomi in piedi sul margine esterno della carreggiata, con la Yamaha tra le gambe, appoggiata col fianco destro proprio sull’angolo del marciapiede. “What’s happened? Dove ho toppato? Oddio, no, non ci credo”… Il bloccasterzo meccanico si è autoinserito durante la marcia. A una velocità anche di poco superiore, ad essere ottimisti, avrei potuto rimetterci qualche osso. Grazie a Dio me la cavo con il pedale del freno posteriore piegato e qualche graffio sul parafango blu anteriore. L’officina (ufficiosamente) appurerà che si tratta di un difetto di fabbricazione e per ovviare mi rimonta un nuovo blocchetto gratuitamente…

Banali fuori programma che strozzano l’ego e flagellano l’orgoglio di ogni biker. A volte lasciano anche un pizzico di insicurezza, di solito curabile con un celere ritorno in sella. Imprevedibili scivolate dalle conseguenze lievi capitano: ecco gli aneddoti di qualche buon vecchio amico biker.

Olimpino. Programmatore di Novara appassionato di Moto Guzzi, suona il basso, sogna di poter girare l’Europa con la sua California e collabora con il sito animaguzzista.com:
Sono alla mia seconda uscita stagionale con la Breva 750, verso il Passo della Colma, sul lago d'Orta, con un gruppetto di 4 moto. Terminata la salita, "giochiamo un poco" e aumentiamo l'andatura, iniziando, senza esagerare, a ingarellarci tra noi. A metà discesa però, l'imprevisto: curva a sinistra veloce e i miei occhi cadono su un po' di brecciolino sparso per la carreggiata. Preso dal panico inizio a frenare con il posteriore, che immediatamente perde di aderenza e va in bloccaggio: le due moto che mi seguono riescono a schivarmi, fortunatamente non perdo il controllo. Proseguo con la ruota bloccata sino a sfiorare il guardrail che mi separa da un volo a strapiombo: impietrito a cavalcioni sulla moto, non riesco nemmeno ad avere i riflessi per appoggiare il piede a terra e cado come un sacco di patate: nulla di grave, poteva andarmi molto peggio. Procedo a passo di lumaca verso casa.
Da quel giorno sono stato colpito da un blocco psicologico e ogni curva era per me un dramma: pensavo che il trascorrere dei chilometri e dei mesi avrebbe cancellato quel ricordo. E invece, un'altra caduta stile "sacco di patate": questa volta al mare, con la moto carica. Per colpa della salsedine sulla linea di mezzeria, mi ritrovo a terra nel bel mezzo di un incrocio, fortunatamente deserto.
Decido perciò di iscrivermi al corso di guida per principianti "Sicuri su strada", organizzato dagli amici di ruoteinpiega.com. È una resurrezione: ho acquistato sicurezza e anche la mia ragazza, che mi segue nei giri domenicali, se ne è accorta ed ha acquistato fiducia della mia guida. Oggi, consiglierei ad ogni amico un corso di guida sicura, preferibilmente organizzato su strada.
In entrambe le cadute, inoltre le protezioni hanno giocato un ruolo fondamentale, specie nella seconda: il ginocchio entrò subito a contatto con la strada, lo stivale rimase bloccato sotto al cilindro e senza pantaloni tecnici la mia vacanza al mare si sarebbe sicuramente conclusa in malo modo…
”.

Giusanna Di Stefano. Fotografa reporter e documentarista. Inseparabile della sua Suzuki, ha da poco lanciato il suo nuovo blog fotografico, Cunta li Jurnàti:
Mi è capitato varie volte di cadere. In particolare, ricordo uno scivolone lunghissimo ed untuoso sulle “básule” di pietra lavica ai danni della mia 50 Special, l'indomani della festa di S. Agata, patrona di Catania. In città, durante i festeggiamenti alla Santa, fedeli ed ex-voto, per devozione, portano in spalla mastodontici ceri accesi. Nel corso della processione la quantità di cera che i devoti riversano sul manto stradale è tale da poter facilmente immaginare quale sia il pericolo per veicoli e pedoni.
Oggi, a festa finita, dopo i tanti reclami, le strade sono ripulite con mezzi tecnologici ad “impatto” zero!”

Alessandro Di Mercurio. 44 anni, vive e lavora a Chiarano, in Veneto. Ha guidato e posseduto ogni tipo di moto. Oggi si gode la sua “carotona”, una fantastica KTM 990 Adventure Dakar:
"Se penso alle piccole cadute che nella mia carriera di motociclista ho dovuto affrontare, mi vengono subito in mente jeans strappati, mani sbucciate, specchietti rotti, automobilisti disattenti o ancora imprudenze dettate da una giovane voglia (mai spenta) di osare oltre i miei limiti.
Poi mi inerpico su una disamina tecnica sulla fisica che regola la moto, assetti, gomme e tecnicismi vari.
Riflettendo insonne, scopro però che il ricordo rimastomi sempre impresso dopo una caduta è molto più angosciante e profondo e crea veramente un senso di impotenza di fronte al fatto accaduto, un attimo prima il nostro corpo è pervaso dal borbottio pacioso o dal ruggito nervoso della nostra amata e in una frazione di secondo: scarica adrenalinica e silenzio!
Proprio così, quel silenzio quasi surreale in cui cerco di capire se sono intero, cosa cavolo è successo e se i danni sono rilevanti! Nel silenzio post caduta, nel rialzare me e lei, perdo, per qualche minuto, l’anima della mia moto, come se qualcuno o qualcosa abbia tentato di separarci per sempre e lei frivola abbia accettato le lusinghe tradendomi.
In questi weekend primaverili preferisco stare a casa, in giro sono troppi i “Valentininizzati” che presto strofineranno a terra le loro tute griffate. Tra qualche settimana però, una darwiniana selezione ridarà le tortuose vie montane a noi poveri motociclisti, brutti, sporchi e cattivi, e finalmente, potremo tornare in sella sperando di non sentire, ancora una volta, quell’assordante silenzio!”.

Gianluca Teodori. Giornalista e docente di comunicazione, appassionato di motori e cronaca giudiziaria. Tra un editoriale e un'intervista non perde occasione per cavalcare il suo italianissimo Guzzi 750:
Sensazione numero uno: il mondo sottosopra. Le certezze in aria mentre senti l'odioso rumore della moto che stride sull'asfalto e il tuo contatto sul catrame, simile a un atterraggio sui vetri rotti, non si fa ancora percepire. Cadere sulla via Ostiense e veder sfilare il traffico in senso contrario senza capire dove si fermerà la scivolata non è bello. Qualche piccola ammaccatura e un sospiro di sollievo. Ma ti rialzi e vedi che lei, la moto, è a terra. Invocheresti ogni magia per cancellare i segni impressi dal contatto innaturale con la strada, scaturito dal tuo errore. Una scivolata banale ma destabilizzante. Una pinzata troppo energica che ha minato l' equilibrio. Nata da una distrazione forse. Ed è bene saperlo perché il motociclista dove casca ci ripassa. Questo si dice ma è bene capire cosa ha interrotto il magico equilibrio. Razionalità. Ma anche paura di capire e di scoprire impaccio nel salire di nuovo e andare. E allora spero che la Guzzi guarisca in fretta dalle sue ferite. per sapere se andrà ancora tutto come prima...

Episodi del genere sono solo piccoli graffietti destinati a scomparire e ad accrescere la propria dose di esperienza. Raccontarli e condividerli fa sentire più uomini e meno imbranati…

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Nota: l'immagine in apertura è tratta da dirttrackproductions.com